San Marino. “Acquisire Bns costerà 19 milioni allo Stato”, Antonio Fabbri

Quanto costerà allo Stato acquisire Bns? Il valore nominale delle azioni, pari a 19.000.000 di euro

Da chi lo stato comprerà le azioni? Da Bcsm che lo Stato controlla con l’83% della compagine sociale

Che fine faranno i dipendenti? Non è Stato chiarito Molti, è stato detto in Consiglio, resteranno DISOCCUPATI

Il tempo è denaro soprattutto per gli NPL che, stando ai dati alla nascita di Bns, ammontano a circa 200 MILIONI

Antonio Fabbri

Le ricadute dell’operazione vanno a sommarsi alla garanzia che lo Stato ha già prestato per il Veicolo pubblico di segregazione dei fondi pensione

I sentieri sono quelli della “elevata ingegneria finanziaria”. già battuti per Banca del Titano, per Bcs e per le varie crisi bancarie che si sono succedute negli anni. Era nell’aria, ma lo si è ben compreso nell’ultimo Consiglio Grande e Generale, nel quale è passata in prima lettura la Legge di assestamento di bilancio che, al proprio articolo 2, prevede l’acquisizione da parte dello Stato di Banca Nazionale Sammarinese che è “in perdita costante ogni giorno che passa”, hanno affermato diversi consiglieri.

Che la legge sulle risoluzioni bancarie avrebbe portato a far ricadere sullo Stato i costi dell’operazione, era ampiamente prevedibile e i più avveduti lo avevano rilevato da subito. Si arriva così ad oggi, ad una operazione, appunto, di “elevata ingegneria finanziaria”, così ebbe a definire il passaggio di Banca Commerciale Sammarinese ad Asset Banca, che di fatto ricalcava operazione analoga fatta con Banca del Titano, l’allora Direttore di Banca Centrale, Mario Giannini.

Sta di fatto che anche in tale caso le perdite se le accollerà lo Stato, come avvenuto direttamente o indirettamente, attraverso il credito di imposta, in tutte le crisi bancarie.

L’art. 2 della legge di assestamento di bilancio L’articolo 2 della Legge di assestamento di bilancio presentata dal Segretario di Stato Marco Gatti, “tratta dell’acquisizione da parte dello Stato del pacchetto azionario della Banca Nazionale Sammarinese, attualmente di proprietà dalla Banca Centrale della Repubblica di San Marino. L’acquisizione potrà avvenire dopo la definizione della mission di BNS, come previsto dall’art. 24 comma 1, della Legge n. 157/2019 e successive modifiche”. Così ha descritto l’operazione lo il Segretario di Stato alle finanze Gatti nella relazione al progetto di legge, fornendo anche, nel corso del dibattito, alcuni dettagli su come si svolgerà l’operazione.

Alcuni dettagli della cessione di Bns allo stato Su questi ha posto l’accento il consigliere di Repubblica Futura Nicola Renzi: “Lo Stato comprerà da Banca Centrale le azioni di Banca Nazionale Sammarinese al valore nominale di 19 milioni di euro, utilizzando un finanziamento della stessa Bcsm che vende le azioni”.

Ora, la compagine azionaria di Banca Centrale vede il 67% della proprietà in capo all’Eccellentissima Camera; il 16% detenuto da Cassa di Risparmio di San Marino che, a sua volta è al 100% di proprietà dell’Eccellentissima Camera, cioè dello Stato. Il 6% è di Banca di San Marino; il 5% di Bac-Ibs e l’1% di Bsi. Per il 5% è di Banca Nazionale sammarinese che, quando passerà allo Stato sarà a sua volta al 100% di questo.

L’alta ingegneria finanziaria A conti fatti l’Eccellentissima Camera – direttamente e indirettamente – deterrà l’88% di Banca Centrale. 

Risultato: lo Stato comprerà da se stesso, considerato che è socio di maggioranza di Bcsm, le azioni di una banca – di fatto quindi già sua – pagandole 19 milioni – questo il valore nominale delle azioni – con un finanziamento prestato sempre da Bcsm, che quelle azioni vende, acquistandole dunque sempre da se stesso con un finanziamento a se stesso erogato. Se si possa parlare di “alta ingegneria finanziaria” in una operazione del genere è difficile da dire, vero è che ricalca, e in maniera ancor più spinta, quelle già viste nell’ambito di altre crisi bancarie.

Incognita dei dipendenti E sull’operazione, scaturita dalla risoluzione di BancaCis pesa anche l’incognita dei dipendenti, molti dei quali inevitabilmente, al di là delle promesse della prima ora, perderanno il posto a decine. A rilevarlo, anche con pesanti note critiche sulla assegnazione della risoluzione al Commissario straordinario Sido Bonfatti e sulla gestione di questa fase, è stato il consigliere di Rete Marco Nicolini, sempre in Consiglio Grande e Generale: “A pagare per tutti – ha detto – saranno alcuni dipendenti del Cis, quelli meno furbi, che saranno destinati alla disoccupazione, come tanti altre persone in questa Repubblica. Dico quelli più furbi e quelli meno danarosi. Invito la maggioranza a rompere con gli schemi del passato e a mettere gli occhi su tutto perché sennò non ne usciamo bene”. Detto fatto: lo Stato – va rimarcato – comprerà al valore nominale delle azioni, 19 milioni di euro, le azioni di Banca Nazionale sammarinese. Le comprerà praticamente da se stesso, prestando a se stesso i soldi che necessitano all’operazione, considerato che Banca Centrale, pur essendo ente autonomo, è il soggetto che cede le azioni e che al medesimo tempo erogherà il finanziamento all’Eccellentissima Camera, essendo essa stessa, Bcsm, dello Stato, con il Cda nominato dal Consiglio Grande e Generale. Questo almeno quanto emerso nell’ultima seduta del Consiglio e non smentito in sede di replica dal Segretario alle finanze Difficile dire se una operazione di questo tipo possa essere capace, alla fine, di produrre utili.

I dubbi sugli utili Ecco, gli utili. “Molto dipenderà dalla mission di Bns”, è stato detto in Consiglio. Mission che parte, però, da un passaggio di “ingegneria finanziaria” alquanto discutibile e che non pare vantaggioso per lo Stato.

Comunque lo scopo dovrebbe essere quello di trasformare Bns nel famoso “veicolo” per il recupero degli Npl, operazione che nell’era post covid diventa ancor più ardua e meno vantaggiosa di quanto non lo fosse prima. Quando si mise mano alla legge sulle risoluzioni bancarie emerse che gli Npl – i non performing loan, ovvero i crediti non facilmente esigibili – in pancia all’ex BancaCis e travasati alla Bns erano di circa 200 milioni di euro. Ora, soprattutto nel recupero dei crediti non performanti il tempo è denaro, perché più trascorre il tempo, più diminuiscono le probabilità di recuperare le somme di difficile esigibilità. In questo contesto non aiuta di certo la crisi economica portata dall’emergenza coronavirus, che inevitabilmente ha acuito le difficoltà nei casi in cui, magari, c’erano più probabilità di recuperare il credito in maniera proficua.

Il veicolo di segregazione dei fondi pensione Tra l’altro lo Stato, in forza della Legge 115/2019, che si inserisce nel più ampio contesto della normativa 102/2019 sulle risoluzioni bancarie, è anche garante dei fondi pensione finiti nel Veicolo pubblico di segregazione fondi pensione.

Questa legge ha infatti stabilito la costituzione “di un veicolo pubblico con azioni interamente sottoscritte dall’Ecc.ma Camera”, come ricorda la stessa Banca Centrale anche nell’illustrare il terzo bollettino trimestrale del 2019.

Fondi pensione quantificati, nello stesso bollettino di un anno fa, in circa 86 milioni del primo pilastro più circa 15 milioni di Fondiss, passività di circa 101,84 milioni di euro trasferita, appunto, al Veicolo Pubblico. Importo, questo, da controbilanciare con pari importo di Npl della ex BancaCIS con maggiore possibilità di riscossione. La copertura per il recupero dei fondi pensione, si disse un anno fa, era ed è dunque legata all’effettivo ritorno degli Npl, dei quali però non è noto se sia iniziato il recupero che comunque non è mai così certo. Questo significa che se i crediti dubbi non dovessero essere recuperati, o di questi si riuscisse a recuperare solo una parte, la differenza la metterà ancora una volta lo Stato, considerato che il Veicolo Pubblico è interamente di proprietà dell’Eccellentissima Camera.

Il piano di rientro su cui si basava l’accordo tra Governo e Consiglio di Previdenza per il recupero dei fondi pensione, prevedeva una durata di 8 anni con rate crescenti nel tempo, ma, si diceva, più il tempo passa, più l’esigibilità degli Npl è a rischio.

Gli accordi per il rientro dei fondi pensione Scriveva la Csu il 17 luglio 2019: “Il veicolo pubblico avrà il compito di recuperare i crediti non performanti e di restituire al Fondo Pensioni le risorse spettanti. L’accordo, che sarà replicato negli stessi termini con la Eccellentissima Camera e con il Consiglio di Amministrazione dell’azienda di diritto pubblico, stabilisce che quanto non rientrerà dalla vendita degli Npl sarà ripianato anno per anno dallo Stato, con uno specifico stanziamento”.

E ancora: “È stato definito infatti un piano di rientro in 8 anni, con inizio dal 1° gennaio 2020 fino al 31 dicembre 2027, che prevede la corresponsione di cedole semestrali, che comprendono la quota capitale più gli interessi (graduati in misura crescente dall’1% fino all’1,75%). Per i primi tre anni, è previsto un rientro di 7 milioni all’anno più gli interessi, mentre dal quarto anno il rientro sarà pari a 13 milioni annui più interessi. Lo stesso Stato vincola la società di diritto pubblico al rimborso dell’intera somma spettante ai Fondi pensione”.

Non è dato sapere a che punto sia questo recupero, considerato che a gennaio di quest’anno, stando a quanto previsto dall’accordo di cui riferiva il sindacato, era prevista la prima tranche di pagamento di 7 milioni da parte del Veicolo pubblico di segregazione dei Fondi pensione. Ente la cui prima assemblea del 2020, stando alle Delibere di partecipazione del Congresso di Stato, si è svolta cinque giorni fa, il 5 giugno.

Tutto a carico dello Stato Ricapitolando: oltre al Veicolo pubblico di segregazione dei fondi pensione, già al 100% dello Stato, e quindi da questo garantito, se andrà in porto l’articolo2 della legge di assestamento di Bilancio, anche Bns ricadrà al 100% sull’Eccellentissima Camera. Se si considera che si tratta di Enti, al momento, tutti in perdita, appare inevitabile che le ricadute sul bilancio pubblico di determinate operazioni debbano essere considerate con attenzione.

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