Simona Capicchioni: la “nostra” Pieve

Simona Capicchioni: la “nostra” Pieve

Spettabile redazione,

da cittadina sammarinese residente in centro storico da generazioni (le tracce storico-genealogiche reperite arrivano al mio trisnonno che abitava la medesima casa che è tuttora della nostra famiglia), mi chiedo per quale motivo non sia più possibile considerare la PIEVE la nostra parrocchia di afferenza

e celebrare ivi i riti sacri che testimoniano la nostra appartenenza logistica e sentimentale alla comunità religiosa fondata da Marino, che ha da sempre il suo nucleo vitale nella Pieve.

Amo San Marino, le sue contrade, la sua storia; appartengo alla generazione cresciuta sui gradoni della Pieve e nel rispetto e nella conoscenza della Storia che ha fatto grande il nostro piccolo Paese. Le mie radici sono queste, saldamente ancorate alle pietre che ricorpono il nostro monte. I merli delle mura e i luoghi simbolo della nostra Repubblica parlano anche di me, della mia famiglia… eppure non abbiamo potuto dare l’addio a nostra Madre in Pieve, la Basilica della quale ha studiato la storia per decenni, insieme agli storici sammarinesi più rappresentativi, per poterla illustrare agli ospiti del nostro Paese che tramite lei hanno imparato ad amare questi luoghi.

Chiedo solo a qualcuno di spiegare a tutti i sammarinesi, quelli di città e non solo (perché la Pieve appartiene a CIASCUN sammarinese), i motivi per cui dovremmo sentirci tutti figli della parrocchia di Murata, che non appartiene a chi è di Città, come non apparterrebbe la parrocchia di Falciano a un serravallese o a un doganese; ancor di più questo discorso vale se si pensa che la Pieve è il nucleo fondante della comunità sammarinese; mi chiedo per cosa Marino abbia lasciato la sua eredità intorno al perimetro della Basilica se la Basilica è luogo ormai interdetto ai suoi fedeli.

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