Luca Lazzari (SU): alcune considerazioni sulle manifestazioni di questi giorni

Le grandi manifestazioni dei giorni scorsi segnano la fine di un’epoca. Dalla popolazione si è alzata una radicale domanda di cambiamento. Una domanda che tanti anni di diseducazione politica rendono difficile da esprimere con chiarezza. Eppure il problema è tutto qui, cioè nel definire, precisamente, in che cosa consiste questa domanda; nel trasformare un malessere indefinito e mutevole in un progetto di ristrutturazione del Paese.

Le facili polemiche sui toni della piazza e i richiami al realismo sono da sempre un modo per svilire le ragioni della protesta e per sottrarsi alle proprie responsabilità. I giovani che sono scesi in piazza, tutti i giovani, anche quelli che hanno lanciato parole di offesa contro noi occupanti del Palazzo, non sono delinquenti brutali e rissosi. Sono i figli traditi della Repubblica che rifiutano l’invecchiamento precoce, che sentono la stessa rabbia di non rappresentanza di molti loro coetanei di altri paesi. Gridano perché gli si riconosca il diritto di esistere, una possibilità per le loro vite. Si può biasimare la vita?

La protesta può essere fantasiosa, disperata, civile o furiosa. Giudicarla non serve, serve invece ascoltarla. E se la si ascolta con attenzione si capisce che i sammarinesi vogliono chiudere i conti con un regime corrotto che nega la libertà e il futuro; vogliono rompere il vincolo dell’«obbedienza in cambio di favori» che da sempre li sottomette al governante di turno; vogliono uscire da un ordinamento antiquato e conquistare, finalmente, lo status di cittadini.

Il Paese conosce pudori, non segreti. Sa perfettamente che la politica in tutti questi anni l’ha derubato e asservito a vantaggio di diversi gruppi di potere intrecciati tra loro (questi sì, formati da delinquenti); e che la legislazione è stata il mezzo per trasformare i soprusi in sistema. Ci sono politici che hanno agito con correttezza che non vogliono accettare una generalizzazione così grave. A questi politici dico che se davvero hanno a cuore l’interesse del Paese, allora dovrebbero accettare ancora di meno lo stato attuale di cose e scegliere, una volta per tutte, da che parte stare.

Ora che la ricchezza si ritrae e le tutele sociali diventano oggetto di speculazione, San Marino si mostra per ciò che è: un Paese distrutto dall’affarismo che non ha più nulla da offrire. Ma non tutto è perduto. Ci sono comuni in Italia che su scala territoriale riescono ad attuare politiche straordinarie di sviluppo sostenibile, di valorizzazione dell’ambiente, di avanzamento della qualità della vita, di gestione dei Beni Comuni. Pensiamo a cosa potrebbe fare San Marino, che non è un comune ma uno Stato, se solo riuscisse a fare un salto in avanti. Per l’attuale quadro politico, bloccato in un girare a vuoto autoreferenziale, quel salto è impossibile. E lo è anche per la forma istituzionalizzata di democrazia multipartitica, che è in crisi in quasi tutto il mondo. Bisogna reinventare la democrazia. Qui a San Marino una possibile soluzione l’ha indicata Lazzaro Rossini, con la proposta di un Arengo permanente. È una proposta a cui dare corpo. Ma la direzione è l’unica possibile, ovvero quella della democrazia diretta. Gli strumenti per poterla costruire non mancano: dal vincolo di mandato al bilancio partecipativo, dall’utilizzo delle rete nelle consultazioni popolari al difensore civico. La politica va portata fuori dal Palazzo. Il Palazzo è accomunato da una visione provinciale e ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. È fuori dal Palazzo che si possono trovare le competenza sulle grandi questioni attuali: ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali.

Le forze della storia si sono rimesse in moto. San Marino vuole fiorire e fiorirà. Dovesse farlo anche sulla pietra più nera della reazione.

 

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