sabato 16 dicembre 2017 22:09
L'INFORMAZIONE DI SAN MARINO

San Marino. Riciclaggio, il 'Re del Vino', sotto processo sul Titano, torna in carcere in Italia

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Ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri dalla Dia. Le accuse sono di riciclaggio del denaro della malavita pugliese 

Sotto processo sul Titano torna in carcere in Italia il “Re del Vino

Torna sotto custodia cautelare in carcere il “Re del vino”. Vincenzo Secondo Melandri, ravennate 48enne, è stato arrestato nell’ambito di una operazione della Direzione Investigativa Antimafia di Bologna, coordinata dal Procuratore della Repubblica di Ravenna, Alessandro Mancini, e dal Sostituto Lucrezia Ciriello. Secondo l’accusa è stato “individuato e disarticolato un gruppo criminale specializzato nel riciclaggio di ingenti capitali di provenienza illecita e nelle frodi fiscali perpetrate mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti”. Melandri, assieme al foggiano luigi cantatore è già sotto processo a San Marino, pendente il primo grado di giudizio, dove deve rispondere riciclaggio. Il rinvio a giudizio è del 2015 (l’informazione del 27 aprile 2015) e il caso è stato seguito su queste pagine. Lo stesso Melandri aveva chiesto il dissequestro delle somme congelate dalla magistratura sammarinese, ma aveva visto i ricorsi rigettati in appello e in terza istanza. I legali, anche durante il processo, hanno finora cercato di dimostrare la provenienza lecita delle somme. Il nuovo arresto di ieri, potrebbe avere un peso, dunque, anche sulla vicenda già a processo sul Titano. 

Ieri la Dia oltre al noto imprenditore vitivinicolo ravennate, ha arrestato anche i cerignolani Gerardo Terlizzi, fratello del più noto Giuseppe, reggente dell’exclan Piarrulli-Ferraro, e dei fratelli Pietro e Giuseppe Errico, anch’essi pregiudicati vicini al clan della malavita foggiana. Tra gli arrestati, posti ai domiciliari, anche Roberta Bassi, compagna e socia in affari di Melandri, Rosa D’Apolito di Monte Sant’Angelo (FG) e Ruggiero Dipalo di Cerignola (FG), stabilmente al servizio dell’associazione e delle sue esigenze operative.

Melandri, “il re del vino”, era già stato tratto in arresto nel giugno del 2012, unitamente ad alcuni soggetti legati alla criminalità organizzata foggiana, e successivamente (nel 2016) condannato dalla Corte di Appello di Bari a 4 anni di reclusione, per reati associativi finalizzati alla truffa aggravata ed ai reati fiscali, nell’ambito dell’operazione denominata “Baccus”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del Capoluogo pugliese.

Era stato fatto ricorso in cassazione tanto che sul Titano i suoi legali avevano fatto istanza per attendere la decisione definitiva italiana. Proprio in tale contesto era stato accertato che Melandri aveva accumulato e depositato in istituti bancari della Repubblica di San Marino oltre 23 milioni di euro di illeciti guadagni, di cui 9 ancora sottoposti a sequestro per il reato di riciclaggio da parte dell’Autorità Giudiziaria di quel Paese, mentre i restanti 14 rimpatriati in Italia sfruttando le possibilità offerte dallo scudo fiscale ter. E’ stato seguendo le tracce di questo ingente capitale rimpatriato che la Direzione Investigativa Antimafia ha accertato come Melandri, nel 2014, non appena terminata la custodia cautelare, aveva iniziato a finanziare, con parte di tali proventi, la Melandri Trading srl, al fine, sostiene l’accusa, di riprendere i già collaudati traffici illeciti. Il ruolo dei soggetti di Cerignola consisteva invece nell’emettere, attraverso finte società vitivinicole facenti capo a dei “prestanome", fatture per la vendita di prodotti alla società Melandri Trading srl, a fronte di merci mai corrisposte. Attività questa funzionale, sempre secondo le accuse mosse, a ripulire il denaro sporco proveniente da usura, esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali. In realtà, alla società di Melandri arrivava solo ed esclusivamente denaro contante Quindi, il sistema ricostruito dagli inquirenti consentiva ai criminali foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’I.V.A. (mai versata nelle casse erariali), e al Melandri di riciclare, a sua volta, le ingenti disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino e di abbattere i ricavi della sua azienda grazie alla registrazione in contabilità di costi inesistenti.

Non solo. Sulle operazioni commerciali fittizie, fatturate per oltre 5 milioni di euro, l’azienda ravennate ha beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa 2 milioni di euro. A Melandri, inoltre, è stato contestato anche il reato di usura, avendo prestato denaro a tassi non legali a un imprenditore ravennate in difficoltà.

Con l’ordinanza di ieri, emessa dal Gip presso il Tribunale di Ravenna, Rossella Materia, è stato disposto, oltre alle misure cautelari, anche il sequestro di un ingente patrimonio, stimato in oltre 20 milioni di euro, tra cui figurano 3 società, investimenti finanziari e immobili siti nelle Province di Ravenna e Foggia.