I soci del Rotary Club visitano Palazzo Pubblico

“Il nostro Palazzo Pubblico è l’espressione architettonica di un progetto politico-pedagogico dello stato sammarinese che, all’alba del Regno Unito d’Italia, puntava ad una decisa affermazione della propria storia, cultura ed identità”. Con queste parole, pronunciate dalla dott.ssa Francesca Michelotti, si è aperta la visita dei soci rotariani al Palazzo Pubblico di San Marino. E in queste parole c’è tutto il senso del disegno, dello stile e dei contenuti dell’opera architettonica, che rappresenta una della culle della nostra identità. Ecco spiegata la scelta dei sammarinesi, controcorrente rispetto al flusso della storia dell’arte, dello stile neo-gotico, declinata con efficacia dall’architetto Azzurri e mantenuta nel restauro di Gae Aulenti.

Camminare per gli ambienti del Palazzo Pubblico è anche, e soprattutto, una straordinaria opportunità per riprendere consapevolezza di alcune tappe fondamentali della nostra storia nazionale. Solo alcuni esempi. Nell’atrio campeggia il busto di Giosuè Carducci che, in occasione dell’inaugurazione dello stesso Palazzo, seppe celebrare in modo così unico la nostra “Libertà perpetua”. A pochi metri di distanza la lapide che ricorda l’ospitalità data a 100.000 rifugiati italiani, in occasione dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Salendo lo scalone d’onore, vicino all’ingresso della sala stampa, si può osservare il cosiddetto “angolo dei nemici”: una tempera murale celebra, in particolare, il ruolo della patrona Agata nella cacciata dell’Alberoni, mentre ai versi di Dante (Inf. XXVII) viene affidato il ricordo dei “mastin vecchio e nuovo da Verucchio”. Ovunque, nel Palazzo, si respira la storia sammarinese. Tra le iscrizioni che, forse, rappresentano in modo più significativo la nostra identità di stato, c’è sicuramente quella che reca le parole di Abramo Lincoln: “Benché il Vostro dominio sia piccolo, nondimeno il Vostro Stato è uno dei più onorati di tutta la storia”. Così il presidente americano, nel 1861, ricordava al mondo intero che quel territorio di pochi km quadrati, tra la montagna e il mare, non doveva far parte del neonato Regno d’Italia. Quelle parole, su una targa commemorativa vicina all’ingresso della Sala del Consiglio, richiamano con forza un’altra scritta, che campeggia nell’affresco con cui il Retrosi celebra il Santo Marino: “relinquo vos liberos ab utroque homine”.               [c.s.]

 


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