giovedì 31 dicembre 2020 01:00
VACCINO E PANDEMIA

Riflessione del prof. Claudio Mancini sulle scelte imposte a ciascuno di noi dall'attualità

Claudio Mancini I NEMICI DEL POPOLO

Qualche sera fa ho rivisto il film “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci. Nelle scene iniziali l’ex imperatore della Cina è rinchiuso in carcere, accusato di essere un traditore dello Stato.
Trattato come tutti gli altri prigionieri, attraverso il lavoro deve essere rieducato al nuovo paradigma comunista.
Ai carcerati inoltre è consegnato un quaderno nel quale scrivere le loro memorie. Su di esse verranno poi interrogati con durezza, inchiodati alle loro responsabilità, dovranno “convertirsi” ed essere ricondotti progressivamente al retto pensiero maoista.
A distanza di qualche giorno, non posso non rilevare un’impressionante similitudine tra la scena del carcere cinese del film e una notizia che ha catturato ieri la mia attenzione: alcuni medici di Roma sono stati sottoposti dai responsabili del loro Ordine professionale ad una procedura disciplinare a causa di esposti che documenterebbero le loro posizioni no-vax. I medici devono presentare spiegazioni con motivazioni scientifiche per quanto affermano. Saranno poi valutati da un’apposita commissione che deciderà se procedere con sanzioni o archiviare. Per alcuni la procedura si è già conclusa con l’archiviazione in quanto si sono “pentiti”, per altri invece con una sanzione, per altri il procedimento è ancora aperto.
Nonostante io non sia affatto contrario ai vaccini, sono molto perplesso su ciò che sta accadendo nella gestione di questa pandemia, in particolare sull’enfasi circa l’imprescindibile necessità di vaccinarsi. La spettacolarizzazione mediatica, le riprese dei convogli che trasportano il vaccino in Italia, i primi volontari indicati come esempi da seguire ricordano certi documentari dell’Istituto Luce.
Considerata la non letalità (salvo rari casi) del Covid per chi ha meno di 60 anni, non avrei alcuna intenzione di farmi inoculare un vaccino preparato in fretta e furia, e di cui non si conoscono bene gli effetti collaterali. Oggi, posto di fronte all’obbligo sarei titubante e vorrei assolutamente rimandare la vaccinazione in attesa di capire meglio ed avere ulteriori informazioni.
Ma immaginando per un istante di finire anch’io di fronte ad una commissione che mi chiedesse motivazioni stringenti riguardo al mio tergiversare – pena la perdita del lavoro o altre limitazioni – che cosa direi?
Meglio tentare di scrivere fin da ora qualche appunto nel quaderno delle memorie. Così da non fare scena muta di fronte ai rieducatori di Stato. Non per giustificarmi, ma anzi per rilanciare i presupposti su cui cerco di fondare le mie scelte.
E per far ciò prendo abbondantemente spunto dalla lettura de “L’idolatria della vita”, interessantissimo saggio del matematico e filosofo francese Olivier Rey. Le argomentazioni potrebbero essere più o meno le seguenti.
Ciò che mi rende perplesso è l’intero contesto valoriale e civile che sta alla base delle decisioni politiche prese per fronteggiare la pandemia.
La mia percezione dello Stato e della Vita non collima esattamente con quella che probabilmente è la concezione più diffusa. Per comprendere meglio cosa intendo è necessario qualche approfondimento preliminare.
Gli Stati, così come li conosciamo oggi sono allo stesso tempo totalitari e democratici; realizzano purtroppo ciò che avevano in mente qualche secolo fa sia Hobbes che Rousseau. Lo Stato è l’unico e ultimo orizzonte normativo, non esiste verità al di fuori delle leggi vigenti. Non esiste diritto naturale, esiste solo il diritto positivo; qualunque decisione può essere buona se la ritiene tale chi governa, sia esso un unico sovrano, sia esso il popolo che si esprime democraticamente. Del resto la Costituzione italiana dice chiaramente che “la sovranità appartiene al popolo”.
Non vi è posto per una verità a priori, un bene che lo Stato debba riconoscere preesistente alle sue leggi. Solo la rousseauiana volontà generale stabilisce ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Significativo a tal riguardo il passo del “Leviatano” di Hobbes in cui si dice che anche le verità matematiche potrebbero essere rigettate se fastidiose per l’interesse di chi è al potere.
Ancora secondo Hobbes, lo Stato esiste per garantire la vita e l’incolumità delle persone. Da questo trae origine la sua legittimità, su questo si fonda il contratto sociale implicito che lega i cittadini al potere e a chi lo gestisce.
Dunque la lotta alla pandemia da Coronavirus è percepita come esiziale per lo Stato, in quanto sua ragion d’essere è difendere la vita dei suoi membri. Non può fallire!
Come sostiene Rey nel suo libro, gradualmente abbiamo delegato sempre più funzioni allo Stato, dall’educazione alla salute. È significativo che vi sia un ministero della salute e non un ministero delle malattie, ciò a rimarcare la responsabilità che inconsciamente affidiamo alle istituzioni: le riteniamo responsabili della salute e non della cura delle malattie come sarebbe più realistico. Seguendo questa logica se una persona si ammala, la colpa è dello Stato; così nell’educazione se un ragazzo è male-educato la responsabilità è dello Stato.
Non potendo in realtà far fronte alla vastità delle attese o pretese, lo Stato diventa ipocrita, finge comprensibilmente di risolvere le questioni, cerca soluzioni frettolose o miracolistiche. S’innervosisce, si mostra stizzito con chi non collabora con le sue indicazioni/prescrizioni, con chi non si uniforma alla medicina “di Stato”, con chi non sembra preoccuparsi troppo per il virus.
Si noti a tal proposito l’insofferenza “di Stato” verso coloro che si ostinano a ritenere che vi siano rimedi alternativi ai vaccini, verso chi non è così convinto che le misure di lockdown siano efficaci, verso chi mette in dubbio le cifre spropositate circa i morti in Italia per Coronavirus, morti forse solo “con” il Coronavirus e non “a causa” dello stesso.
Ecco allora i nuovi nemici del popolo, gli irresponsabili, i sabotatori del bene comune, coloro che in sostanza devono essere rieducati. O con le buone o con le cattive. Se insistono con i loro paranoici dubbi, devono essere obbligati al vaccino, oppure schedati, limitati nelle loro azioni in quanto pericolosi, oppure privati dei servizi sanitari pubblici visto che consapevolmente non collaborano e lo Stato non può curare tutti.
Difficile purtroppo oggi modificare le mortifere concezioni di Hobbes e Rousseau, ormai entrate nell’immaginario collettivo.
Potrebbe essere già sufficiente modificare un po’ la rotta e cominciare a considerare lo Stato non una divinità onnipotente ma per ciò che realisticamente può fare, senza illuderci che possa sollevare tutti da ogni problema e sofferenza.
Ma come detto in premessa, vi è anche un secondo motivo di divergenza: la concezione della Vita.
La vita che difende lo Stato è la mera vita biologica. Ogni altro aspetto risulta secondario: le relazioni, la fede religiosa, la cultura. La vita come la intendo io è la vita come viene definita nei dizionari del ‘700 ovvero come “l’unione di anima e corpo” e non come lo è oggi nel vocabolario Treccani: “proprietà o condizione di sistemi materiali caratterizzati da un alto grado di organizzazione e complessità, e di cui la cellula è considerata unità fondamentale”. Definizione tra l’altro molto discutibile.
La vita umana così come è intesa sin dalle prime forme di civiltà e da chiunque abbia una minima concezione religiosa, è sintesi tra spirito e materia. È inscindibilmente immanenza e trascendenza, è culto dell’Invisibile che talvolta si fa visibile. È legame, appartenenza, è consapevolezza della fine e del limite, è attesa di un oltre che informa di sé l’esistenza dando a essa senso e direzione.
Invece la visione della vita così come viene difesa e concepita dallo Stato è riducibile alla pura vita biologica, la nuda vita come dice il filosofo Giorgio Agamben.
Una concezione, questa, che annulla millenni di umanità e ci conduce ad uno stato simile a quello degli animali. Con alcune differenze: se l’animale non sa di dover morire, noi invece rimuoviamo l’idea della morte, rivolgiamo tutte le attenzioni a questa vita senza mai pensare al dopo, senza prepararci, convinti ormai che sul dopo non abbia nemmeno senso ragionare.
E dunque sui vaccini e sulle misure anti-covid potrebbe scoppiare una vera e propria guerra di religione, considerate le profonde divergenze che emergono. Una guerra che, temo, si risolverà in una Vandea per tutti coloro che non accettano il verbo di Stato, ahimè una narrazione ormai globale, che forse prelude a un governo globale da cui non sembra possibile sfuggire. Eppure noi sappiamo che “Non praevalebunt”!