San Marino. Riciclaggio soldi del narcotraffico, la Cedu dà ancora ragione al Titano

Riciclaggio soldi del narcotraffico, la Cedu dà ancora ragione al Titano

Antonio Fabbri

La Corte Europea di Strasburgo dà di nuovo ragione a San Marino. Questa volta la pronuncia della Cedu riguarda un caso che ha fatto molto discutere, sia sul Titano sia in Italia. Un caso che, alcuni legali a San Marino, avevano quasi dato per scontato che potesse essere stato cassato dalla Corte. Invece così non è stato e, anzi, la Cedu ha dichiarato il ricorso irricevibile, dopo gli approfondimenti del caso. Si tratta di una vicenda di riciclaggio che ha visto la condanna definitiva di Daniela Staiano sul Titano nel 2016. La donna era accusata di avere riciclato i soldi del marito, Damaso Grassi, romano condannato in Italia per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

I soldi giunti sul Titano sono considerati una parte del provento del narcotraffico dell’organizzazione scoperta in due anni di indagini nell’operazione Fire and Ice, che ha avuto il suo culmine con gli arresti e i sequestri del giugno 2011. Una operazione che venne condotta di concerto tra la Squadra Mobile di Roma e la Dea (Drug Enforcement Administration) statunitense, con il coordinamento del Procuratore distrettuale antimafia.

Sul Titano si indagò per riciclaggio e, dopo il rinvio a giudizio, ci fu per la donna la condanna in via definitiva nei due gradi di giudizio a 4 anni e mezzo e alla confisca di 1.377.832,55 incamerati dallo Stato.

Ebbene la Staiano aveva fatto ricorso a Strasburgo contestando la violazione dell’articolo 7 della Convenzione, sostenendo che era stata nei suoi confronti applicata la norma sull’autoriciclaggio in maniera retroattiva. Questo perché la donna era stata condanna in Italia per associazione a delinquere assieme al marito. Ritenendo che questo fosse il reato presupposto del riciclaggio, aveva contestato che non le dovesse essere applicata la cosiddetta clausola di esclusione dalla punibilità, oggi abrogata, che prevedeva, appunto, che non potesse essere punito l’autore del reato presupposto.

Sia i gradi di giudizio italiani, sia quelli sammarinesi, tuttavia, hanno sottolineato che la donna, pur facendo parte dell’associazione a delinquere, non partecipò alla commissione del reato-scopo del traffico internazionale di stupefacenti. Essendo quindi il denaro riciclato frutto di quel reato-scopo, poteva essere contestato, come è avvenuto, il riciclaggio e non l’autoriciclaggio.

Una decisione, quella dei tribunali nazionali, che la Corte di Strasburgo, nella sentenza pubblicata ieri, condivide. La Cedu valuta anche come la ricorrente, nel momento in cui le è stato contestato il reato, era in grado di comprendere, direttamente o con l’assistenza di un legale, che avrebbe dovuto rispondere di riciclaggio e non di autoriciclaggio. Così Strasburgo dichiara irricevibile il ricorso, confermando le decisioni dei vari gradi di giudizio del Tribunale sammarinese. Il denaro, frutto del narcotraffico internazionale di cocaina proveniente dalla Colombia, era già stato incamerato all’erario sammarinese in funzione delle decisioni dei giudici interni che, dunque, trovano adesso l’avallo anche dell’alta Corte. La vicenda può dunque dirsi definitivamente conclusa sul piano giudiziario, a meno che non salti fuori qualche zelante principe del foro a sostenenere che, essendo la cocaina proveniente dalla Colombia, il denaro confiscato dovrebbe essere restituito al popolo colombiano.

Condividi


Per rimanere aggiornato su tutte le novità iscriviti alla newsletter

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

Privacy Policy