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Alberoni a San Marino 17-29 ottobre 1739 |
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0-0 Sintesi 0-1 Presentazione 0-2 Premessa 2-Il coinvolgimento di Alberoni 5-Verso il giuramento Viva la libertà 6-Domenica 25 ottobre 1739, il giuramento 7-Dopo il giuramento
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- 7 - DOPO IL GIURAMENTO |
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La resa dei ProtestantiI consiglieri Protestanti, già elevati ad eroi il mattino, acquisiscono, il pomeriggio di quella stessa domenica 25 ottobre, col saccheggio, anche l'aureola dei martiri. Poi, però, cedono. Sul far della notte. Quando ancora c’erano i Soldati nelle Case, non sapendo a che partito apprendersi, essi risolsero di piegare il Collo. Dopo aver mandato varie e ripetute ambasciate di scusa à S. Eminenza, furono finalmente assicurati del perdono. Sotto scorta, tutti uniti alle 2 di notte [19,30 circa] dalla Pieve si portarono a Palazzo Valloni e si misero ad aspettare nell’anticamera. Aspettarono due ore. Solo verso le 4 furono introdotti all’Udienza di S. Eminenza che gli accolse con amore veramente paterno, racconta il Cronista pennese. Il Cardinale dopo un semplice atto di Sottomissione loro perdonò e ordinò, che ogni cosa loro tolta dal Popolo (?) fosse restituita, aggiunge il Commentatore riminese. Come hanno giustificato i Protestanti il rifiuto di giurare fedeltà alla Santa Sede in Pieve poche ore prima? Biagio Antonio Martelli scrive di suo pugno in un foglio: spontaneamente e liberamente dico, dichiaro e pubblicamente mi protesto che tal atto fu da me fatto per essere stato sedotto da alcuni di questa Città, e per il timore che avevo di perdere il Posto in cui mi trovo (cioè quello di Segretario della comunità). Gozi, i due Giangi, Onofri, Amatucci e Tini, tutti dicono di aver preso un abbaglio. Gozi, dopo aver giurato con gli altri, per viepiù dimostrare il gran Dispiacere che ha del suo errore, spontaneamente, e senza ricerca d’alcuno si profonde in una contorta, arzigogolata dichiarazione che i quattro notai meticolosamente riportano, per nulla insospettiti dal tono quasi farsesco che vi traspare. Gozi riferisce che questa mattina dopo aver egli fatta la Protesta ..., e nello stesso atto di partirsi dal Trono di Sua Eminenza si sentì talmente pentito, che se avesse potuto fare di non aver fatta la suddetta Protesta, volentieri l’avrebbe fatto, e se non avesse dubitato, che Sua Eminenza l’avesse rigettato dal Trono sarebbe ritornato a disdirsi, et avrebbe cogl’altri preso il sudetto Giuramento di Fedeltà ... assicurando l’Eminenza Sua, che infinito è stato, et è il ramarico, che a causa di questo suo Trascorso ha risentito, e risente, protestandosi come sopra Suddito fedelissimo della Santa Sede. Lo stesso Gozi, autore di cotanta gratuita esternazione, due giorni dopo riferirà al figlio del saccheggio della loro casa in conseguenza del suo coraggioso e arditamente motivato rifiuto di giurare in Pieve. Gli dirà del successivo perdono ricevuto dal Cardinale assieme agli altri. Nemmeno un accenno, però, alla - poco onorifica e decisamente non educante - ritrattazione. Troppo difficili da spiegare ad un ragazzino le contraddizioni della politica? Alberoni sembra non rendersi conto che le ritrattazioni sono espresse in termini così esagerati per far meglio risaltare che sono conseguenza del ricatto perpetrato col saccheggio. Avranno buon gioco i sammarinesi a sostenere che tali ritrattazioni, essendo evidentemente forzate, non militano punto per prova di una libera dedizione ..., ma fanno prova in contrario. I rifiuti sono espressi in pieno giorno, in luogo pubblico e davanti ad autorevoli testimoni esterni, mentre le ritrattazioni avvengono in ore notturne, nel chiuso di una stanza e alla sola presenza di uomini del seguito del Cardinale. Le ritrattazioni a Palazzo Valloni nella sera di domenica 25 vengono firmate da persone cui stanno saccheggiando la casa. Dato che su di esse la macchia della coercizione è più evidente, i sammarinesi utilizzeranno proprio tali carte per sostenere che anche tutte le altre carte contenenti le dedizioni raccolte da Alberoni in precedenza, sono ugualmente frutto di una coercizione, perciò nulle sul piano del diritto. La resa dei Ribelli ‘irriducibili’Lunedì 26 Valerio Maccioni e Lodovico Belluzzi chiedono di uscire dal carcere per scendere a Palazzo Valloni. Unitamente a Filippo Manenti, ritornato appositamente dall’esilio, pure essi, Consiglieri del primo Rango ... in qualità di gonfalonieri, tutti e tre, assieme, verso sera, ... come gli altri colleghi del giorno precedente, prestarono ... in mano di S. E. il giuramento solenne di fedeltà al S. Pontefice Romano. Non sappiamo se anch’essi hanno dovuto fare ore ed ore di anticamera. E’ certo che pure da questi tre Alberoni non si accontenta di una ritrattazione verbale. Chiama i soliti notai e, come testimoni, i soliti personaggi del suo seguito. Con questi ultimi tre, lunedì 26, diventano dieci in totale i consiglieri che hanno giurato fedeltà alla Santa Sede. Ciascuno di essi, con tanto di rogito notarile, si è fatto suddito del papa. Quindi è soggetto anche all’autorità dello stesso Alberoni, Delegato Apostolico del papa, cioè alter ego del papa. Se, ad esempio, uno di loro osasse mancargli di rispetto o non eseguisse un suo ordine, potrebbe essere accusato di ribellione. Per i ribelli, si sa, c’è la forca. E non occorre forzare il diritto. Alberoni è uso citare, in proposito, il card. Benedetto Accolti che, in quel di Ancona, coi ribelli, non esitò, appunto, ad adoperare la forca. Alberoni, a questo punto, potrebbe andare avanti nella raccolta dei giuramenti, chiamando tutti i restanti consiglieri a Palazzo Valloni singolarmente o a gruppi. Non lo fa. Probabilmente non lo ritiene necessario. È convinto che chi non ha osato contestarlo domenica 25 o nei giorni precedenti, ragionevolmente non lo farà più, dato che ormai chiunque abbia osato farlo, poi si è ricreduto e con un giuramento formale registrato in un verbale steso da un notaio si è fatto suddito del papa. Egli pensa che dopo la capitolazione dei contestatori non ci sarà più difficoltà a ottenere da parte dell’intero Consiglio l’approvazione di un documento sulla dedizione della Repubblica alla Santa Sede. Per cui non esita a convocare il Consiglio. Un Consiglio, regolarmente convocato, che approvasse un atto di dedizione della Repubblica alla Santa Sede, finirebbe per sanare ogni vulnus nello svolgimento dell’intera vicenda. Risulterebbe minimizzata la portata negativa anche dell’uso dei soldati. Anche del saccheggio. In fondo, nell’intera vicenda, nessuno ha subito un graffio. Nulla è stato danneggiato irreparabilmente. La quasi totalità delle cose sottratte nelle abitazioni sono state restituite ai legittimi proprietari entro la mattina del giorno dopo. Alberoni ancora una volta è portato a credere di avere risolto la partita. Quanto alle reazioni dall’esterno al suo operato, poi si vedrà. Già il fatto che da Carpegna non si registri alcun movimento di soldati e che da Roma non gli sia stata segnalata una qualche emergenza, per lui è rassicurante. Alberoni: un uomo tenuto d’occhioAnche se ad Alberoni, a distanza di più di una settimana dall’inizio dell’operazione, non sono pervenute notizie di particolari reazioni dall’esterno, non è che quel che succede sul Titano passi inosservato. Anzi. Se ne interessano - data la celebrità del protagonista - anche alcune potenze d’oltralpe, oltre ai tanti staterelli della penisola italiana (anche minimi come Lucca e Modena), timorosi di ogni più piccolo cambiamento che perturbi il delicato equilibrio sul quale poggia la loro speranza di sopravvivenza. Il card. Giulio Alberoni, benché di età così avanzata, benché assente ormai da una ventina d’anni dalla scena della politica attiva europea, è ancora tenuto d’occhio. Specie dopo che, a sorpresa, Clemente XII l’ha rimesso in gioco con l’affidamento della Legazione di Romagna, una terra per la quale sono usi passare tutti gli eserciti, stranieri, che corrono la penisola. Anche la sua sortita a San Marino non è certo sfuggita. E fin dal primo momento. Un informatore riminese del re di Francia ha annotato ogni mossa: Alberoni è arrivato in città il 16 ottobre sul far della notte e la mattina delli 17 ottobre sull’ore 13 se n’è andato in incognito con due calessi verso la repubblica di San Marino; nella notte del 18 c’è stata la chiamata di tutta la milizia urbana, con carabini, levati dall’armeria della fortezza di questa città; a mezzanotte sono partiti 200 uomini armati, con un carro di munizioni di guerra, ed altro da bocca, consistente pane et 3 o 4 bovi e, fatto giorno, è partito alla volta di San Marino il Signore Avvocato Bartolomeo Bonzetti, chiamato colà su da S. E. in compagnia del Signor Dottore Bianchi. Il messaggio dell’informatore riminese è fatto arrivare a Parigi via Roma per il tramite dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Ambasciata cui, fra l’altro, non è sfuggita la corsa di Maggio, una sera, in casa di Corsini, appena ricevuto un messaggio dai concittadini del Titano. Nell’occasione venne pure fatto sapere prontamente a Parigi che Alberoni si era fatto portare sul Titano tutti gl’abbiti pontificali per volervi la mattina di Domenica cantare solenne Te Deum. Interviene il card. De TencinIl card. De Tencin, in qualità di rappresentante francese presso la Santa Sede, lunedì 26 parla col papa de l’expédition de San Marino. Il papa ribadisce che tutto è avvenuto contro la sua volontà (a été faite contre son intention), per cui i sammarinesi, se vorranno, riacquisiranno ben presto la loro libertà. Di ritorno dall’udienza papale, per accertarsi meglio di come stiano le cose, il card. De Tencin passa chez M. le Cardinal Firrao. Gli viene ribadito che effettivamente si tratta di un colpo di testa di Alberoni, mosso da un astio del tutto personale contro San Marino (son ressentiment particulier contre cette petite republique). Il card. De Tencin riferisce al suo governo di aver sollecitato il Segretario di Stato (j’exhortay M. le Cardinal Firrao) ad attivarsi perché non appaia che il papa si è messo a fare conquiste (afin de ne pas laisser croire que sa Sainteté ait jamais eu intention d’envahir le bien d’autruy). Dice di esser stato così duro con lui perché è certa la sua complicità con Alberoni come si desume dalle Istruzioni a suo tempo impartitegli (la lettre que le Cardinal Firrao écrivit au Cardinal Alberoni en luy envoyant copie du bref). Nei Caffè romaniIn una lettera scritta - si presume - da un funzionario della curia romana a un sammarinese si legge: ieri la Santità Sua si espresse col Sig. Card. Di Tansé, che venne - appositamente? - d’Albano, a fine di parlarli di questo fatto. Il papa è stato chiaro. Ha detto che intendeva di essere Protettore, e non distruttore di detta Repubblica. Ed ha ribadito che tutto l’operato del Sig. Card. Alberoni, era contrario alle istruzioni dateli dalla Segreteria di Stato, e che di puro suo capriccio egli aveva commesso tutte le scene, che qua si sono sapute. Di dette scene, di cui Alberoni si è reso protagonista sul Titano, ormai si parla in tutti i Caffè, precisa il funzionario. Nell’ultimo arrivo della posta a Roma ben cento lettere - come dire un numero enorme - avevano per oggetto proprio San Marino. Qualora i sammarinesi voglino restare nella loro antica Libertà, scrive il funzionario, Nostro Signore assolutamente non intende levargliela. Siccome non c’è dubbio che ci vogliono restare - a meno che non abbiano affatto perduto il cervello! - egli dà per certo che assolutamente continueranno a stare come stavano, e sarà nullo nullissimo tutto l’operato dal Sig. Card. Alberoni. Il funzionario, a dir il vero, non è un osservatore neutrale. È alquanto interessato a che San Marino ritorni presto nella sua antica Libertà. Interessato personalmente. Di lì il suo interlocutore sammarinese gli manda, almeno una volta all’anno, un barattolo di tabacco. Di quello buono, però. Ben diverso, per qualità, dallo stabbio della baiochella che si usa a Roma. Lui quella roba lì venduta a Roma, pel naso non la mette di certo. Con tanta gente che muore all’improvviso! Date le attuali emergenze, in attesa che si trovi qualche maniera di farglielo recapitare, sarà bene, che il Tabacco stesso continui à star chiuso, e compresso nel vaso, perché sempre più diventerà migliore. Questa è la sua vera preoccupazione. I sammarinesi all’attaccoL’interesse di Roma e delle corti - e, a quanto pare, anche della gente comune che frequenta i Caffè - per la vicenda sammarinese è alimentato dai sammarinesi stessi. Si distingue in quest’opera, oltre a Maggio, l’abate Marino Zampini. Zampini, appena saputo del blitz alberoniano sul Titano, scrive a Gian Benedetto Belluzzi per suggerire di fare, dice, una scrittura jstorica della nostra Libertà, di tutto il fatto fondato sul diritto pubblico, affidandone la stesura a Ludovico Antonio Muratori. Muratori non pare che si sia impegnato direttamente nella stesura di pubblicazioni contro Alberoni. Lo fanno di certo invece da Pesaro, sotto la copertura della Legazione d’Urbino, Annibale de- gli Abbati Olivieri e Luc’Antonio Gentili, pressati dal sammarinese Francesco Maria Belluzzi, suocero dell’Abbati Olivieri. Da Pesaro, fra l’altro, è lanciato contro Alberoni quel siluro costituito dalla lettera di Gozi al figlio, studente appunto in quella città, in cui gli racconta della cerimonia del giuramento e, in particolare, del saccheggio subito dalla loro casa. Il ragazzo è ospite dell’abate Luc’Antonio Gentili, suo precettore. Nella lettera Gozi dice al figlio di essere ovviamente dispiaciuto per i danni che la loro casa ha subito, ma poi aggiunge: consolomi che non ho fatte infamità, e ciò rende quieto anche voi. Confessa di sperare che gli uomini d’onore apprezzino il suo gesto. Comunque non è affatto pentito: dormo tutti i miei sonni, come se avessi avuto una eredità. Non manca uno sfoggio di ‘latinorum’ nei confronti dello studentello: S. Marino ‘est vir magnus valde’. Infine, per sdrammatizzare ulteriormente, dopo avergli riferito che i soldati hanno portato via anche gli Orinali, aggiunge un’altra nota di colore: il mio calamajo e spolverino sono andati, e per candeliere mi servo con tutta allegria di un Fiasco. Pare che Gentili, vista la lettera in mano al ragazzo, ne sia rimasto colpito e l’abbia mostrata a diversi conoscenti ed amici, fra cui Francesco Maria Belluzzi. Certo è che il testo, forse sapientemente rielaborato col concorso di più mani, non escluse quelle di Annibale degli Abbati Olivieri, è mandato a Roma. A Roma arriva sotto gli occhi del card. Acquaviva, il quale ne ordinò la stampa con averne fatte spargere centinaia di carte per l’Italia e per l’Europa, onde fu tradotta la Lettera in francese, inglese e venne trascritta nelle Gazzette e paesi oltremontani e di nuovo tradotta in italiano ne’ Mercurii di Venezia. Alberoni prepara i bagagliAlberoni, non avendo ricevuto nuovi ordini da Roma, continua ad arrovellarsi per portare a termine l’incarico che Roma gli ha affidato. Fatto convocare il Consiglio per mercoledì 28, adopera la giornata di martedì 27 per sbrigare alcuni impegni che perfezionino l’acquisizione della ex Repubblica. Come ogni volta che un luogo passa sotto l’amministrazione diretta della Santa Sede, l’archivio pubblico viene ‘depredato’ a favore dell’Archivio Segreto Vaticano. Però Alberoni non manda subito tutti i documenti a Roma. Con l’aiuto di Bianchi già nella settimana precedente aveva eseguito una prima scrematura al fine di racimolare le prove storico-giuridiche dell’alta sovranità della Santa Sede sul Titano e quindi della legittimità della sua operazione, come atto interno allo Stato della Chiesa. Erano stati selezionati una ventina di pezzi fra documenti, Pergamene e Libri. Solo questi lasciano il Titano martedì 27 con gran parte del bagaglio personale del Cardinale, che è spedito alla volta di Rimini scortato da una trentina di soldati. Quanto al resto dell’archivio, tutte le scritture ... furono riposte e sigillate in due casse, pronte per essere inviate a Roma successivamente. Altra prassi consuetudinaria nell’acquisizione di un luogo da parte della Santa Sede era la disseminazione di stemmi pontifici, in pietra, sulle porte e sugli edifici pubblici. Alberoni si limita a farne dipingere qualcuno qua e là. Per far sapere a tutti chi è, d’ora in avanti, il padrone del luogo, cioè il papa, ha trovato un altro modo: collocarne l’effigie, un busto in marmo, nella sede del governo, il Palazzo Pubblico. Del progetto ha già fatto partecipe Roma con una lettera ad hoc spedita sabato 24. Martedì 27 egli sale appositamente coi ... Tiranni a Palazzo e assieme a loro decide dove mettere il busto del papa. Sotto la Loggia. Successivamente una lapide, illustrando i fatti, celebrerà pure i meriti del papa e dello stesso Alberoni nei confronti del luogo, per averne assecondato la richiesta di dedizione alla Santa Sede. Cosa ci sarà scritto in quella lapide? Bianchi dice che il Cardinale si era rivolto a lui per il testo. Testo che egli effettivamente prepara. E, a sentire lui, Bianchi, ne vien fuori un qualcosa di eccellente, di consono alla grandezza dell’impresa e al genio … dell’autore. L’iscrizione di BianchiÈ così certo, Bianchi, di aver fatto un’iscrizione di gran pregio, da volerne subito far partecipi i suoi corrispondenti della ‘Repubblica letteraria’. Spedisce il testo a destra e a manca con questa specificazione: Iscrizione ... fatta d'ord.e di S. Em.za Alberoni da porsi sotto il busto di N. S. Clemente XII che collocherassi nella facciata del Palazzo del Consiglio della ex Repubblica di San Marino. Ed a ogni interlocutore Bianchi chiede di farla conoscere anche a Let-terati suoi amici. In-somma di diffonderla. A uno di questi corri-spondenti Bianchi confi-da: questa iscrizione ben che dica che sia stata una volontaria dedizione della Repubblica, contuttocciò in realtà è stata più una vera sorpresa che una spontanea resa. E se non comparivano ducento-quaranta Soldati Rimi-nesi armati, nè i Capitani della Libertà (così chia-mavano i loro Dogi) né gli altri Senatori venivano a prestar obbedienza al Legato. Fra i tanti corrispondenti di cui Bianchi ricerca il giudizio (o, meglio, l’elogio), ovviamente c’è Muratori, generalmente ritenuto l’esperto sommo in materia. Perciò questi vien prima di tutti gli altri nell’attenzione di Bianchi. Muratori fa sapere di non aver nulla da obiettare sulla iscrizione per conto del Latino. Poi, caustico, aggiunge: le manca solo un pregio, cioè la verità. Lui, Bianchi, replicherà che quel che conta sono i fatti. I fatti secondo lui dicono che senz'altro ... resterà spenta questa quarta Repubblica d'Italia, che si pregiava di chiamar sua sorella quella di Vinegia. Deciso, martedì 27, dove collocare il busto del papa, previsto dove si murerà la lapide con l’iscrizione confezionata da Bianchi (o da altri, si vedrà), ad Alberoni non resta che accingersi a compiere l’ultimo atto: appunto quello della formalizzazione della dedizione spontanea della ex Repubblica di San Marino alla Santa Sede, mediante una deliberazione ufficiale del Consiglio convocato per l’indomani. Arriva il papaMercoledì 28, giorno stabilito per la riunione del Consiglio, racconta il Cronista pennese, verso le 16, cioè le 9,30 circa, sopra un carro tirato da quattro paia di Boi giunsero due grandi Casse con dentro una bellissima statua di Nostro Signore Clemente XII felicemente regnante, fatta di marmo bianco da eccellente Scalpello, colla quale non poteva più al vivo, et al naturale scolpirsi dall’artista, il Sommo Pontefice suddetto, come si espresse S. E. che si portò a vederla. Alberoni non è ovviamente l’unico a recarsi a vedere la statua. In un paese senza prìncipi e senza casati di grande ricchezza, quell’ingresso è un evento così eclatante da calamitare certamente l’attenzione di tutto il paese. Se non altro per quel traino, evidentemente rapportato non al peso della statua, ma a quello dell’autorità che rappresenta: il papa. In tanti si saranno accodati al carro e saranno saliti su fino al Palazzo Pubblico e avranno paragonato le delicate fattezze in marmo di Clemente XII, opera di uno scultore romano, a quelle del Santo Marino, in Pieve, ricavate nel sasso dalle mani di uno scarpellino. Proprio lo stesso mercoledì 28 ottobre in cui Alberoni ‘insedia’ il papa sul Titano come il nuovo signore e dominatore del luogo, i sammarinesi di Roma comunicano ai concittadini del Titano che quello stesso papa, il Santo vecchio del Papa, come dicono loro, ha di nuovo apertamente disapprovato tutto il fatto del Legato. Ed è vero. Su ordine del papa, proprio lo stesso giorno, Firrao in una lettera ufficiale della Segreteria di Stato è costretto a scrivere ad Alberoni: di tutto quel che và accadendo in S. Marino, è pervenuta à Nostro Signore Relazione molto diversa della più vera, che ne abbiamo da lei ricevuta, e quantunque la S. S. si persuada, che quella sia stesa con passione, e perciò sia alterata, mi ha comandato ad ogni modo di rimetterla a V. E. per sua notizia. Detta Relazione non è che la Informativa spedita dal Titano martedì 20 ottobre e consegnata a Corsini da Maggio. Firrao la manda ad Alberoni per espresso ordine del papa. Come dire: Signor Cardinale, questa è la verità vera, quella fattaci conoscere dai sammarinesi, e non quella descritta nei suoi rapporti! Mercoledì 28, il ConsiglioIl Consiglio ha luogo mercoledì pomeriggio, 28 ottobre, nella sala apposita del Palazzo Pubblico. Presiede il neogovernatore, dottor Gaspare Fogli, aiutato da papa Clemente XII in effigie nell’atrio dello stesso Palazzo e dal card. Giulio Alberoni in carne ed ossa in una stanzetta lì accanto. Fuori, nel paese, ci sono ancora i soldati. Gli ospiti se ne sono andati. Nel caso che si debba mostrare i muscoli, questa volta non ci saranno fra i piedi ingombranti testimoni esterni. Della riunione Alberoni, quello stesso giorno, fornisce questo resoconto: il Consiglio Generale ... oggi ha installato il Governatore da me eletto, ed in nome di tutta la Città di San Marino e suoi annessi, ha riconosciuto per Signore e Sovrano il Papa. In effetti le cose non sono andate così. Il Consiglio è chiamato ad esprimersi sulla proposta di rassegnare nuovamente l’ubidienza e vassallaggio al Sommo Pontefice con una lettera allo stesso Pontefice firmata da tutti i consiglieri. Ebbene sentiti sopra di ciò li sentimenti, e aringhi de’ Consiglieri secondo il costume, eccettuatine li Signori Loli, Belzoppi, e Giuliano Ceccoli, gli altri furono di sentimento si soprasedesse dallo scrivere al Papa detta lettera. Dunque per la seconda volta il Consiglio, rifatto da Alberoni, disobbedisce ad Alberoni e rigetta la dedizione. È avvenuto domenica 25 in Pieve attraverso il rifiuto individuale dei singoli consiglieri interpellati uno ad uno. Mercoledì 28 il rifiuto è espresso in forma collegiale. Ed è espresso in termini così netti che ad Alberoni, anche questa volta, non resta che sospendere la consultazione: stante la qual contrarietà dei pareri della maggior parte de’ Consiglieri, il Signor Governatore stimò espediente di non far ballottare la proposta. Come domenica 25, così mercoledì 28, Alberoni non va avanti fino alla conta finale. Sarebbe stato troppo umiliante per lui, per la Santa Sede, per il papa stesso. Diversamente da domenica, però, questa volta le due parti non si irrigidiscono o, comunque, non rompono. Entrambe, questa volta, hanno interesse a trovare un punto d’incontro che sia, per ciascuna, non troppo umiliante e non pregiudizievole di sviluppi futuri. Alberoni non può lasciare il Titano senza avere qualcosa in mano che parli di dedizione a livello di Consiglio. Ed i sammarinesi, che non desiderano certo trattenerlo, si arrabattano alla ricerca di un ripiego per non fare quest’atto di ... sommissione di tutto il Corpo del consiglio. Però, realisticamente, si rendono conto che non possono farlo con una aperta negativa. Devono trovare un modo soft per esimersi da ulteriori violenze. Un documento tormentatoPer esimersi da ulteriori violenze, un qualche documento, dunque, i sammarinesi sono disposti a sottoscriverlo. Purché sia confezionato come vogliono loro. Ne vogliono discutere forma e contenuto. Si parte dalla forma. Si trova l’accordo proprio sulla lettera. Però con tanti cambiamenti rispetto alla proposta iniziale. Cambia il destinatario: non più il papa, ma lo stesso Alberoni. Ed Alberoni non nella veste di Legato di Romagna, ma in quella di Delegato Apostolico. Cambiano i firmatari: non i singoli consiglieri, ma il Gonfaloniere ed i due Conservatori, cioè le autorità di governo. O, meglio, del nuovo governo, quello nominato dallo stesso Alberoni. Come dire un governo imposto, quindi illegittimo. Un governo fantoccio, diremmo oggi. Terminata la trattativa sulla forma del documento, si passa al contenuto. Già, perché la delega a firmare, rilasciata ai rappresentanti del nuovo governo, non è in bianco. La trattativa sul contenuto è lunghissima. Per ore gli intermediari devono fare la spola fra la sala del Consiglio e la stanza di Alberoni, il quale interviene anche direttamente sul documento, fino ad apportarvi correzioni di proprio pugno. Viene fuori uno scritto che non è certo un capolavoro letterario, almeno per quanto riguarda la chiarezza. Si ha motivo di ritenere che, da un certo momento in poi, gli incaricati della stesura materiale, stanchi dell’andirivieni, abbiano finito per accantonare ogni preoccupazione circa la leggibilità e la coerenza del testo, pur di fornire ad entrambe le parti l’appiglio per cavarsela in qualche modo e porre così fine a quell’impasse pericolosa oltre che imbarazzante. Il riconoscimento della sovranità della Santa Sede sul Titano, che doveva costituire il punto nodale del documento, praticamente è soppiantato dalla richiesta dell’instaurazione di un rapporto diretto fra sammarinesi e papa per discutere di privilegi. I privilegi e il circondarioL’argomento dei privilegi attorno a cui ruota gran parte della lettera era stato introdotto all’inizio della seduta dal governatore e doveva costituire, come già nei giorni che hanno preceduto la cerimonia di domenica 25, il punto di forza di Alberoni per far approvare la dedizione. A ridosso della riunione del Consiglio, quello stesso mercoledì, Alberoni aveva promulgato un altisonante decreto contenente la lista dei privilegi pubblicizzata già sabato 24 con l’affissione di manifesti. I privilegi in questione sono oggettivamente di qualità e quantità assai elevate. Alberoni va oltre le facoltà ordinarie in materia che gli derivano dalla carica di Cardinal Legato della Romagna e va oltre anche quelle straordinarie concessegli come Delegato Apostolico. Infatti gli era stato imposto questo limite: i nuovi privilegi non ridondino in danno, e pregiudizio degli altri sudditi dello Stato Ecclesiastico. Insomma si sarebbe dovuto evitare che attorno a San Marino emergessero reclami, proteste, invidie. I ‘normali’ sudditi che abitano al di là dei brevi confini della ex Repubblica, nell’apprendere di tanta manna che sta per arrivare ai sammarinesi, lì a due passi da loro, non stanno zitti. Bianchi si limita ad annotare che San Marino per l’innanzi sarà non più Terra ma Città. Il che non è poco se si considera che a Pennabilli e a San Leo si sono impegnati per secoli i migliori cervelli delle due località e si sono sciupate risorse a fiumi per guadagnare, un luogo a scapito dell’altro, il riconoscimento di Città. A Talamello, che non aspira a diventare Città, invece la gente è costretta a fare ben altre considerazioni. A Talamello, recentemente, forse proprio su intervento di Alberoni, era stata tolta la libertà di ... battere la polvere da sparo. Attività che da secoli per il luogo aveva costituito una importantissima fonte di reddito. Ebbene, sopprimendo detta attività, le autorità pontificie si sono, per così dire, dimenticate di ridurre in parallelo i gravami fiscali. La povera Comunità lo ha fatto subito presente: come potrà resistere al pagamento di tante contribuzioni, essendole venuta meno quella fonte di reddito eccezionale? Tutto inutile. Gli abitanti di Talamello in quel 1739 sono letteralmente disperati. Non s’anno a che partito appendersi vedendosi per così dire abbandonati da tutti, inascoltati da tutti. Eppure loro - ecco il punto - sono sempre stati buoni e fedeli sudditi della Santa Sede. Non hanno mancato mai di rispetto né al papa né al Cardinal Legato, Giulio Alberoni. Ben altro il comportamento dei sammarinesi. I sammarinesi nei confronti di Alberoni già s’erano esibiti pronti alla di lui venuta di prestare il giuramento ma poi, al momento di mettere nero su bianco, li mancarono. Insomma non onorarono l’impegno preso. Ebbene, i sammarinesi, non solo non vengono puniti, ma - incredibile! - si è veduta la confirmazione dei loro privilegi col accrescimento. Alberoni in persona ha confermati loro tutti li ... Privilegi di far polvere e tabacco, ed altri contrabandi di merci come godevano per il passato. Addirittura è arrivato a levarli il Fisco. Per intero. E tutto abbenché esso Porporato fosse per così dire stato riscontrato da questi Signori! Insomma, secondo gli abitanti di Talamello, nello Stato della Chiesa, peggio ci si comporta e meglio si è trattati. No al baratto privilegi e libertàI sammarinesi, contrariamente alle aspettative di Alberoni, alle certezze di Bianchi ed alle convinzioni di quelli di Talamello, non accettano di barattare la libertà coi privilegi. Ancora una volta i consiglieri, nella stragrande maggioranza, si pronunciano, mercoledì 28, contro la dedizione della Repubblica alla Santa Sede. Zampini da Roma, quello stesso mercoledì 28, non avendo ancora avuto notizie di quanto successo negli ultimi giorni sul Titano, sprona i concittadini a resistere: che stieno forti e non si pregiudichino. Teme che ceda proprio il Consiglio, come si evince da una sua lettera a Gian Benedetto Belluzzi a Bologna. La lettera si conclude con un invito allo stesso Belluzzi: se anche lei colà si portasse in tempo di Consiglio, non sarebbe che bene. Ovviamente Zampini non sa che proprio in quello stesso giorno il Consiglio è riunito sul Titano. Come pure non sa che Belluzzi ha perso il suo seggio in Consiglio a favore del fratello Lodovico. Quel viaggio sarebbe stato inutile. I sammarinesi del Titano hanno trovato comunque la forza di respingere la proposta della dedizione, anche senza la presenza fisica accanto a loro di Gian Benedetto Belluzzi e nonostante gli allettamenti di Alberoni e nonostante che Alberoni sia ancora lì, ancora con un buon numero di suoi soldati. La partenza di AlberoniGiovedì mattina 29 ottobre Alberoni lascia il Titano sul far del giorno per rientrare a Ravenna. Non c’è nessuno davanti a Palazzo Valloni o per il paese a salutarlo. Dalla Rocca si sentono degli spari a salve di mortaretto. È arrivato solo e parte solo. I vertici governativi sammarinesi erano andati la sera prima ad augurarli il buon viaggio, puntualizza il Cronista pennese. Alberoni - continua il Cronista - calò appiedi in Borgo, dove trattenutosi per circa mezz’ora, salito indi nel suo Carozzino col seguito di tutta la sua famiglia, e di alcuni Sig.i Sammarinesi si pose in viaggio per la volta di Rimino. Fa sosta a Serravalle. Nell’avvicinarsi l’E.S. al Castello di Seravalle, si cominciò a sentire il suono delle Campane, e giunto nel Castello medesimo si vidde ivi radunato tutto il Popolo di detto luogo, e suo Territorio, che gli fece ala nell’ingresso, per il che S.E. fece alquanto fermare il Carozzino, dimostrandone gradimento, e nel rimettersi in Viaggio, si sentirono alte voci si d’Uomini, che di Donne e Ragazzi, che più e replicate volte gridarono: Eviva il Papa e Viva l’Emo Alberoni! I soldati partono con Alberoni. Non rimangono sul Titano che 6 sbirri, un’inezia rispetto ai 50 uomini che, secondo quanto il Cardinale aveva scritto a Firrao sabato 24, avrebbero dovuto costituire, di qui in avanti, un presidio militare fisso per tenere sotto controllo il paese. Il paese sembra in quiete. Alberoni crede o vuol far credere a Roma che i sammarinesi sono pacificati: per ridurli a questo segno mi sono trovato in più di una agitazione, e fra quante ho provato nel corso della mia vita, che non sono state poche, e grandi, questa non è stata inferiore d'ogn'altra. Alberoni ha sparso danaro?I sammarinesi accuseranno Alberoni di aver fatto uso non solo della forza militare ma anche della corruzione per piegarli. Fin dal suo arrivo. È scritto nella Informativa: le voci d’Eviva a Serravalle al mattino del primo giorno, sono state sol proferite da due, o tre Mendichi, a quali ... fu sparso del danaro. Alberoni ribatterà, parlando di se stesso in terza persona: lo avrà costui forse sognato cotesto danaro, perché ogni maluomo immagina facilmente anche sognando ciò, a che lo porta l’ingordo suo appetito, ma il Cardinal Alberoni ispirato da Dio ebbe per tentazione il pensiere, che gli era venuto di farlo, e se ne astenne affatto, e ne meno un quattrino fe’ dare per limosina ad un mendico. Egli, ben consapevole della Sovrana intenzione Pontificia, ch’era non solo di non usar violenza, ma ne meno arte per guadagnare il Popolo minuto, ha saputo schivarne qualunque occasione, fino a guardarsi di spargere ne pure denaro alla Plebe, come pur si suole, ed è proprio farsi in simil circostanze. In effetti il Cardinale per guadagnare il Popolo minuto non ha esitato a spargere ... danaro, come del resto aveva messo in programma ancor prima di partire. Di danaro, danaro spicciolo, ne è certamente corso anche in vista della cerimonia di domenica 25. O almeno ne è stato fatto arrivare da Ravenna, alla vigilia, un bel rottolino sigillato con i mezzi paoli. E non è corso solo danaro spicciolo. I collaboratori del livello di Bianchi sono stati compensati, profumatamente, dice Bianchi stesso, con cedole. Insomma tutti quelli che hanno servito in qualche conto la S. Sede per quella sorpresa, sono stati ben ripagati. Il flusso delle elargizioni era regolato, materialmente, dal Sig. Bonamici Banchiere di Rimini, sempre accanto al Cardinale, come un maggiordomo, un Maestro di Casa. Dirà Alberoni al Firrao: Bonamici m’ha assistito in questo grandissimo imbroglio [sic] con la sua persona e borsa. Al termine della vicenda Alberoni chiederà a Firrao di dare ordine per liquidare Bonamici sulla base di una lista di spese che ... lui, solo lui, Alberoni, vedrà! Alberoni, poi, gratificherà Bonamici con la concessione, per altri cinquant’anni, dell’uso dell’acqua per comodo del Filatoio da Seta che egli possiede nella zona di Santarcangelo, con esonero da qualsiasi gabella. Un trattamento particolare Alberoni lo ha riservato ai parroci. Ha distribuito ad essi certamente del danaro e con una certa abbondanza, sotto forma di elemosina per i poveri della parrocchia. Forse il più beneficiato è quello di Serravalle: riceve più denaro degli altri e anche compensi di altro tipo. Oltre a nominarlo arciprete come promesso all’inizio, Alberoni, prima di lasciare San Marino, lo fa suo Familiare, con annessi privilegi ed esenzioni. |
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