Santoro perde la causa: voleva far chiudere un giornale romagnolo

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Santoro perde la causa: voleva far chiudere un giornale romagnolo
Il conduttore di “Annozero” si era sentito danneggiato e aveva chiesto 6 milioni. Invece dovrà pagare le spese.
Si rifà in Rai dove dà ordini al presidente Garimberti: “In onda a settembre”
di Paolo Bracalini

Roma – Rai per una notte, e direttore della Rai per un pomeriggio. Ma non era lui la vittima sacrificale di diktat e editti? Adesso invece è Michele Santoro a farli, direttamente e in persona, investendo presidenti di garanzia o giornali di provincia, rei di lesa maestà (ovviamente la sua).
L’ultimo ultimatum è per Paolo Garimberti, l’ineffabile presidente Rai, cui Santoro ha scritto con la consueta grazia una simpatica letterina che contiene il seguente ordine: riferire al direttore generale che lui andrà in onda a settembre, cascasse il mondo, dopo le meritate vacanze nella nuova villa di Amalfi. E che si sbrigasse, questo signor presidente, e provvedesse immantinente a far togliere quell’odioso punto di domanda vicino al nome Annozero, nei palinsesti autunnali. Che si mettesse un punto e basta, comanda Santorescu, al limite un punto esclamativo. Non bastasse nemmeno questo, il giornalista ricorda quel che sanno benissimo gli uffici legali e la direzione generale Rai – ah, se lo sanno -, e cioè che «Annozero è in onda grazie a una sentenza del giudice confermata in Appello e che chiunque ne ostacolerà la regolare programmazione sarà personalmente responsabile». Garimberti avvisato, mezzo salvato.
Forte della sentenza e di uno share invidiabile, pompato dall’aura di martirio in cui è maestro, è Santoro che comanda il presidente Rai, è lui che si autorinnova il mandato televisivo includendo se stesso nei programmi dell’anno a venire. Con un tono perentorio che i suoi collaboratori conoscono benissimo, a meno di non far parte della «Cupola», come in Rai chiamavano il cerchio ristretto dei fidati di Don Michele. Sembra di indovinare, nel campione dell’antibavaglio Santoro, un ego talmente vasto da farli sopportare male le decisioni avverse o le critiche. Infatti, lui paladino dell’informazione urticante e scomoda, appena può querela i giornali. Poi però, come ricorda lui alla Rai, ci sono le sentenze. E non sempre vanno nel verso sperato.
Come quest’ultima, fresca di qualche giorno, località Rimini. Il tribunale della città romagnola ha appena rigettato l’atto di citazione fatto da Santoro quattro anni fa contro La Voce di Romagna, condannando l’anchorman a pagare le spese legali. La vicenda è esemplare per gli studiosi del santorismo, perché si vede – lo rileva il giudice – come Santoro applichi un metro diverso per sé e per gli altri giornalisti. Tutto parte da una puntata di Annozero del 2006, su San Marino, l’evasione fiscale, la bella vita dei furbetti, sparsi tra il Titano e Rimini, piccola capitale – nella vulgata santoresca – del briatorismo in salsa romagnola: tutti con lo yacht, tutti habitué del paradiso fiscale a due passi da casa. Normale che qualcuno si offendesse, e infatti è successo, tanto che la Voce di Romagna ha replicato facendo il verso a Santoro: se tutti in Riviera sono furbetti dall’evasione facile, Don Michele è uno di noi. E perché? Presto detto. Succede che la consorte di Santoro, la signora Sanya Podgayansky, sia figlia della seconda moglie di Iliano Annibali, famoso imprenditore della zona, proprietario di uno yacht, di una lussuosa villa a Covignano e con ottimi rapporti con San Marino. Insomma l’identikit perfetto del generico j’accuse santoriano ad Annozero. Una provocazione (meglio, «una operazione speculare a quella utilizzata da Annozero» scrive il giudice), che però Santoro aveva preso malissimo, citando in giudizio l’editore (Giovanni Celli, fratello dell’ex direttore generale Rai, una maledizione proprio…) e il direttore, con una richiesta di risarcimento danni esorbitante: 6 milioni e 200mila euro. La Voce aveva anche raccontato altri dettagli del Santoro in versione romagnola: i suoi soggiorni al Gran Hotel di Rimini (simbolo del lusso in Riviera), i lavori di ristrutturazione di una villa vicina a quella del suocero Annibali, sul colle di Covignano. Quanto basta per far infuriare il difensore della libera stampa e fargli chiedere il bavaglio per i presunti diffamatori. Il tribunale di Rimini però gli ha dato torto, e il 26 giugno ha stabilito che «gli scritti, nel loro complesso, non hanno travalicato il limite connesso all’esercizio del diritto di critica, ricorrendo all’esposizione di un fatto sostanzialmente vero». Chi di sentenza colpisce, di sentenza perisce.

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