Il “castigo” di Dio

Il “castigo” di Dio

Sto leggendo un libro sorprendente di Robert Spaemann “Meditazioni di un cristiano sui salmi 1-51” [Ed. Cantagalli] e credo che potrebbe essere il compagno di viaggio in questa Quaresima, iniziata con il dramma della quarantena, che del periodo liturgico potrebbe essere una eco sbiadita.

L’autore mostra con una profondità notevole una capacità di lettura dei salmi che ne sa cogliere l’autentica contemporaneità, come è caratteristica della Parola di Dio, e lo riconosce sia il credente che l’uomo scevro da pregiudizi di qualsiasi natura.

Potrebbe, ciascuno di voi, in questi 40 giorni, leggere il commento al singolo salmo, e ne trarrebbe certamente suggerimenti e giudizi per un cammino serio e profondamente umano.

Mi sono imbattuto in questa considerazione finale nel commento al Salmo 9, con questa attualissima citazione del grande vescovo Clemens August von Galen, considerato il “Leone di Münster” per il suo coraggio e le sue dure prediche contro Hitler. Egli, “nella sua prima predica dopo la guerra, di fronte alle torri del Duomo di Münster, ha pronunciato queste significative parole: ‘Gli orrori, che abbiamo vissuto, sono stati il castigo di Dio per la Hybris che si è determinata nel momento in cui il nostro popolo ha scritto nella sua Costituzione che tutto il potere deriva dal popolo. Il potere, che procede dal popolo, ora l’abbiamo sperimentato’”.

Lo stesso von Galen che aveva detto, durante il periodo nazista, “Non posso più avere comunanza di popolo con degli assassini che giustificano l’uccisione di innocenti… Il vostro Dio è il ventre”.

Queste parole mi sembrano un ammonimento per leggere quanto sta accadendo in questi tempi tra noi, tempi in cui abbiamo paura a parlare di quello che accade, e non penso solamente al coronavirus, nei termini di un “castigo di Dio”. Già, perché pensiamo al castigo allo stesso modo con cui riflettiamo sul “Non ci indurre in tentazione”, cioè a un Dio che faccia il male o che inviti, induca a compiere il male.

Così non ci accorgiamo che quello che stiamo perdendo è proprio il bene e il bello della vita.

Parliamo della morte, anzi, della uccisione degli uomini come diritto o gesto di pietà, pensiamo alla comunicazione come a uno spazio di propaganda per gli ‘amici’ e censura (quando non menzogna) per chi è testimone di un pensiero diverso; diamo spazio a chi pensa come noi, e cancelliamo la voce di chi pone domande critiche. Avete letto quello che ha detto ai sacerdoti e ai vescovi Papa Francesco? “Non si accettano quelli tra di noi che la pensano diversamente. Per una parola si viene trasferiti nella categoria di coloro che remano contro, per un ‘distinguo’ si viene iscritti tra gli scontenti. La parresia è sepolta dalla frenesia di imporre progetti. Il culto delle iniziative si va sostituendo all’essenziale… L’adesione alle iniziative rischia di diventare il metro della comunione. Ma essa non coincide sempre con l’unanimità delle opinioni…”.

Ancora, si usa la scuola per indottrinare i giovani, si comunica una immagine di persona come un prodotto della propria volontà, rifiutando il dato della natura (maschile e femminile) e si vuole togliere la voce a coloro che rivendicano il volto umano dei rapporti sessuali accusandoli di essere “omofobi”, accusandoli di una “paura” contro la libera espressione di sé.

Quale meraviglia se poi l’esito è “il castigo di Dio per la Hybris”, questa presunzione di onnipotenza, che sembra vieppiù limitare gli spazi della umanità e della libertà! Come ricordava Giovanni Paolo II riportando il pensiero di De Lubac: “Non è poi vero, come pare si voglia dire qualche volta, che l’uomo sia incapace di organizzare la terra senza Dio. Ma ciò che è vero è che, senza Dio, egli non può, alla fine dei conti, che organizzarla contro l’uomo”.

Il compito che allora si apre per ciascuno di noi, il compito della verità, è quello di dare spazio e testimonianza a quelle opere buone che mostrano, con il loro esserci concreto, il volto autentico dell’uomo. E qui ci sarebbe lo spazio per raccontare dei medici che hanno sacrificato loro stessi, con abnegazione e sprezzo del pericolo, per curare coloro che erano colpiti da pericolose epidemie (e in questi giorni anche i mass-media ne hanno dovuto parlare); come raccontare di coloro che vivono l’esperienza familiare come luogo di accoglienza ed educazione piena della vita, senza cedere ai miti della cultura dominante; o indicare l’esempio di coloro che vivono il lavoro quotidiano come occasione di concreta solidarietà, fino alla gratuità della carità; oppure raccontare di quei politici che servono realmente il bene comune, rifiutando la logica dell’interesse di partito e del facile guadagno, per sé o per la loro parte.

Sarebbero tutti esempi di quell’”anti castigo” che nasce dall’osservare la legge di Dio, scritta nei cuori e testimoniata dal Vangelo.

 

Don Gabriele Mangiarotti

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