A chi fa comodo avere ancora processi basati sulla carta?

Una Pubblica Amministrazione agile, veloce ed efficiente, significa prima di tutto una struttura che ha una cultura “customer centric”, accoppiata a processi totalmente digitali.

È il sogno di tutti non essere frustrati quando ci si rapporta con gli uffici pubblici, senza doversi recare fisicamente allo sportello, elaborando qualsiasi genere di richiesta dal proprio smartphone, anche le più complesse; questo permetterebbe a cittadini ed imprese di risparmiare molto tempo nella gestione della burocrazia.

Questa impostazione infatti, oltre che tecnologica è culturale ed è un fattore abilitante per la crescita e lo sviluppo economico, derivante da incrementi della produttività non trascurabili e dovuti anche alla maggior attrattività e competitività del sistema paese.

A parole tutta la classe politica è concorde sul fatto che la transizione digitale sia una priorità, nei fatti però, questa priorità non è percepita né tantomeno applicata. È evidente la necessità di questa nuova impostazione da parte dell’utenza ed è facile immaginare i benefici per l’intero sistema paese.
Se avviamo una semplice attività di benchmarking, confrontando il nostro sistema con quello degli altri paesi, l’enorme gap è più che evidente. Ci troviamo in una arretratezza strutturale, dovuta ad una serie di variabili, che stanno avviando alla necrosi l’intero paese.
La trasformazione digitale sarà un percorso fondamentale per la Repubblica di San Marino. Non si tratterà di effettuare qualche ritocco cosmetico a qualche interfaccia utente obsoleta, si tratterà invece di ripensare da zero tutti i processi, mettendo al centro l’utente, includendo prima di tutto un radicale cambiamento culturale nell’assetto della macchina pubblica.

Quindi come mai non è stato fatto nulla a riguardo?
Sicuramente la miopia del management pubblico unita alla mancanza di visione politica, hanno contribuito allo stallo, ma la verità è che una PA digitale ed efficiente ha bisogno di meno dipendenti. Quindi come ci comportiamo?
La risposta più logica sarebbe quella di destinare il personale in esubero in altre attività e formarli per l’acquisizione di nuove competenze. Anche se la risposta sembra semplice, in realtà racchiude numerose insidie, la più importante denominata “resistenza al cambiamento”.
Il problema della improduttività della PA analogica è sotto gli occhi di tutti, ma in futuro, la questione del soprannumero dell’organico dovrà essere irrimediabilmente affrontato.

Le misure necessarie per colmare il gap che ci separa dagli altri paesi e per portarci su un percorso di crescita sostenibile non possono limitarsi a pochi accorgimenti di facciata, ma devono costituire una sostanziale discontinuità rispetto al passato.
Nella nostra piccola Repubblica è inimmaginabile che ai guadagni di efficienza consentiti dalla digitalizzazione della PA corrisponda anche una riduzione dei dipendenti pubblici, quindi è necessario gestire il processo di transizione in modo intelligente e coraggioso e mantenerlo privo di interessi particolari, come prepensionamenti, o di mantenimento di mansioni non più utili, affrontando anche la parte di riallocazione e riqualificazione delle persone.
Non vorremmo che ci trovassimo tra qualche anno ad una completa digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, dove un numero di lavoratori invariato continua a svolgere le stesse mansioni. Questo costituirebbe il paradosso da evitare.

Altra considerazione importante da sostenere, è la fatidica formazione dei cittadini. Diffondere la cultura digitale dovrà essere una priorità, oltre che per lo Stato, anche per le associazioni, imprese ed enti sul territorio che possono intercettare questa esigenza, in modo da considerare la digitalizzazione come un’opportunità e non come una minaccia. Sarà un investimento di risorse temporali ed economiche che alimenterà un circolo virtuoso in cui sarà lo stesso sistema paese a guadagnarci.

L’Agenda Digitale dovrà essere il faro guida nella notte del paleolitico digitale in cui ci troviamo, ma occorre saggezza ed intelligenza. La tecnologia non dovrà mai essere confusa con il fine a se stante, ma un mezzo per raggiungere degli obiettivi comuni, che abbiano come cornice di senso, l’innovazione e la soddisfazione dei bisogni dell’utenza, senza tralasciare la compatibilità del nostro paese con gli standard europei.

Fabio Andreini

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