Il pane dei Vallefuoco da San Marino nell’Emilia Romagna, Agenzia Dire

Fornitori di S.Marino,
Camst 
e Cir Food nell’indagine ‘Vulcano’

La Direzione distrettuale antimafia dell’Emilia-Romagna sta indagando con attenzione sui forti interessi economici che il clan camorristico dei Vallefuoco ha dimostrato nei confronti del territorio San Marino. Nel mirino degli inquirenti- che meno di un mese fa hanno arrestato dieci affiliati ai clan Vallefuoco, Mariniello e Casalesi accusati di estorsione tra Rimini, Riccione e San Marino- ci sono diverse attivita’ ed interessi economici messi in piedi dai Vallefuoco a San Marino. Tra le altre cose, la Dda era al corrente del Panificio Vallefuoco e delle forniture effettuate alle scuole del Titano. Un argomento ‘sensibile’, di cui ieri, in Repubblica, hanno parlato pubblicamente il segretario di Stato per l’istruzione e la cultura, Romeo Morri, e quello per l’Industria e il commercio, Marco Arzilli. A sollevare lo scandalo del pane della camorra sulle mense dei bambini del Titano era stata nei giorni scorsi Sinistra unita con un’interpellanza.

    La vicenda viene seguita con attenzione dalla Dda anche se per il momento, su questo filone, non sono emersi evidenti risvolti penali. L’attivita’ del panificio sara’ comunque vagliata, cosi’ come altre dei clan Vallefuoco. Gli inquirenti ad oggi sono pero’ cauti e propendono sul fatto che la fornitura di pane e la successiva distribuzione (in cui rientrano anche la Camst di Bologna e la Cir Food di Reggio Emilia) potrebbe di per se’ non avere nulla di illegale. Quando il 22 febbraio scattarono gli arresti del Ros dei Carabinieri nei confronti di 10 persone accusate di estorsione con metodi mafiosi nei confronti di imprenditori romagnoli (e non piu’ di conterranei trasferiti al Nord), il procuratore capo Roberto Alfonso lancio’ l’allarme spiegando che quanto accaduto dimostrava il pericolo di “infiltrazioni serie” e l’alzarsi del livello di penetrazione della criminalita’ organizzata in Emilia-Romagna Lo stesso Alfonso defini’ la presenza dei Vallefuoco “assolutamente nuova” all’interno della nostra regione. Ad alzare il livello di preoccupazione degli investigatori fu poi il fatto che nello stesso territorio ristretto (tra Rimini, Riccione e San Marino) operavano contemporaneamente tre diversi clan camorristi che, dopo iniziali attriti e rivalita’, hanno finito per coalizzarsi tra loro con l’obiettivo di spartirsi i guadagni delle estorsioni.
    L’indagine che ha portato ai dieci arresti del 22 febbraio scorso, ribattezzata “Vulcano”, ruotava attorno alla Ises di Rimini, l’impresa di recupero credito gestita da Francesco Vallefuoco, dell’omonimo clan. Una ditta creata apposta come specchietto per le allodole per imprenditori in difficolta’ economica (o alle prese con debitori da rincorrere), che in questo modo si rivolgevano con fiducia a questa impresa ignari di cosa ci fosse dietro. I camorristi che la gestivano (Vallefuoco e un altro indagato) si presentavano in modo distinto (ben vestiti e con auto di lusso) e inizialmente creavano un rapporto di amicizia con le loro future vittime. Poi cominciavano a minacciarli e a chiedere denaro. E alle loro richieste, ben presto, si sono aggiunte quelle di emissari degli altri due clan coinvolti nell’indagine, i Mariniello e i Casalesi. Le estorsioni nei confronti delle vittime, due imprenditori romagnoli, sono durate per mesi e mesi: denaro, orologi costosi e vestiti (uno degli imprenditori vessati aveva una boutique d’abbigliamento a Riccione, dove i camorristi facevano incursioni portandosi via abiti da 1.500 euro l’uno).
 Uno dei due imprenditori, che ha finito per ‘sganciare’ quasi 200.000 euro tra soldi e beni, aveva ricevuto minacce anche sulla sorte dei propri figli.

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