Paneuropa San Marino, referendum: “6 su 10 stanno a casa: questa è la vera sconfitta”

“Con in mano i risultati del referendum popolare che ha chiesto la liberalizzazione dell’aborto a San Marino, la prima cosa da notare è che i cittadini sammarinesi han deciso, a larga maggioranza, di starsene a casa.

Questa è la vera sconfitta – scrive in un comunicato Paneuropa San Marino -, se si pensa che nel referendum del 2016 sulla preferenza unica votarono quasi il 70% degli aventi diritto. In cinque anni un crollo del 43%, che dimostra come anni di crisi economica e culturale hanno profondamente inciso in una cittadinanza che non trova più nemmeno l’interesse, o la forza, di dire la propria – qualunque essa sia – su temi di grande rilevanza civile come quello dell’aborto a San Marino: delusione, individualismo, rifugio nell’interesse personale immediato, rifiuto della politica sono i frutti avvelenati di un decennio di decadenza prima di tutto culturale e spirituale, e poi economica e sociale. Lo stesso dicasi del gran numero di cittadini sammarinesi residenti all’estero: rispetto ai numeri relativi alla provincia di Rimini i votanti ai due seggi esteri sono stati un numero semplicemente ridicolo: un altro fatto che dovrebbe far riflettere, ma che negli ultimi anni è stato del tutto accantonato.

Il restante 40% dei votanti ha largamente premiato il “sì”. Gli 11.119 votanti per il “sì” ripercorrono il profilo politico ma solo in parte il numero dei votanti per i partiti della sinistra alle ultime elezioni politiche che, molto frammentati a livello politico e parlamentare, hanno trovato nella liberalizzazione dell’aborto un punto comune facile e soprattutto sulla pelle altrui, facendosene massicciamente propagandisti per tutta la campagna elettorale; come è naturale hanno festeggiato il risultato buttandolo in polemica contro una DC quasi del tutto afona, ma festeggeranno meno nei prossimi mesi la loro storica incapacità di metter mano ad un percorso condiviso che riesca a mettere in piedi una legge che, a differenza di quella italiana, riesca veramente a non lasciare indietro nessuno e non si limiti a festeggiare la vittoria dell’ideologia dello scarto.

La mobilitazione per il “no” ha visto protagonista un mondo cattolico quasi del tutto privo di rappresentanza politica e parlamentare; i partiti cd. “cattolici”, accanto ad alcuni mediocri manifesti, non hanno brillato affatto nel persuadere i propri elettori ad andare a votare coerentemente nella giornata di oggi; al contrario spesso hanno espresso fastidio e incomprensione per il nuovo protagonismo delle aggregazioni cattoliche, che forse si sono permesse di dire la loro senza chieder permesso. I 3.265 voti per il “no” rappresentano quindi il frutto di uno sforzo condiviso e messo in piedi solo in pochi mesi da una rete di Associazioni che di mestiere fa ben altro, mentre purtroppo anche la politica ha dimostrato di continuare a fare altro; e di ciò bisognerà ben tener conto.

Ora si apre un duplice fronte per chi, come noi, ha espresso e motivato un “no” sincero e forte all’aborto liberalizzato a San Marino. Il primo tema è immediato, e consiste nel sorvegliare strettamente le evoluzioni del dibattito politico in argomento, allo scopo di prevenire tutte le degenerazioni che la fallimentare esperienza italiana e gli eccessi islandesi, ucraini e montenegrini ci hanno messo di fronte, e che non vogliamo sporchino la tradizione umanitaria e cristiana di San Marino; oggi abbiamo visto come lo strumento referendario possa essere concretamente utile.

Il secondo è “farsi prossimo” a quei 6 sammarinesi su 10 (per non parlare dei nostri concittadini che abitano appena fuori dei nostri confini), che si sono rifugiati in un atteggiamento di disinteresse vacuo e debole che ha sicuramente facilitato il compito a minoranze attive come quelle che escono dalla tradizione comunista, ben sorrette dal “grillismo” al governo. Comprendere i motivi di una disperazione che si fa disinteresse e rifiuto, per superarli assieme: questa è un’emergenza educativa che riguarda giovani ed adulti sammarinesi, senza grosse distinzioni d’età, ceto e scolarizzazione.

Persa apertamente questa battaglia, il lavoro per la difesa della vita e della dignità degli ultimi prosegue quindi, con ancor più motivazioni di prima”.

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