|
||||||
|
Libera abuntrocle Relinquo vos liberos ab utroque homine |
||||||
|
0-Premessa 3-Carpegna e San Marino, un tandem
|
- 3 - CARPEGNA E SAN MARINO, UN TANDEM |
|||||
|
La legittimazione dei Carpegna I sammarinesi, in linea con l’antico convincimento, affidano dunque alla riscrittura della Vita del Santo la legittimazione del loro status. I Carpegna pure si pongono il problema della legittimazione dei loro feudi sebbene, per le posizioni che occupano ai vertici dello Stato della Chiesa, non paventino di certo attacchi come quelli portati ai Fregoso di Sant’Agata Feltria o agli Ubaldini di Apecchio. Essi ricorrono non, ovviamente, alla Vita di un Santo, ma alla storia del diploma di investitura del feudo: rilascio e successivi passaggi. Ne è autore Pier Antonio Guerrieri, un parroco del loro feudo. Scrive “La Carpegna abbellita et il Montefeltro illustrato”. Dell’opera, divisa in quattro parti, saranno pubblicate subito, nel 1667 e nel 1668 ed a spese dei Carpegna, solo le tre riguardanti appunto i Carpegna. Il Valli aveva fatto risalire l’origine dell’autonomia sammarinese all’Antico Impero Romano parlando di una “Matrona idolatra ... Signora di giurisdittione” che dona il monte con annessa “giurisdittione”. Analogamente il Guerrieri esordisce sostenendo che “dal Sommo Imperio, e da gl’Imperatori Romani hà havuto principio, et dipende la Signoria, et dominio de Conti di Casa Carpegna”. Nel 466 un certo “Armileone Carpegna ... hebbe in dono il Dominio, e Stato del Monte, che dal Cognome di lui acquistò il Nome di Carpigno”. Il “dono” gli arrivò - a titolo di compenso per servizi resi - dall’ex re barbaro Odoacre divenuto “imperatore dell’Antico Impero Romano”. Poi “con un salto” di “quattrocento cinquant’anni”, giustificato con la “perdita delle scritture antiche”, il Guerrieri arriva “al tempo del Conte Ulderico Carpegna”. Questi, nel 962, ebbe occasione di aiutare l’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone I quando stringeva d’assedio “Berengario Tiranno d’Italia ... dentro la Fortezza di San Leo”. Come premio Ottone I gli “confermò il possesso del primo acquistato Dominio, e di più li fece Donatione, et Investitura di molti altri luoghi del Monte Feltro, e di alcuni di Romagna... con autentico Instrumento ... nella Città di Viterbo alli 17 d’Agosto dell’Anno 962”. A questo punto il Guerrieri lascia perdere Odoacre e la connessione con l’Antico Impero Romano, per ripiegare su quella col Sacro Romano Impero, pubblicando il diploma di investitura di Ottone I: il “contenuto di esso Privilegio è parte essenzialissima di quest’Historia”. Questo diploma - che poi risulterà essere un falso - permette al Guerrieri di concludere che il feudo dei Carpegna è “meramente, et assolutamente Imperiale”. Insomma, oggi, Carpegna è “luoco libero, et Imperiale”. I Carpegna si erano divisi - separazione consensuale - in due rami il 4 dicembre 1463: Carpegna-Castellaccia e Scavolino-Gattara. Entrambi però conservarono il titolo di “conti di Carpegna”. Quanto affermato dal Guerrieri vale sia per Carpegna-Castellaccia che per Scavolino-Gattara, “stati, ne’ quali i Signori di essi hanno assoluto Dominio”.
Anche i Carpegna dunque cercano una legittimazione dei loro feudi attraverso le carte, ma al contempo procedono nella scalata ai vertici dello Stato della Chiesa. Nel 1670, quando ancora è vivente il card. Ulderico del ramo Scavolino-Gattara, viene creato cardinale un altro Carpegna, questa volta del ramo Carpegna-Castellaccia: Gaspare. Il papa è Clemente X, della famiglia degli Altieri, imparentata coi Carpegna. L’anno dopo il card. Gaspare è nominato “Vicario di S. Romana Chiesa”. Occuperà quell’incarico senza soluzione di continuità per oltre quarant’anni e sotto cinque diversi pontefici. Eserciterà un potere quasi pari, di volta in volta, a quello del papa regnante. L’ascesa dei Carpegna apre prospettive di carriera ad uno stuolo di parenti e ad una torma di amici e di amici degli amici. Ne usufruisce o - da opposto punto di vista - ne subisce le conseguenze, anche il Montefeltro. Certamente ci guadagna Carpegna. Carpegna sorpassa di gran lunga, in questo periodo, in materia di privilegi, i “molti loghetti, e dominij di franchigia, e di libertà” di cui parla il Guerrieri. Apre un mulino per la produzione della polvere da sparo che “rendeva moltissimo, perché in tutto lo stato pontificio questa industria era rigorosamente controllata: solo i feudi liberi potevano permettersi tale lucrosa attività”. Acquisisce il privilegio di “prelevare direttamente il sale a Cesenatico e Cervia, allo stesso prezzo che veniva praticato agli stati sovrani”. L’acquisto del sale all’origine, cioè senza sovrapprezzo, indica che una autonomia ha raggiunto un livello pressoché assoluto. Ad esempio, finché c’era il ducato d’Urbino, le contee di Carpegna dovevano necessariamente acquistare il sale presso la ‘salara’ di Monte Cerignone gestita appunto dalla Camera Ducale. Il volume del traffico che da sempre benefica Carpegna “luoco assai di passo”, si accresce enormemente, a sentire il Guerrieri, rispetto a quello degli altri passi “che sono dal Mare Adriatico, fin al Mar Tirreno”.
E’ sempre stato importante per San Marino mantenere un buon rapporto con i Carpegna che, fra l’altro, ancora hanno possedimenti in Repubblica e precisamente in quel di Fiorentino. Ed è importantissimo adesso che la famiglia occupa posizioni di grande rilievo a Roma. Che i rapporti fra le due autonomie siano ottimi, lo si vede proprio dal Guerrieri. Egli dedica a San Marino - sia pure nella parte non pubblicata -, uno spazio rilevante. E ne parla con espressioni del tipo: “spirituale e divino principio”, “antichissima et hereditaria libertà”, “raro Principato”. Viene scomodato anche Cicerone: Reipublicae libertas maximi estimanda est, quia libertate nihil dulcius. La tesi sammarinese dell’origine dell’autonomia dal Santo è sposata in pieno: “Hebbe origine il principato di questa Repubblica dall’istesso San Marino, che in medesimo tempo li diede l’essere, il nome, la fede e la libertà”. Infine non manca il testamento del Santo, che viene riportato con le stesse parole del Valli. Quanto allo status di San Marino non ci sono dubbi: “è ... una Repubblica con assoluto et libero dominio et indipendente Giurisdittione”. Insomma il Guerrieri, subito dopo Carpegna, pone San Marino. E, di fatto, ignora le altre autonomie. San Marino-Carpegna è una associazione tutt’altro che nuova. Risale ai primordi delle due comunità. Se ne hanno tracce fin dai primi secoli dopo il Mille. Alla base c’era, allora come adesso, un forte interesse economico comune.
“La strada corrente, che [da Carpegna] trascorre a gl’altri stati circonvicini, e massime dallo stato Ecclesiastico, e quello del Gran Duca di Fiorenza” e si spinge fino all’Adriatico, strada da sempre così importante per Carpegna, ebbene passa per San Marino. Carpegna e San Marino assicurano fin dal Medioevo il transito delle merci tra la Toscana ed il porto di Rimini, ben collegato, fra l’altro, con Venezia e con Ragusa (Dubrovnik). All’approssimarsi della caduta del ducato di Urbino, e precisamente nel 1629, i Carpegna tentarono di riacquistare la giurisdizione (che due secoli prima avevano ceduto ai Malatesta) su Fiorentino. In questo modo avrebbero potuto disporre nuovamente e direttamente di una punta di territorio vicina a Rimini. Forse pensavano che i sammarinesi, in quel momento così delicato e difficile, avrebbero assecondato le loro richieste. Oppure si erano preoccupati di mettere le mani avanti nei confronti delle autorità pontificie nel caso che San Marino non avesse retto e fosse passato alla Santa Sede. Comunque il tentativo dei Carpegna di prendersi un pezzo di Repubblica fallì. E’ certo che in quell’occasione, o subito dopo, San Marino e Carpegna si misero d’accordo. Si ripresero antiche collaborazioni. Nel 1636 Matteo Valli, su richiesta del card. Barberini, si assenta, momentaneamente, dal suo ufficio a Rimini per accompagnare il conte Ambrogio in una ambasciata a nome della Santa Sede. Forse vengono rispolverati anche antichi accordi, come quello del 1579. Nel 1579 fu sottoscritta, dai sammarinesi da una parte e dai conti di Carpegna-Castellaccia dall’altra, una Conventio pedagii, contornata da significative espressioni di cortesia diplomatica. I sammarinesi, nell’occasione, ricordano “quanto sia stata sempre a cuore agli Illustri Signori di Carpegna la conservatione di questa ... Libertà, e quanto sia stata grande la loro benevolenza verso a ciascun huomo di questo Pubblico”. Il conte non è da meno: “nei tempi passati sempre intercorse reciproca predilezione, attaccamento e amicizia fra gli illustri Signori e Reggenti della Terra della Libertà di S. Marino, diocesi del Montefeltro e gli illustri Signori conti di Carpegna della stessa diocesi”. Dopo la caduta del ducato d’Urbino, la famiglia Carpegna assume, di fatto, un ruolo verso San Marino che, mutatis mutandis, ricorda quello svolto dai Della Rovere ed ancor prima dai Montefeltro. E sarà importantissimo per San Marino e benefico, come è stato, nei secoli precedenti, quello svolto dalle due famiglie citate. E’ vero che Clemente VIII e Urbano VIII si erano impegnati, anche a nome dei successori, a proteggere San Marino, cioè a non eliminarlo. E’ vero che appena un nuovo papa si siede sulla Cattedra di San Pietro, nel giorno stesso del suo insediamento, ecco pronti gli “Ambasciatori” della Repubblica a ricordargli tale impegno. Trattasi però di un impegno, quello dei papi verso San Marino, di limitato valore effettivo: non esistono norme di diritto rigorose e generali che gli Stati siano obbligati a rispettare; i testi che fissano le condizioni, cioè i privilegi, spesso sono ambigui; infine c’è da considerare l’enorme sproporzione di forza fra le due parti. Di fatto, si deve alla famiglia dei Carpegna se San Marino può continuare ad andare avanti anche dopo la caduta del ducato d’Urbino e, papa dopo papa, ottenere da ognuno di essi la conferma dei privilegi concessi dai predecessori e, talvolta, l’aggiunta di qualche nuovo.
Per San Marino il trend nel conseguimento dei privilegi (cioè nell’innalzamento del livello di autonomia) dopo il 1631 è quasi uguale a quello tenuto in precedenza. Ed anche la tattica è la stessa: quella del passo dopo passo. Clemente VIII nel 1603 concesse, fra l’altro, “il privilegio che tutti ... i sudditi della Repubblica e loro eredi e successori potessero liberamente dall’ora in poi comprare et acquistare beni stabili posti in qualsivoglia luogo dello stato ecclesiastico, et unitamente i loro frutti e rendite liberamente trasportarli alla suddetta Repubblica”. Lo stesso Pontefice, l’anno successivo, perfezionò l’accordo precisando che la estrazione di tali “frutti e rendite” potesse avvenire “senza esser tenuti a fare né bolletta né tratta né minimo pagamento di gabella alcuna alli ministri e deputati” di quei luoghi. Urbano VIII, successore di Clemente VIII, confermò il tutto ed aggiunse che anche nell’acquisto dei beni immobili i sammarinesi non dovessero “in avvenire pagare la cinquina, né tampoco contribuire a veruna sorta di dazi e collette” stabiliti da autorità locali. Innocenzo X, successore di Urbano VIII dopo la caduta del ducato d’Urbino, confermò i privilegi precedenti e precisò che i sammarinesi, sui prodotti ricavati dai possedimenti siti nello Stato della Chiesa, non dovessero comunque mai “pagare taglioni collette o altre imposizioni in somma maggiore di quello che pagano l’istessi cittadini et uomini” del posto. La precisazione si era resa necessaria perché Rimini aveva introdotto una “colta o imposizione forestiera”, cioè un tributo specifico per i non residenti (“non manducanti”), senza fare una eccezione per i sammarinesi. Clemente X interviene più volte a favore dei sammarinesi. Appena salito al soglio pontificio, nel 1670, con un apposito breve ribadisce la validità di un privilegio specifico, quello rilasciato da Innocenzo X, che evidentemente i sammarinesi faticavano nuovamente a far applicare sul versante di Rimini. L’anno dopo ne aggiunge uno di suo: il mercato settimanale del mercoledì e le due fiere annuali principali (24 giugno ed 8 settembre) possono tenersi anche se cadono in giorni festivi e di precetto. Infine nel 1675 ecco un breve a favore dei “Lettori di Filosofia, e Teologia della Terra, e Stato di S. Marino perché ancora loro godessero tutti quelli onori, prerogative, et esenzioni, che godevano li publici Lettori degli Studij, et Università dello Stato Ecclesiastico”. Talvolta i passi sono piccoli o piccolissimi. Sommati fra loro però finiscono per caratterizzare sempre più il Titano rispetto al circondario. Il che induce, talvolta, delle reazioni. Rimini, ad esempio, nel 1685 torna alla carica: anche i sammarinesi, come gli altri non residenti, paghino la “colta forestiera”. Affida la causa al “Dottor Benedetto Tornimbeni”. Questi, non molto tempo dopo, riferirà al consiglio riminese che non c’è nulla da fare. Egli aveva tentato di sostenere a Roma le ragioni della città, ma “per parte dell’Ill.ma Repubblica di S. Marino era stata mostrata copia di un Breve d’Innocenzo X dove s’asseriva, che essendo stati quei Repubblicani esentati per Brevi di Clemente e Urbano VIII dall’obbligo di pagare la Cinquina, non erano perciò tenuti a pagare collette e Taglie più gravi di quelle, che pagavano i sudditi dello Stato ecclesiastico in que’ Territorii di questo dove avessero i beni”. La città di Rimini, fra l’altro, per ben quattro anni rimane senza vescovo: una figura importante anche in ambito civile in una diocesi dello Stato della Chiesa. Addirittura deve parare il tentativo dell’arcivescovo di Ravenna di ‘appropriarsene’ riducendola a diocesi suffraganea della ravennate.
Il rafforzamento dell’autonomia sammarinese, che continua grazie all’aggancio con la famiglia dei Carpegna sempre in ascesa, non passa solo attraverso singoli atti dei papi. Ad esempio i sammarinesi arriveranno a far riconoscere, sia pure in modo indiretto e non formale, che il Titano non è territorio dello Stato della Chiesa. Ovviamente tale riconoscimento non sarebbe potuto arrivare attraverso l’atto di un papa. Nemmeno se fosse diventato papa un Carpegna o un sammarinese, per la ovvia reazione del Sacro Collegio. Nel 1588 papa Sisto V, per dotare lo Stato della Chiesa di una flotta in grado di fronteggiare i Turchi e mantenerla poi in efficienza, aveva introdotto una speciale tassa, detta ‘Tassa delle Galere o delle Triremi’, gravante sui benefizi degli ecclesiastici, non dell’intera cristianità, ma soltanto dello Stato dello Chiesa. Non erano previste eccezioni. Non erano previste distinzioni fra terrae immediate o mediate subiectae. Gli ecclesiastici sammarinesi non poterono sottrarsi a quel pagamento in quanto non ci riuscirono nemmeno quelli dei ‘territori autonomi’, ducato d’Urbino compreso. La riscossione era affidata agli stessi ecclesiastici. Ebbene, nel 1680, il sammarinese Bernardino Belluzzi, da un paio d’anni vescovo del Montefeltro, in occasione di una Congregazione Generale del Clero Diocesano in cui si deve trattare la modifica del sistema di tassazione del clero (da ‘tassa vecchia’ a ‘tassa nuova’) accetta che venga messa in discussione e votata una proposta di deliberazione in cui si riconosce a “Carpegna, Scavolino, e San Marino ... di non esser tenuti, come Luoghi Baronali Liberi, e non compresi nello Stato Ecclesiastico”, a pagare la ‘Tassa delle Galere o Triremi’. Dei tre luoghi quello che trarrebbe maggior beneficio sarebbe senz’altro San Marino. In elenco, però, viene per ultimo. Forse chi fa la proposta non lo mette affatto ed è lo stesso vescovo ad aggiungerlo. Al primo posto comunque c’è Carpegna, anzi la Carpegna-Castellaccia del card. Gaspare. La risoluzione ovviamente passa: nessuno - si pensa - ha osato opporsi a un provvedimento che va a favore dei Carpegna. Nemmeno, probabilmente, è partita dal Montefeltro una qualche segnalazione per Roma. O, qualora fosse partita - ovviamente anonima -, è stata senz’altro intercettata o comunque neutralizzata dal card. Gaspare e dalla sua consorteria. La deliberazione presa a livello di clero diocesano viene messa in atto nonostante che non abbia alcun fondamento giuridico: non spetta certamente a chi deve pagare decidere circa una eventuale esenzione. Comunque nelle contee dei Carpegna gli ecclesiastici non pagano più, da quell’anno in avanti, la Tassa delle Triremi. A San Marino comincia a non pagare il clero appartenente alla diocesi feretrana. Poi non paga più - non si possono fare discriminazioni! - anche il clero sammarinese facente capo alla diocesi di Rimini. E non pagano più nemmeno i religiosi e le religiose dei conventi sammarinesi. In sostanza - poiché si tratta di non pagare - l’appartenenza alla Repubblica prevale su tutte le distinzioni. L’esenzione dal pagamento della Tassa delle Triremi è un privilegio che distingue nettamente gli ecclesiastici della Repubblica nei confronti del clero del circondario ed in particolare da quello feretrano. Di qui in avanti tutti gli ecclesiastici sammarinesi, dai preti ai frati e alle suore, e tutte le istituzioni ecclesiastiche sammarinesi, dalle parrocchie, alle cappelle, ai conventi, alle confraternite, si metteranno a difendere quel privilegio con le unghie e coi denti. Ed avranno accanto a loro, in questa difesa, le autorità della Repubblica, per l’enorme significato politico che a quel privilegio è connesso: se gli ecclesiastici di San Marino non pagano la Tassa delle Triremi, San Marino non fa parte dello Stato della Chiesa. La Tassa delle Triremi contribuisce a superare la divisione fra laici ed ecclesiastici, a rafforzare l’unità della Repubblica e quindi a rinsaldarne l’identità.
Le collette per il “nuovo Appasso” Bernardino Belluzzi è un uomo indubbiamente abile. Gode certamente di un grande carisma. Tuttavia non avrebbe potuto fare quel che ha fatto se non avesse avuto le spalle protette a Roma. In particolare dallo stesso card. Gaspare: una proposta che mirava a privilegiare i feudi della famiglia del cardinale è stata piegata fino a includervi anche la Repubblica di San Marino. Bernardino Belluzzi era stato eletto vescovo del Montefeltro nel concistoro del 5 settembre 1678, referente R.mo D.mo Card.le de Carpineo. A dir il vero negli ambienti romani si era deciso di creare vescovo lo zio di questi, padre Ascanio Belluzzi. Ma padre Ascanio rinunciò a favore del nipote, Bernardino appunto, di appena trentasei anni, che si era dottorato ‘in utroque’ presso la Sapienza e stava facendo carriera come esperto di diritto: uditore presso la Legazione di Urbino, giudice presso la rota di Ferrara. Bernardino agli inizi del 1678 lascia la toga per la tonaca, pronto a ricominciare: suddiacono il 26 luglio, diacono il 7 agosto, sacerdote il 14 agosto, vescovo il 18 settembre. Il 19 settembre prende possesso della diocesi del Montefeltro per procura. Nel 1693 Bernardino Belluzzi, forte dei suoi rapporti romani, del suo carisma personale e dell’ascendente acquistato sugli ecclesiastici sammarinesi una decina di anni prima con l’esenzione dalla Tassa delle Triremi, fa sì che gli stessi ecclesiastici non osino opporsi “alle Spese dell’Appasso”, cioè del nuovo catasto che la Repubblica faticosamente sta cercando di mettere in cantiere. Anche questa volta, benché egli non sia che il vescovo del Montefeltro, cioè il superiore di una parte soltanto degli ecclesiastici, induce a quella decisione tutti gli ecclesiastici sammarinesi, compresi i religiosi e le religiose, compreso il clero delle zone della Repubblica che appartengono alla diocesi di Rimini. Ovviamente è meno facile convincere a pagare che a smettere di pagare. A un certo momento il vescovo sarà costretto ad alzare la voce: “spero di sentire [gli ecclesiastici] puntuali alla contribuzione dell’Appasso sul motivo che non avendo io amato fin qui di camminare con modi coattivi siano per corrispondere di buon animo”. E la spunta. L’8 luglio 1693 viene stipulato un apposito documento (detto ‘Concordia’) fra gli “Ecclesiastici, et i Ministri pubblici di S. Marino”, prontamente approvato dalla Congregazione dell’Immunità già nel settembre successivo. Dopo l’approvazione della Congregazione occorre la ratifica del papa. Il papa è Innocenzo XII che proprio in quegli anni si stava scontrando e duramente coi Savoia su una materia analoga. Eppure non blocca la pratica: “la Santità di Nostro Signore approvando il Voto di questa S. Congregazione si è benignamente compiaciuta di confermare la concordia, che si è stipulata ... con condizione però che non possa da’ laici farsi l’esattione de’ pesi, à quali i medesimi Ecclesiastici hanno nell’accennata concordia volontariamente acconsentito di contribuire, ma solamente dà persone Ecclesiastiche dà deputarsi dall’uno, e dall’altro Clero”. Insomma Innocenzo XII sottilizza sulle modalità di riscossione, ma non blocca la Concordia. L’esenzione dalla Tassa delle Triremi e la Concordia rafforzano il rapporto già stretto Chiesa locale e comunità, che di qui in avanti, più che in passato, “si configura quale elemento portante del senso di identità territoriale e della autonomia della Repubblica”.
Il clou della caratterizzazione L’origine dell’autonomia come eredità di un Santo anziché come investitura di un papa o di un imperatore, i privilegi ottenuti direttamente dai papi, le conquiste di cui si è reso protagonista il vescovo Bernardino, contribuiscono fortemente a caratterizzare la comunità del Titano ed a distinguerla sempre più nettamente dal circondario. Si aggiungono al mito della libertas perpetua già saldamente affermato nel circondario fin dalla metà del Quattrocento: il Titano, tante volte ‘goleggiato’, non è mai finito - miracolo del Santo - sotto la cappa di un oppressore esterno. Se è singolare che mai nessuno muovendo dalla Romagna o dal Montefeltro o da altrove sia riuscito a scalare il Titano per insediarsi nella Guaita e proclamarsene signore, è ancor più singolare che ciò non sia avvenuto dall’interno: che in nessun periodo della storia nessun membro della comunità abbia tentato - anche solo tentato - di insediarsi lui nella Guaita, per trasformare il fortilizio in un suo, privato castello. Le altre autonomie hanno origine da un diploma di investitura rilasciato da un certo imperatore o papa. Qui c’è il testamento del Santo. Il diploma di investitura è privilegio di una persona. Qui l’eredità del Santo è a favore di tutti. Nelle altre comunità il rapporto fra i successori di quel papa o di quell’imperatore ed i discendenti di quel personaggio segue gli alti e bassi cui sono soggette le cose umane, se non altro per la lontananza geografica e le vicende proprie di ciascuna delle due parti. Sul Titano il rapporto col Santo non si altera. Il Santo è sempre presente, anche fisicamente, con le sue spoglie, ma soprattutto nella testa della gente. Ed il rapporto è con ciascun membro della comunità, perché ciascuno, singolarmente, è beneficiario dell’”hereditaria libertà”. Per cui ciascuno, singolarmente, è impegnato al rispetto della volontà testamentaria. Ed è un impegno non formale, non esteriore, perché sotto il controllo, per ciascuno, della propria coscienza. L’eventuale proposito di appropriazione dell’”heredità” da parte di uno solo a scapito degli altri, viene ad essere bloccato già al momento del concepimento. La riprova si ha nella storia: i due uomini che, davanti al Santo, salgono sul trono in aprile, cedono quel trono ad altri due uomini a ottobre e questi ad altri due in aprile e così via, anno dopo anno, secolo dopo secolo. Le cose sono andate così a partire dal 1243. Si può supporre che prima del 1243 sul Titano la comunità si autogovernasse così come avevano imparato a fare per necessità tanti gruppi che nell’Alto Medioevo avevano cercato rifugio sui monti. Nella chiesetta, luogo della preghiera comune, la gente prende l’abitudine a discutere e a risolvere i problemi comuni. Lì, assieme, si decide come ripartire le varie incombenze, a chi affidare di volta in volta la risoluzione delle varie questioni via via che queste emergono. Quando la comunità cresce e si fanno più frequenti i rapporti con l'esterno, anche gli impegni collettivi, specie quelli di vigilanza e di rappresentanza, si infittiscono. Allora è opportuno assegnare i compiti non più occorrenza per occorrenza, ma per periodi. Periodi brevi, affinché quegli impegni collettivi non gravino troppo a lungo sulle stesse persone. E’ una primordiale struttura organizzativa, caratterizzata da una frequente riassegnazione degli incarichi. Anno dopo anno le riassegnazioni acquistano regolarità come i cicli della natura, i lavori nei campi o le pratiche di religione. E continuano ad aver luogo nel sacello del Santo, davanti al Santo e davanti all'arciprete, come tutte le cerimonie religiose. Anche quegli atti prendono forma dal cerimoniale religioso. Si impregnano di sacralità. Diventano un tutt’uno con le ordinarie, consuete credenze religiose. Con la religione, substrato comune a tutte le coscienze, entrano a far parte del comune modo di pensare, creano una mentalità o, se si vuole, una cultura. Non svolgere bene l'incarico affidato dalla comunità oppure rifiutare un incarico oppure approfittare di un incarico per un proprio tornaconto è un peccato imperdonabile per la propria coscienza ed insostenibile davanti alla comunità. Appropriarsi del luogo per ergersi a signore equivarrebbe a tradire l’impegno che ciascuno ha col Santo e quindi a sfidare il Santo. Diversamente dal papa o dall’imperatore per un feudo, il Santo è sempre presente davanti a ciascuno, anzi dentro ciascuno e potrebbe chiamare a render conto di un operato non corretto in ogni momento, per le sue vie arcane che non sono certo meno temibili di quelle cui sono usi ricorrere l’imperatore e il papa.
La sacralità di cui si sono imbevuti i comportamenti di ordine collettivo non viene a meno quando la comunità cresce ancora, il sacello diventa pieve e comincia a svilupparsi il mercato di Borgo. Si rende necessario, a seguito dello svilupparsi del mercato mettere per iscritto le norme: le norme che regolano il mercato e, al contempo, le norme che vigono nel luogo cui il mercato appartiene. L’uomo di legge incaricato di scrivere il documento, visto che la comunità sceglie liberamente i suoi reggitori e li rinnova periodicamente proprio come avviene nelle città che si reggono a comune, utilizza lo schema e la terminologia in uso nelle città che si governano a comune. Pure nei secoli a venire quelle regole, nella sostanza, non cambieranno. Verrà adeguata ai tempi, invece, per ragioni di opportunità politica, la denominazione ‘politica’ del luogo: Comune, Libertas, Terra della libertà, Repubblica. ‘Terra della libertà’ ad esempio è un appellativo inseguito per anni ed anni da Giuliano Corbelli, nella trattativa sul sale ai tempi di Paolo III nella prima metà del Cinquecento, con una determinazione ed una costanza che sfianca gli interlocutori. Il cardinal Camerlengo - che ha anche altro a cui pensare - finirà per firmare un documento, uno dei tanti della complessa decennale trattativa, in cui - forse per la svista di un funzionario - figura quell’appellativo. Dopo di che il Corbelli ha buon gioco a pretenderne ogni volta la scrittura accanto al nome San Marino. A cavallo del 1600, ecco l’altro grande passo: ‘repubblica’. Questo appellativo apparso - accidentalmente? - nel 1448, comincia dall’inizio del Seicento a figurare nei brevi papali. ‘Repubblica’ è un appellativo che viene usato per San Marino al posto dei più consueti ‘ducato’, ‘contea’ o ‘marchesato’ che precedono il nome delle altre autonomie. Sta ad indicare soltanto - visto da Roma - che la località Titano non è governata da una famiglia, ma da magistrati nominati dalla comunità stessa. Essere indicato come ‘repubblica’ in mezzo a un elenco interminabile di ‘ducato’, ‘contea’ o ‘marchesato’ permette di distinguersi agli occhi di Roma e non solo a quelli di Roma. San Marino verso la metà del Duecento si presenta con le caratteristiche proprie dei luoghi che, per il periodo medioevale, vengono classificati ordinariamente come città: ha un proprio sistema di difesa, un mercato settimanale fisso, delle fiere ed il convento di un ordine mendicante, quello dei francescani. E’ un microcosmo da realtà urbana, non è più una comunità isolata su un cucuzzolo. In molte realtà urbane d’Europa sorgono in quello stesso periodo ed anche prima, governi “in cui il potere [è] detenuto da un’oligarchia non aristocratica, ma borghese”. E’ una espressione politica “strettamente legata al fenomeno urbano che, per definizione, non copre che spazi ristretti, ... E’ la precisa espressione politica della civiltà urbana, legata all’attività commerciale, all’esistenza di fiere...”. In alcuni casi nasce anche “un regime di tipo speciale. Sul fondamento creato dalla geografia o dall’economia privilegiata di certe località, allo sbocco dei passi o su coste ben profilate, sorge una forma di governo originale”. Questi luoghi poi cominciano a lottare “assai presto per la loro libertà ... più contro i signori vicini o i vescovi che contro i sovrani”, cioè l’imperatore ed il papa. Lo status di questi luoghi è indicato a seconda delle regioni geografiche e dei periodi come ‘repubblica’, ‘comune’ o semplicemente ‘libertas’: appellativi diversi per indicare la stessa “caratteristica di governarsi liberamente”. Da tali appellativi non è possibile dedurre alcuna informazione circa la forma di governo e le modalità di formazione. Non sono affatto sinonimi di democrazia. In questi luoghi in genere “il potere è detenuto da una minoranza. In genere è collegiale, il che contribuisce a differenziarlo dai regimi di tipo monarchico, e la sua origine è di solito elettiva”. Ma non si può certo parlare di democrazia nel senso che questo termine ha acquisito dopo la rivoluzione fracese. San Marino nel Duecento si presenta alla storia come tante altre realtà dell’Italia e dell’Europa, con la caratteristica però particolare che lo distingue dalle altre, quella che emerge dal processo di Valle Sant’Anastasio: lo status di libertà del luogo viene da un Santo. Il che ha conseguenze anche all’interno della comunità: si è tutti uguali davanti al Santo. Il Santo costituisce il “cemento di un senso di appartenenza che travalica i confini dei ceti”, è il “perno dell’identità di una organizzazione politica che si pretende e si autorappresenta ancorata ai valori di libertà”. E’ “sul culto e sul mito del santo fondatore che poggia la stretta connessione del momento religioso con quello politico”. E, si potrebbe dire, anche economico dato che la festa del Santo, celebrata ab immemorabili il 3 settembre coincide - pure ab immemorabili? - con una lunga fiera intensamente partecipata dalle popolazioni dei monti e del piano “ponendosi quasi a chiusura del tempo ‘denso’ dei grandi lavori agricoli ... Essa consentiva innanzitutto lo sfogo delle tensioni accumulate e, insieme, la ripresa delle energie per gli ultimi lavori agricoli”. |
||||||
|
||||||