San Marino. Intervista a Francesca Michelotti, “No ai ballottini “

Parla Francesca Michelotti che ha aderito al comitato “No ai ballottini”

“Legge elettorale, il quesito ripropone una norma regressiva e peggiorativa”

“L’ampiezza decisionale dei cittadini sarebbe drasticamente rimpicciolita”

Anche Francesca Michelotti aderisce al comitato “No ai ballottini”, contrario al quesito che mira a modificare la legge elettorale e che sarà sottoposto al voto dei cittadini nel referendum, il primo senza quorum, che si celebrerà il 2 giugno prossimo.

Referendum per la modifica della legge elettorale, anche lei ha aderito al Comitato contrario al quesito, Comitato che ha un nome eloquente: “No ai ballottini”. Perché ritenete che questa modifica apra, o meglio riapra, la strada ai ballottini? “Ho aderito al Comitato “No ai ballottini” e voterò NO al referendum sulla modifica della legge elettorale per una ragione molto semplice: sono convinta che la legge elettorale in vigore sia una buona legge, saggia e trasparente. E poi ha rappresentato un’evoluzione positiva del nostro sistema di selezione della classe politica ed un successo della nostra democrazia, che ne è uscita rafforzata perché ha tolto potere decisionale ai partiti per restituirlo al popolo sovrano. Perché cambiarla? Con questa legge sono gli elettori a scegliere la squadra dei partiti che formeranno il governo e il governo può essere cambiato solo con il voto degli elettori. Per questo i governi attuali sono detti “governi di legislatura”, perché durano come la legislatura e, se cadono prima, finisce con loro anche la legislatura. La proposta referendaria vuole invece tornare alla opacità dei vecchi tempi, quando la composizione del governo veniva decisa dai partiti “dopo” le elezioni. E questo avveniva a porte chiuse, nel migliore dei casi nelle Direzioni delle forze politiche, nel peggiore dei casi con accordi sotterranei fra i leader dei partiti e i più scaltri procacciatori di voti, accordi spesso officiati e benedetti da poteri e maneggioni che nulla avevano a che vedere con le procedure democratiche. Nella segretezza di quei patteggiamenti – con la campagna elettorale ormai alle spalle e la sovranità popolare già esercitata – il senso dello Stato, l’interesse pubblico e i grandi progetti di progresso della nostra Repubblica troppo spesso scomparivano, sopraffatti dagli opportunismi dei partiti, da inaccettabili logiche spartitorie, o dalle smisurate pretese dei capibastone di turno, quando non dalla obliquità di indicibili rapporti politicoaffaristici. Il quesito referendario ripropone tutto questo con una formula regressiva e peggiorativa. Fra l’altro pasticciando soluzioni che rispecchiano solo la frustrazione dei perdenti nella consultazione elettorale del 2016. Non si cambia una legge per questo. Oggi nel Consiglio Grande e Generale siedono ben dieci forze politiche e dunque la nostra legge mantiene intatta la sua finalità di combattere l’atomizzazione della politica per andare verso il bipolarismo e l’alternanza democratica, sistema che a tutt’oggi rappresenta il modello più evoluto di democrazia occidentale. Vogliamo tornare al partitismo? Al proliferare di partiti e partitini rissosi e prepotenti che riuscivano a far cadere un governo dopo l’altro, spesso sotto la spinta di oscuri interessi privati e incuranti della volontà popolare. Ricordo solo che nei sette anni precedenti l’entrata in vigore della legge elettorale che si pretende oggi di cambiare, si sono succeduti ben sei governi”.

I promotori sostengono che la modifica della legge elettorale sarebbe necessaria per salvaguardare la rappresentatività del Consiglio che risulterebbe penalizzata dal ballottaggio, è davvero così? “Prima di tutto vorrei sgombrare il campo dalla falsità di un mantra divulgato o per ignoranza o con preoccupante malafede: e cioè che è colpa di questa legge elettorale se in Consiglio siedono persone con poche preferenze. Questo fenomeno si sarebbe presentato anche con un vincitore diverso o con un sistema elettorale diverso perché la caduta verticale del numero delle preferenze è un regalo del referendum che ha voluto la preferenza unica. Non c’entra niente la legge elettorale o il ballottaggio. Caso mai c’entra il premio di maggioranza o le grandezze dei suoi numeri che però, curiosamente, non vengono messi in discussione. Sarebbe proprio interessante sapere perché. Tornando al ballottaggio, sono sempre stata favorevole ai sistemi elettorali a doppio turno che adottano il ballottaggio,una modalità che permette ai cittadini di far valere nuovamente la loro opinione quando il primo turno non è stato in grado di esprimere la maggioranza necessaria per governare. Un esempio per tutti: i mesi e mesi di stallo seguiti alle ultime consultazioni politiche in Italia sarebbero stati risparmiati – peraltro a un paese già stremato dalla crisi economica – se la legge elettorale italiana avesse previsto un secondo turno con ballottaggio. Esiste una definizione del ballottaggio particolarmente suggestiva ed efficace: nel primo turno l’elettore vota “con il cuore”, e sceglie la coalizione, la lista e i candidati che secondo lui meglio incarnano i suoi valori e la sua idea di futuro e di società; nel secondo turno con ballottaggio l’elettore vota invece “con la testa”. Se fra le due forze che si contendono la vittoria c’è la sua preferita non farà altro che confermarle la sua fiducia, ma se la sua preferita è arrivata ultima o ha perso e per lei si è aperta solo la strada dell’opposizione, l’elettore potrà ancora scegliere da quale forza politica preferisce essere governato fra le due rimaste in corsa. E sarà ancora una volta la maggioranza del corpo elettorale a prendere la decisione definitiva sul destinatario del premio di maggioranza. Decisione importante perché in ballo c’è un “premio” e, siccome i Consiglieri sono sessanta, il “premio” comporta sempre una “punizione” per qualcun altro. La volontà popolare trasforma il premio in un vero e proprio diritto di chi se lo aggiudica, perché il valore della volontà popolare nel ballottaggio ha la stessa autorità, dignità e solennità di quello del primo turno”.

Quindi con questa modifica il voto dei cittadini perderebbe il proprio attuale valore? “Non c’è dubbio che l’ampiezza decisionale del voto dei cittadini sarebbe drasticamente rimpicciolita. Oggi, prima del voto, ogni coalizione dichiara esattamente con chi governerà in caso di vittoria, mentre i partiti che si presentano da soli, in caso di vittoria, governeranno da soli. Oggi, prima del voto, ogni partito e ogni coalizione illustra chiaramente cosa farà e come governerà in caso di vittoria. Ogni elettore sceglie fra i vari programmi di governo quello che preferisce e conosce già la composizione della coalizione che si impegna a realizzarlo. Questa trasparenza e ricchezza di informazioni valorizza la scelta dell’elettore che finalmente può decidere anche la composizione della coalizione di governo. Se poi nel primo turno vi è un nulla di fatto, l’elettore torna a votare nel ballottaggio. Trovo che questa facoltà del corpo elettorale, di vedere protratta e rinnovata nel ballottaggio la propria capacità di decidere quale coalizione o partito dovrà assumere la responsabilità di governo, sia un tangibile ampliamento del potere dei cittadini e della democrazia di fatto. Non un vulnus della rappresentatività, ma una sua esaltazione. Con la modifica proposta dal referendum tutto questo sparirebbe, questo spazio di potere dell’elettorato si chiuderebbe per tornare alle logiche consunte e indecifrabili della partitocrazia”.

Per quale motivo, secondo lei, si vuole togliere agli elettori la possibilità di scegliere da quale maggioranza essere governati? “E’ difficile credere alla ragionevolezza di una proposta così peggiorativa. L’unica spiegazione si può trovare solo nello spazio mutevole e tattico di partiti che vogliono avere mano libera nelle prossime elezioni, senza l’obbligo di dichiarare agli elettori le loro vere intenzioni programmatiche e di alleanze. Uno spazio che non può essere chiamato politico perché risponde esclusivamente all’utilità di partiti che non vogliono rischiare di perdere voti dichiarandosi pronti a coalizioni poco gradite al loro elettorato. Come non pensare alla sorprendente intesa fra il Partito Democratico Cristiano e il Movimento Rete in questi anni di opposizione insieme e alla fraterna sintonia con la quale hanno operato? Come non pensare che tutto questo possa tradursi in una alleanza vera dopo i manifesti segnali di avvicinamento fra le due forze? Ma c’è un rovescio della medaglia: ve lo immaginate il popolo retino, quello della protesta contro la casta e il malaffare, andare a votare una coalizione di Rete con la tanto vituperata DC, oppure il classico democristiano, tradizionalista e conservatore, votare una coalizione con la tanto vituperata Rete? Le due forze politiche puntano entrambe a vincere da sole, ma il risultato elettorale non può mai essere dato per scontato e immagino che, in caso di insuccesso, non vogliano precludersi la possibilità di governare insieme. Però con un bell’accordo da stringere “dopo il voto”, cioè una volta incassato il risultato elettorale al netto del giudizio negativo dei rispettivi elettorati sulla innaturale e ambigua coalizione fra due forze idealmente distanti anni luce l’una dall’altra. Sia chiaro, tutto questo è assolutamente legittimo e ogni forza politica ha il diritto di perseguire ciò che ritiene meglio per sé. Ma non al punto di sacrificare una legge dello Stato, che dovrebbe essere generale e astratta, cucendola su misura della propria convenienza del momento. E non al punto di sacrificare una preziosa prerogativa del corpo elettorale”.

Si porrebbe poi anche la questione del programma, che sarebbe diverso da quello votato dagli elettori qualora dovesse essere oggetto di “mediazione” per un accordo tra il primo e il secondo turno tra due coalizioni o liste… “Quando dopo il voto si dovessero riaprire fra i partiti le febbrili trattative del passato per dare vita a un accordo di governo – come propongono i referendari – credete, i primi ad essere sacrificati sull’altare del compromesso, saranno i contenuti dei programmi elettorali. Poveri programmi elettorali, prima del voto usati come specchietti per le allodole e poi strattonati e strapazzati sul tavolo dell’accordo da partiti che sugli stessi argomenti hanno fatto ai rispettivi elettori promesse diametralmente opposte. E’ questo che vogliono i referendari? Togliere ai cittadini la possibilità di conoscere con esattezza – prima di votare – ciò che si propone di fare il governo chi uscirà vincente dalla competizione elettorale? Con la legge attuale il documento di proposta non si chiama più “Programma Elettorale”, quella illusoria raccolta di buone intenzioni destinate per lo più a rimanere lettera morta, ma si chiama invece “Programma di Governo” perché ogni iniziativa, ogni proposta di legge, ogni misura è già stata discussa fra gli alleati e su ognuna di esse è già stato raggiunto un accordo. Il “Programma di Governo” presentato da ogni forza politica in campagna elettorale è un patto coi cittadini che vincola i sottoscrittori al rispetto di quanto scritto. Ma offre ai cittadini anche il quadro completo delle opzioni sottoposte al loro giudizio nel cruciale passaggio delle elezioni e, a seggi chiusi, il vantaggio di poter controllare l’operato di chi governa nel corso della legislatura. Non è giusto rinunciare a tutto questo in nome delle inadeguate motivazioni da cui origina questa deplorevole e cinica proposta referendaria e mi auguro che gli elettori comprendano quale spreco di democrazia e di libertà comporti. Lasciamo alle forze politiche il dovere della chiarezza, della trasparenza e della lealtà nei confronti del corpo elettorale, e agli elettori il diritto di decidere da quali coalizioni e con quali programmi essere governati”.

 

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