“Titani tra i titani”: la storia di Massimo Bonini, calciatore prodigio di San Marino alla conquista del calcio mondiale

Parte oggi una nuova rubrica di Libertas dedicata alle storie di campioni dello sport di San Marino che hanno portato il nome del proprio paese ai massimi livelli in giro per il mondo.

La rubrica si chiama “Titani tra i titani” ed è curata da Emanuele Giulianelli, giornalista sportivo con importanti collaborazioni tra cui The Guardian, The Independent, Corriere della Sera. Insieme e lui, e sull’onda dell’incredibile risultato alle olimpiadi di Tokyo, vogliamo far conoscere oltre ai nostri confini i personaggi, sammarinesi e non, che hanno brillato a livello internazionale.

La prima puntata non poteva che essere dedicata al primo sportivo sammarinese ad aver vinto un titolo mondiale: Massimo Bonini, immenso campione della Juventus e volto iconico del calcio sammarinese.

Buona lettura

Davide Giardi – Editore e responsabile editoriale di Libertas.sm

 

Se digitate nella ricerca di Google “Massimo B”, il quarto risultato in ordine d’importanza è Massimo Bonini, un nome che alle nuove generazioni non dirà più di tanto, ma che è stato, ed è ancora oggi, il più importante giocatore nella storia del calcio della Repubblica di San Marino.

Nasce nella capitale posta in cima al Monte Titano il 13 ottobre 1959 e ha iniziato a giocare a calcio nella Juvenes, formazione di Dogana; da lì alla Juventus il salto è notevole, anche se le due squadre sembrano separate solamente da un paio di declinazioni latine. In mezzo c’è un viaggio che dalla Serenissima fa passare Massimo prima a Bellaria, dove, appena maggiorenne, disputa il suo primo campionato in Serie D, poi a Forlì, in Serie C, prima di disputare due stagioni tra i cadetti a Cesena, dove conquista la promozione in Serie A.

Proprio contro il Cesena farà il suo esordio nella massima serie. Sì, perché le sue prestazioni in mediana, sotto la sapiente guida tecnica di Osvaldo Bagnoli, gli valgono l’attenzione e la chiamata da parte della Vecchia Signora del calcio italiano. Il Trap, infatti, ha bisogno di un paio di polmoni e di gambe giovani e forti per dare il cambio a quelle, ormai agli ultimi anni di carriera, di Beppe Furino.

Al debutto contro la sua ex squadra, Bonini fa il suo ingresso in campo al 54mo minuto al posto di quel Marco Tardelli del quale, nel corso degli anni, diventerà il fido scudiero in mezzo al campo: la Juventus si impone con un largo 6-1, tripletta di Bettega, doppietta di Scirea e gol di Fanna, con l’unica rete dei romagnoli messa a segno da Vinicio Verza. Su trenta partite di campionato, Bonini ne disputerà ventotto, con un unico gol realizzato all’ultima giornata del girone d’andata nella vittoria per 4-1 contro il sorprendente Catanzaro di Bruno Pace. Al termine della stagione, la Juventus si laurea campione d’Italia per la ventesima volta e si cuce la seconda stella sulla maglia: è il primo scudetto per Massimo Bonini e per un calciatore sammarinese. Anche se, in quegli anni, i giocatori del Titano sono assimilati per regolamento a quelli italiano, poiché la Federazione Sammarinese Giuoco Calcio, nata nel 1931, non verrà affiliata ufficialmente all’UEFA prima del 1988.

Bonini disputerà 9 partite con l’Italia Under 21, ma non indosserà mai la maglia azzurra della nazionale maggiore: “Se hai la fortuna di nascere a San Marino è giusto che giochi nella tua Nazionale. Io sono nato qui e qui ho sempre vissuto alla grande. Avevo anche i nonni italiani, e avrei potuto, ma sarebbe stato assurdo”, ha dichiarato in un’intervista del 2013 al Corriere di Bologna, che suona come una dichiarazione d’amore.

Nel 1982 a Torino arriva il numero dieci francese Michel Platini, vero e proprio pupillo dell’Avvocato Agnelli; Massimo Bonini e Marco Tardelli sono i giocatori deputati a rompere il gioco avversario in mezzo al campo e a rubare palloni per il nuovo arrivato, uno dei migliori giocatori del mondo. E quando lo stesso Agnelli sorprenderà Michel a fumare nello spogliatoio bianconero, si sentirà rispondere più o meno così: “Avvocato, l’importante è che non fumi Bonini: è lui quello che deve correre”, dando una pacca sulle spalle nude del biondo mediano. “Per me il mediano è come il batterista in un’orchestra perché sa dettare i ritmi – racconterà in seguito -. Deve coprire i buchi, occupare bene il campo. Non bisogna correre tanto, ma il giusto, perché a volte l’essere troppo veloce può mettere in difficoltà il compagno”. Il sammarinese, insomma, è uno che, come si usa dire nel gergo calcistico di quegli anni, canta e porta la croce. E i risultati sono davvero eccezionali.

Al termine della stagione 1982-83, culminata con la vittoria della Coppa Italia nella tiratissima doppia finale contro l’Hellas Verona, il numero quattro della Juventus si aggiudica il prestigioso Trofeo Bravo, assegnato dalla rivista Guerin Sportivo al miglior calciatore Under 24 d’Europa.

Il 1983-84 vede Massimo Bonini aumentare notevolmente il proprio personale palmares: alla già ricca bacheca juventina, infatti, grazie al determinante contributo del centrocampista di San Marino, si aggiungono un altro scudetto e la Coppa delle Coppe, competizione riservata alle formazioni europee vincitrici della propria coppa nazionale, conquistata nella finale di Basilea contro il Porto. La squadra di Trapattoni si impone sui lusitani con il punteggio di 2-1, grazie alle reti di Beniamino Vignola e del polacco Zibì Boniek: è il primo trofeo continentale per Bonini e per un calciatore del Titano.

Il successo in Coppa delle Coppe dà diritto alla Juventus di contendere la Supercoppa UEFA al Liverpool, vincitore della Coppa dei Campioni in quella serata di maggio allo Stadio Olimpico che per i tifosi della Roma si è trasformata in un dramma sportivo. I bianconeri vendicano i rivali della Serie A di quegli anni, imponendosi il 18 gennaio 1985 nella finale di Torino per 2-0, grazie a una doppietta di Boniek, sugli inglesi allenati da Joe Fagan; Massimo Bonini, ça va sans dire, è titolare con la consueta maglia con cucito il numero quattro sulle spalle.

Ed è titolare anche poco più di quattro mesi dopo a Bruxelles, in quello Stadio Heysel che è diventato l’antonomasia di una delle più grandi tragedie del calcio italiano ed europeo. In programma, nella capitale belga, la sera del 29 maggio 1985 c’è la finale di Coppa dei Campioni tra le Juventus e il Liverpool. Per i bianconeri, il massimo trofeo continentale è maledetto: non l’hanno mai vinto e gli è sfuggito per due volte in finale, nel 1973 e 10 anni dopo, perdendo in entrambe le occasioni per 1-0, rispettivamente contro l’Ajax e l’Amburgo. In particolare, la clamorosa sconfitta di Atene con il gol di Magath è una ferita talmente fresca che ancora brucia sulla pelle dei calciatori di Trapattoni, compreso Massimo Bonini, titolare contro i tedeschi nello stadio intitolato a Spiridon Louis, vincitore della prima maratona nella storia delle Olimpiadi moderne.

Quella di Bruxelles, però, non sarà una partita da ricordare. Trentanove tifosi, infatti, perdono la vita nella tristemente nota curva Z, travolti e schiacciati dai terribili hooligans inglesi, con il conseguente crollo del muro divisorio tra i settori. Panico, terrore, impreparazione totale del servizio di sicurezza belga: è l’inferno, ma la partita si gioca. Si deve giocare: le conseguenze dell’annullamento, dicono i responsabili organizzativi, sarebbero ancora peggiori. I giocatori non sanno nulla, non capiscono nulla, di quanto sta accadendo sugli spalti: arrivano feriti negli spogliatoi che provano a spiegare il dramma che sta accadendo, mentre loro si preparano a entrare in campo. E, sul rettangolo di gioco, la Juventus vince per 1-0 contro il Liverpool, conquistando quella Coppa dei Campioni che mancava dalla sua bacheca. “Non sapevamo assolutamente nulla, non si può festeggiare una Coppa dove sono morte 40 persone. Per fortuna abbiamo giocato sennò succedeva veramente il finimondo con molti più morti di quanti ce ne sono stati” ha dichiarato Massimo Bonini in seguito.

Fino al 1988, Massimo conquista, con la maglia bianconera, un altro scudetto e la Coppa Intercontinentale, vinta in finale contro l’Argentinos Juniors, diventando il primo sammarinese (seguito poi da Manuel Poggiali nel motociclismo) a conquistare un titolo mondiale. Passa poi al Bologna, dove ottiene una salvezza e un’incredibile qualificazione in Coppa Uefa, da capitano. “Dovevo essere acquistato dalla Lazio, invece che dal Bologna. Ero andato anche in sede, ma poi Corioni mi fece firmare un contratto per tre anni e la storia cambiò”, racconterà in seguito.

E, sempre con la fascia al braccio, Massimo Bonini scende in campo nella prima partita ufficiale nella storia della Nazionale di San Marino, il 14 novembre 1990 a Serravalle contro la Svizzera. La Juventus non aveva autorizzato il suo numero 4 a giocare nel 1986 contro la rappresentativa olimpica del Canada, impegno non ufficiale, dove aveva, però, dato il calcio d’inizio. “Perché ho scelto di giocare con la Nazionale di San Marino piuttosto che con quella italiana? Semplicemente perché sono sanmarinese e orgoglioso di esserlo”, dichiarerà in un’intervista.

Con la Nazionale, Massimo Bonini disputa 19 partite, fino al 1995. Appesi gli scarpini al chiodo nel 1997, in virtù dei suoi meriti sportivi, la Federazione Sammarinese Giuoco Calcio (FSGC) lo nomina miglior giocatore della sua storia nel 2004. E, nello stesso anno, la UEFA gli conferisce il titolo di Golden Player (Giocatore d’oro), come miglior calciatore di San Marino degli ultimi 50 anni.

 

Emanuele Giulianelli

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