Antonio Fabbri – L’informazione: Mercimonio delle ambasciate, Podeschi indagato per corruzione assieme a Phua

L’informazione di San Marino

Nella risposta all’istanza dei legali che chiedevano la revoca del divieto di espatrio tracciato il quadro dell’indagine stralciata

Mercimonio delle ambasciate, Podeschi indagato per corruzione assieme a Phua

Antonio Fabbri

Corruzione per il mercimonio degli incarichi diplomatici. E’ questa la nuova contestazione a carico di Claudio Podeschi che vede indagato con lui anche l’ex ambasciatore di San Marino in Montenegro, Wei Seng Phua, detto Paul, sempre per corruzione. Nella stessa indagine, stralciata dal filone principale per il quale è già in corso il giudizio di primo grado, è indagata anche Biljana Baruca, accusata con Podeschi di riciclaggio, ed ha a proprio carico anche la contestazione di emissione di fatture false.

E’ proprio in funzione di questo ulteriore ramo dell’inchiesta che permane la misura cautelare, nei confronti dei due indagati, del divieto di lasciare la Repubblica. Due giorni fa i legali di Podeschi
e Baruca avevano lamentato
la mancata risposta da parte del
Tribunale alla loro istanza, depositata
tre mesi fa, di revoca della
misura restrittiva. Hanno quindi
annunciato di volersi rivolgere
al Giudice delle Appellazioni. In
realtà una prima risposta c’era
stata ed era di diniego, proprio
in funzione dell’indagine in corso.
In seguito i difensori avevano
reiterato l’istanza presentando ulteriore
documentazione ritenuta
determinante per la revoca della
misura restrittiva. Invece, secondo
i magistrati inquirenti che nel
frattempo hanno verificato la documentazione
prodotta, questa è
stata ritenuta non attendibile e,
addirittura, artefatta.
Questo quanto emerge dal provvedimento
di risposta degli inquirenti
all’istanza di revoca del
divieto di espatrio avanzata dagli
avvocati Annetta, Pagliai e Campagna.

Un provvedimento che, dunque,
nel rispondere alla richiesta dei
legali, traccia il quadro di una
indagine che vede pendere sul
capo dell’ex Segretario di Stato
e di Baruca – assieme al pokerista
milionario Paul Phua, già indagato
da varie autorità in giro per il
mondo – nuove e pesanti accuse.

La corruzione. Phua pagò profumatamente Podeschi per ottenere e mantenere l’incarico diplomatico sammarinese in Montenegro. Questa in sintesi l’accusa mossa nei confronti dell’ex Segretario di Stato e del magnate del tavolo da poker, dell’azzardo e delle scommesso on-line. Un passaporto da ambasciatore utile per gli affari di Phua e funzionale a consentirgli di cavarsela anche in situazioni border line e di difficoltà con le autorità di polizia, come accadde
a Macao il 18 giugno 2014, quando,
grazie al passaporto sammarinese,
riuscì a lasciare l’ex colonia
portoghese e a volare in Nevada, a
Las Vegas. Tanto più che, sempre
per Phua, si stava preparando un
ulteriore incarico diplomatico di
ambasciatore proprio a Macao, da
affiancare a quello che già ricopriva
in Montenegro. Ad informare
Phua di questa ulteriore feluca, fu
Podeschi stesso che annunciò al
pokerista, nel febbraio 2013, che
il segretario Valentini lo avrebbe
nominato per quell’incarico diplomatico.

La magistratura, pur escludendo
che l’operazione corruttiva per la nomina di Phua abbia riguardato
anche altri membri del Congresso
di Stato, non nasconde come dalle
carte acquisite a Palazzo Begni,
emerga una certa trascuratezza
dei controlli sulla nomina dei
rappresentanti diplomatici, sia da
parte dei funzionari di alto livello,
indifferenti ad un certo modo di
agire, sia da parte del Congresso
di Stato. Un modo di operare
desolante, che ha visto l’approvazione
di delibere come scambio
di favori o condizionamento
reciproco tra i membri di governo.
Una prassi secondo cui, per
fare passare la propria delibera,
si è indotti ad avallare quella
dell’altro membro di Governo,
frustrando persino il valore della
collegialità dell’organismo.
Un quadro nel quale, più che di
scelte condivise, si parlerebbe,
insomma, di favori scambiati.

I passaggi di denaro
e i passaggi istituzionali

Nel caso di Phua la vicenda assume
rilievo penale per Podeschi
che, secondo l’accusa, prese una
cospicua tangente dal pokerista
malese, condizionando anche gli
altri membri di governo a sostenere
la pratica che fu egli stesso
a preparare, pur essendo di competenza
di altro Segretario di Stato.
La magistratura ricostruisce,
da un lato, i passaggi di denaro
e, dall’altro, la concomitanza
con gli adempimenti istituzionali
per la nomina diplomatica.
Una nomina “comprata”, secondo
l’accusa, con una tangente di
1.991.000 euro. Podeschi, oltre
a indurre il governo alla prima
nomina (contestata tangente da 1.251.000 euro), si impegnava
a premere anche per il rinnovo
dell’incarico alla scadenza, a
sostenere l’ulteriore incarico su
Macao, che tuttavia non si perfezionò
(ma la tangente contestata
da 500.000 euro venne pagata a
fronte della promessa), e a operare
per la realizzazione del famigerato
albergone (contestata
tangente da 240.000 euro) con
annesso casinò o, meglio, del casinò
con annesso albergone, dato
che la priorità era esattamente
quella dell’allestimento di una
sala per l’azzardo e le scommesse
on-line all’interno di un resort
di lusso. I magistrati, dunque,
descrivono un Podeschi postosi
a libro paga di Phua, con diverse
tranches corruttive tra il 2011 e il
2013 versate con il giustificativo
di quelli che l’accusa ritiene dei
finti contratti di consulenza.

Le fatture false
I soldi passarono attraverso Black
Sea Pearl, Clabi, Rp e altre società.
In buona parte giunsero sui
conti di Podeschi e Baruca e in
parte vennero retrocessi a soggetti
di fatto riconducibili allo
stesso Phua. Di qui la ulteriore
contestazione di riciclaggio e,
per Baruca, quella di emissione
di false fatturazioni relativamente
ai denari passati per la Rp che,
secondo l’accusa, accanto ad una
attività reale legata alla vendita
del caffé, aveva anche un fatturato
molto più cospicuo che mascherava
la contestata attività di
riciclaggio.

Fatture false che per i magistrati
erano quindi utilizzate per giustificare
le transazioni contestate.

La svizzera
Il provvedimento che risponde
alle istanze di revoca della misura
restrittiva, smonta, inoltre,
la posizione difensiva degli avvocati
Annetta, Pagliai e Campagna,
secondo la quale la decisione
elvetica farebbe decadere le
accuse sammarinesi.

La difesa ha sostenuto che l’indagine
svizzera avrebbe accertato
che i flussi finanziari e l’origine
dei denari erano leciti. In
realtà, sostiene l’accusa, è l’esatto
contrario: la decisione della
magistratura elvetica ha indicato
chiaramente l’illiceità delle movimentazioni,
ma ha ritenuto di
non poter proseguire valutando
che le autorità estere non avrebbero
risposto alle richieste di
collaborazione giudiziaria. Ebbene,
gli inquirenti sammarinesi
rilevano che i difensori, nell’offrire
alla magistratura e ai media
una traduzione parziale in lingua
inglese del provvedimento elvetico,
hanno fornito una traduzione
con diverse omissioni e non
fedele, nemmeno nell’indicazione
dei paragrafi.

Gli inquirenti sottolineano, invece,
che il provvedimento del magistrato
svizzero riporta come le
indagini, aperte sulle movimentazioni
dei conti presso le banche
con cui operavano i clienti asiatici
tra cui la ormai nota Black Sea
Pearl, abbiano dimostrato che vi
è stato il trasferimento di grandi
volumi di denaro, la cui origine,
il beneficiario effettivo e gli scopi
reali, vengono dichiarati contrari
alla legge.

Il giudice svizzero poi, scrive che
la struttura delle società e delle
relazioni del cliente, non avevano
altro fine se non l’occultamento
dell’origine dei fondi. Si
dà inoltre atto della produzione
di documenti falsi, per cui una
fattura viene utilizzata tre volte
e viene riscontrata, sempre nelle
carte svizzere, la manipolazione
dei documenti giustificativi delle
operazioni. Se, quindi, l’autorità
elvetica ha archiviato ritenendo di
non ottenere risposta dalle rogatorie,
non così gli inquirenti sammarinesi,
che hanno invece deciso di
portare avanti l’indagine, e hanno
chiesto e ottenuto collaborazione
proficua dalle autorità estere.

Da Macao a San Marino
I magistrati sammarinesi rilevano
che, anche dalla documentazione
depositata dai difensori, emerge
che i soldi trasferiti dalla Svizzera
a favore di Podeschi e Baruca,
provenivano da Macao. Precisamente
dai junkets di Macao, quelle
attività, cioè, legate al gioco d’azzardo
che procacciano giocatori,
li finanziano consentendo loro,
tra l’altro, di aggirare le restrittive
norme cinesi sull’esportazione di
valuta. Un meccanismo di prestito
torbido e per importi imponenti,
tanto che le polizie di mezzo
mondo indicano nei junkets il veicolo
migliore per il riciclaggio. In
più, il recupero crediti da parte di
queste attività è tanto più efficace
quanto più è legato, come spesso
accade, alla criminalità organizzata.
Questi i soldi che, secondo
l’accusa, attraverso la Svizzera
erano arrivati a San Marino, e in
parte ritornati a Phua.

La risposta ai legali
Tracciato il quadro dell’indagine
su questo fascicolo stralciato, gli
inquirenti rispondo all’istanza
della difesa i cui rilievi sono ritenuti
infondati. Tuttavia d’ufficio,
visto lo stato dell’indagine e valutato
il quadro indiziario, i magistrati
hanno deciso, considerate le
prove già acquisite – circostanza
che attenua il rischio di inquinamento
– di attenuare le cautele,
adottando delle misure che non
impediscano lo svolgimento di attività
lavorativa o visite familiari,
in particolare a Baruca.

La misura cautelare viene dunque
rimodulata dai giudici inquirenti
che però tengono conto del fatto
che, anche con la complicità
di professionisti, sia proseguita
un’opera di creazione di prove a
tavolino con lo scopo di trarre in
inganno il giudice. Questo, unito
ai legami con influenti uomini
d’affari della cerchia di Phua, fa
sì che il rischio di inquinamento
probatorio permanga, per i magistrati.
Quindi l’obbligo di permanenza
in territorio resta, pur attenuandosi.
L’autorizzazione che
viene concessa è di poter uscire
dal territorio per non più di 12 ore
per esigenze che dovranno essere
comunicate e autorizzate dall’autorità
giudiziaria. Baruca in particolare,
per motivi di lavoro e per
recarsi all’istituto frequentato dal
figlio, potrà uscire dalla Repubblica
comunicando l’uscita 30
minuti prima alla Gendarmeria,
stessa comunicazione che dovrà
fare entro trenta minuti dal rientro,
firmando apposita nota. Per
Podeschi, che aveva chiesto semplicemente
la revoca del divieto
di espatrio, la misura permane pur
potendo chiedere, con le medesime
modalità previste per Baruca,
di lasciare il territorio con istanza
motivata.

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