Sequestro preventivo da 1,6 milioni Strasburgo da’ ragione a San Marino. Antonio Fabbri

L’informazione di San Marino

Sequestro preventivo da 1,6 milioni Strasburgo da’ ragione a San Marino 

La Corte si è pronunciata sul ricorso di un indagato per riciclaggio di denaro frutto di bancarotta e frode in un caso ancora in istruttoria

Antonio Fabbri

E’ stata sollevata in più di un occasione, soprattutto dopo che sono iniziate a spron battuto le indagini sul riciclaggio, l’eccezione sulla legittimità o meno dei sequestri di denaro disposti dai magistrati inquirenti. Sequestri a scopo di confisca.

Doglianze che vengono spesso riproposte anche in sede di dibattimento ma che non hanno trovato accoglimento. Eccezioni che, a quanto pare, non trovano accoglimento neanche davanti alla Corte di Strasburgo, soprattutto se si tratta di denari di sospetta provenienza illecita.   

L’alta Corte fissa e ribadisce, in una sentenza datata 20 luglio 2017 e pubblicata in questi giorni, dei principi frequentemente applicati nella recente giurisprudenza sul Titano: da un lato ribadisce che il crimine non può pagare, dall’altro che nella complessità dei reati di riciclaggio è sufficiente la prova logica del reato presupposto, cioè sulla provenienza illecita del denaro, unita alla anomalia delle movimentazioni bancarie, al rapporto tra i soggetti interessati e alla mancanza di giustificazione sul possesso di somme da parte dei soggetti indagati. 

Il caso Il caso sottoposto all’attenzione della Corte è particolare, soprattutto perché prende le mosse da una vicenda che è ancora in istruttoria e vede indagate una decina di persone tra cui Fabrizio Stefano Piras, che ha deciso di ricorrere a Strasburgo.

Il giudice inquirente ha disposto il sequestro di una somma pari a 1.650.000 euro ritenuti frutto di illeciti. Piras ha impugnato il sequestro davanti agli giudice di appello chiedendone il dissequestro. Richiesta rigettata in secondo grado e, di seguito, rigettata anche dal giudice di terza istanza. Piras si è quindi rivolto a Strasburgo lamentando sostanzialmente la sproporzione della somma sequestrata, la violazione del diritto di proprietà e la durata del sequestro, oltre alla ritenuta mancanza di prove in ordine al reato presupposto.

Reato presupposto che, però, è individuato dall’inquirente in bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e frode fiscale. Secondo Corte di Strasburgo il reato da cui provengono secondo l’accusa i denari e le motivazioni del sequestro sono chiaramente indicati: “Contrariamente a quanto affermato dal ricorrente – dice la Corte – la decisione di sequestro conteneva informazioni chiare sui motivi dell’applicazione della misura. Il giudice inquirente – prosegue la Corte – ha fornito vari dettagli specifici sulle operazioni bancarie che costituiscono il riciclaggio e si è riferito ad elementi di fatto riguardanti il rapporto tra l’imputato e la mancanza di ragioni coerenti della differenza tra il reddito della ricorrente e la sua proprietà”.

Il diritto di proprietà e l’interesse pubblico Altra eccezione sollevata era l’interferenza nel diritto di proprietà, tutelato dai diritti dell’uomo, ma che è possibile limitare da parte degli stati in ragione di un interesse pubblico, come la lotta al riciclaggio. Spiega la Corte che “l’applicazione di provvedimenti provvisori nel contesto di un procedimento giudiziario volto ad anticipare una possibile confisca di beni, è avvenuto nell’interesse generale della comunità. La Corte accetta pertanto che l’interferenza di cui trattasi persegua un legittimo scopo. Inoltre, la Corte ritiene che l’interferenza nel diritto di proprietà persegua anche un altro scopo legittimo, vale a dire la lotta contro il riciclaggio di denaro”.

Conferme, dunque, che arrivano da Strasburgo e che appaiono in linea con la giurisprudenza del Tribunale sammarinese. La durata del sequestro La corte si pronuncia anche sulla durata del sequestro, contestata dal ricorrente, sottolineando tra l’altro un dato su cui riflettere, cioè la complessità delle indagini per riciclaggio e, di conseguenza, la loro durata.

“La Corte rileva che il sequestro dei beni del ricorrente è una misura temporanea, che può essere confermata solo alla fine del procedimento penale. L’ordine di sequestro è stato rilasciato il 19 febbraio 2015 e pertanto è durato poco più di due anni. Alla luce della complessità del caso (riciclaggio di denaro internazionale che coinvolge dodici persone, diverse società e centinaia di operazioni bancarie complesse), la Corte non ritiene che la durata della misura sia irragionevole”.

La corte ha preso in esame anche la doglianza secondo la quale il ricorrente lamentava la violazione del diritto alla difesa. In realtà, assistito dal suo avvocato “ha partecipato ad un’udienza orale davanti al giudice di terza istanza, oltre ad essere stato convocato dal giudice inquirente per l’interrogatorio”.

Strasburgo ha quindi rigettato il ricorso, per alcuni punti, valutandolo irricevibile, considerato che il procedimento è ancora in istruttoria e non ha quindi concluso tutti i gradi di giudizio a San Marino. Per altri aspetto entrando nel merito e valutando corretti i provvedimenti adottati, compreso il sequestro. 

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