San Marino. Antonio Fabbri: Tra averli e non averli

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Tra averli e non averli

Antonio Fabbri

“Oggi mi compro il gelato, costa cento lire”. “No, che ne hai appena mangiato uno e ti fa male”, diceva la nonna, “risparmiali”. “Perché?” “Beh, tra averli e non averli fanno duecento lire”, spiegava. E ti allungava la monetina gialla da mettere nel piccolo patrimonio.

Non è del tutto vero che inaugura oggi l’era del debito pubblico. Oggi, semmai, si aggrava: secondo chi sostiene il provvedimento, inevitabilmente e a tutela dei risparmiatori, del sistema e della collettività; secondo chi lo contesta, improvvidamente e a danno dei cittadini. Sta di fatto che l’era del debito è stata inaugurata almeno quattro anni fa. Nel 2013, infatti, nell’assestamento di bilancio presentato a settembre di quell’anno, era prevista l’emissione di “titoli del debito pubblico” sino ad un valore nominale di 105milioni di euro. A cosa servivano allora? Esattamente a quello che servono oggi: sostenere la ricapitalizzazione di Cassa di Risparmio.

Il punto è che quel finanziamento, o buona parte di esso, è stato praticamente bruciato dalla scelta discutibile, denunciata dalla relazione dei tre professionisti sulla gestione di Carisp come dannosa e lesiva per gli interessi dell’Eccellentissima Camera, di chiudere un buco anziché ricapitalizzare. Chi ha gestito Cassa allora, hanno relazionato i tecnici, ha deciso cioè di dirottare i fondi, stanziati dallo Stato per la ricapitalizzazione dell’istituto, per chiudere il deficit di bilancio, con l’approvazione dell’Assemblea allora formata da Fondazione e Sums. Per non parlare della svalutazione delle azioni di Cassa date in pegno allo Stato per un prestito da 60 milioni. Svalutazione che ha reso inconsistenti le garanzie per l’Eccellentissima Camera. Tutto questo senza che lo Stato finanziatore ne venisse messo al corrente. Senza che il Consiglio ne fosse reso edotto. Senza alcun confronto democratico. Eppure erano soldi pubblici anche quelli, ma all’epoca nessuno gridò allo scandalo.

Vabbé, forse non si sapeva.

In verità, però, nessuno ha gridato allo scandalo neanche quando recentemente si è saputo e la relazione è stata resa nota. Commenti non ce ne sono stati, né aspri né pacati.

Strano, perché quei milioni di debito pubblico sono stati “bevuti” senza effetto apprezzabile sul capitale di Cassa. Anche quelle erano risorse della collettività. Oppure, vien da chiedere, quelli erano capitali “diversamente pubblici”? Il dubbio sorge perché non è che parti sociali, datoriali, opposizioni e neanche troppi dalla maggioranza si siano sperticati per sottolineare che su quei soldi di tutti -manovrati da alcuni, per gli interessi di pochi- la volontà del Consiglio di ricapitalizzare Cassa è stata violata. Violata senza che il Palazzo, da cui quella volta nessuno si era assentato, sapesse nulla. Si vede che anche questo era un “diversamente scandalo”.

Così è successo proprio come se quel gelato da 100 lire lo si fosse mangiato in barba ai rimbrotti della nonna e avesse creato imbarazzo al pancino. Uno spreco. E allora, tra averle e non averle, quelle 100 lire son diventate 200, perse in un capriccioso rigurgito.

La stessa cosa -tra averli e non averli- succede con quei 105 milioni di debito pubblico del 2013, che possono arrivare oggi esattamente al doppio, 210 milioni, poi alla fine ritoccati -a pagina 26 dell’allegato A all’assestamento di bilancio– a 200 milioni. E mentre ci si accapiglia se scegliere il cono o la coppetta, il gelato si sta sciogliendo.

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