REFERENDUM SUL LAVORO: UNA SCELTA DI CIVILTÀ

Un elemento preoccupante della moderna realtà sociale è l’aumento della povertà, un fenomeno che coinvolge tutti i paesi capitalisti. Mentre la classe lavoratrice continua a stringere la cinghia (e non potrebbe fare diversamente di fronte ai continui aumenti dei prezzi dei generi alimentari, delle bollette di luce, acqua, gas, della benzina, dei mutui o degli affitti da pagare) gli stipendi dei lavoratori valgono sempre di meno. La società è sempre più divisa tra coloro che guadagnano troppo e coloro che guadagnano troppo poco. Mentre i capitalisti si crogiolano nei lauti profitti c’è una parte non indifferente della società civile e del lavoro meno protetta che arranca e fa sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. I giovani avviati all’attività lavorativa hanno ben poche prospettive per crearsi un futuro e una famiglia quando devono subire contratti di lavoro a tempo determinato o addirittura in affitto (interinale). I giovani che escono dalle scuole con un titolo di studio, non solo in molti casi non trovano un lavoro relativo a ciò di cui avrebbero le competenze, ma finiscono pure per doversi u miliare in un lavoro precario.

Allora non servono solo infrastrutture e servizi più moderni, non solo un disegno di politica industriale che determini migliori condizioni, prima di tutto bisogna intervenire per combattere il male della precarietà fino in fondo, perché il sogno di ogni genitore e di ogni figlio non è un orizzonte di precarietà e di nomadismo lavorativo.
Dobbiamo sapere difendere e fare crescere un’idea che non riguarda soltanto un conflitto di classe generazionale, ma di una grande battaglia civile che elevi il livello delle garanzie sociali e lavorative. Occorre combattere chi vuole la distruzione dei servizi pubblici, la privatizzazione/aziendalizzazione delle scuole, della sanità, dei trasporti, contro chi vuole lo smantellamento delle pensioni, la sottrazione del TFR e coloro che sostengono la “funzionalità” del lavoro precario. Nei lavoratori la percezioni dell’assenza di un futuro è molto forte. Tuttavia la politica non dà risposte in controtendenza, anzi la politica è complice in questo sistema. Con alcune eccezioni della sinistra radicale o della “destra sociale” la maggior parte dei partiti moderati si sono precipitati a sconfessare il contenuto dei referendum sociali sul lavoro, invitando i cittadini a votare no. Avremmo preferito ci fosse risparmiato lo spettacolo di uomini politici o di governo che in un tale momento sopra tale materia si erigessero a difesa dello status quo. Perché nessuno di loro poteva avere tanta certezza, poiché nessuno di loro ha un contratto di lavoro interinale e nessuno di loro per lavorare è costretto a rivolgersi alle ahimé famose agenzie di lavoro interinale. In questa vicenda c’è una più che apparente coesione tra il padronato, sindacalisti e forze politiche moderate. Tutti sostengono le ragioni del no ai referendum sul lavoro e scala mobile. Molti sostengono che se vincono i sì ai referendum sul lavoro si ritornerebbe all’illegalità e all’assenza di regole e tutele per i lavoratori (avvertimento o minaccia?). Ma l’assunzione di un lavoratore con contratto di lavoro a tempo indeterminato, invece del co.co.pro o del lavoro in affitto è di per sé una condizione di maggiore civiltà oppure no? La garanzia della reintroduzione per legge della scala mobile non preclude nessuna ulteriore contrattazione tra le parti e soprattutto eviterebbe il ripetersi di contratti a «costo zero».

Il dibattito che riproduciamo attorno ai referendum ha la funzione di fare conoscere temi importanti per il futuro del mondo del lavoro. Auspico che la discussione sia produttiva, la partecipazione al voto ampia e che vincano i SÌ.

Paolo Giovagnoli

Rifondazione Comunista Sammarinese

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