Andrea Lattanzi – La Serenissima: Tamagnini studia in Inghilterra una cura efficace per l’Alzheimer

La Serenissima

Tamagnini studia in Inghilterra una cura efficace per l’Alzheimer

Andrea Lattanzi

Sono tanti i sammarinesi, giovani e non, che decidono di abbandonare il proprio Paese d’origine per andare a lavorare o a studiare all’estero e costruirsi il proprio futuro. Tra questi c’è anche Francesco Tamagnini che sulle colonne del nostro giornale, ha voluto raccontarci
i motivi che l’hanno spinto a lasciare la sua terra natia.

Francesco, qual è la sua attività attuale? “Sono un research fellow all’Università di Exeter, nel Devon, Regno Unito, in collaborazione con il professor Andy Randall e il dottor Jon Brown. La mia occupazione principale consiste nello studio delle alterazioni dell’attività elettrofisiologica dei neuroni (le principali cellule del sistema nervoso) nella malattia di Alzheimer: lavoro su modelli murini (sezioni di cervello di topi) e umani (cellule della pelle retrodifferenziate in cellule staminali pluripotenti indotte e differenziate successivamente in neuroni). Lo scopo di tali studi consiste nel cercare di chiarire le cause e i meccanismi di insorgenza di questa sindrome, che è la principale causa di demenza nei Paesi sviluppati. Ho recentemente vinto due finanziamenti di circa 200mila e 60mila sterline, erogati dalla Alzheimer’s Society e dal Medical Research Council, rispettivamente, che mi permetteranno di supportare i prossimi tre anni di ricerca”.

Come si è ritrovato a studiare all’estero? “Per caso, direi. Durante il mio dottorato, all’Università di Bologna, già da tempo aspiravo a collaborare con il professor Zafar Bashir, uno dei massimi esperti nello studio della corteccia peririnale. Sono partito nel 2009 per uno stage di 6 mesi. Dopo più di 5 anni sono ancora qui”.

Quando ha deciso di intraprendere la sua carriera, aveva messo in conto di andare all’estero o c’erano anche sbocchi qui a San Marino? “Già ai tempi dell’università quella di lavorare all’estero era una prospettiva ripetuta da professori e colleghi come un mantra. Il che non è una brutta cosa, nell’ambito del mio lavoro. Andare all’estero per un periodo di tempo, apre la mente e migliora le competenze. Certo, sarebbe anche appropriato per i sammarinesi poter circolare liberamente all’interno dell’Unione europea: ma questa è una storia a parte.  D’altro canto, per la carriera di neuroscienziato a San Marino il mercato del lavoro è virtualmente inesistente. Spero questo possa presto cambiare. Sto già cercando di operare in questo senso, tentando di aprire una collaborazione con l’Università degli studi di San Marino”.

Ha dovuto sostenere sacrifici
per lavorare?

“Tutto considerato, penso di
avere avuto dal Regno Unito
tutte le possibilità di competere
alla pari. E non chiedo altro,
sinceramente. Non mi posso
lamentare. Il senso di sacrificio
non lo sento. Ci sono stati
momenti difficili, soprattutto
legati all’insicurezza della propria
carriera, l’enorme carico
di lavoro e stress che l’accademia
richiede. Ma dopotutto
questa è la vita che ho scelto.
E il Devon mi piace: mi ricorda
Montegiardino, per certi versi.
L’unica nota negativa è la consapevolezza di non poter fare
il mio lavoro a San Marino, anche
volendo. E casa mi manca,
parecchio. Gli amici si sposano,
fanno figli, altri cambiano
carriera, alcuni si lasciano; altri
ancora non sono neppure più
con noi. Insomma accadono
cose importanti a persone che
mi sono care. E mentre tutte
queste cose succedono, io non
posso essere presente. Questo
è l’aspetto più difficile da gestire. Come ho già detto, il fatto
è che, purtroppo, a San Marino
non esistono posizioni di
scienziato di ricerca in ambito
biomedico, che io sappia. Poi
con l’attuale legge sulla sperimentazione
animale (che a San
Marino non è regolamentata: è
semplicemente vietata, in toto)
non vedo molte speranze: forse
sul fronte ‘cellule staminali’
ci sono possibilità più realisticamente
percorribili”.

Come è stato per lei lasciare
San Marino?

“Inizialmente eccitante: nuove
esperienze, nuove prospettive.
Adesso che ho una fellowship
però, unitamente alla soddisfazione
per un traguardo
raggiunto c’è un senso di inquietudine,
dato dalla consapevolezza
che potrei, se le cose
non cambiano, non rientrare
più. Sarebbe un peccato, penso.
Ma anche una cosa bella.
Non lo so. Vedremo. Al liceo
ci insegnavano il ‘Funestus
Veternus’ di Orazio. A Montegiardino
diremmo: ‘un ti va
mai ben gnint!’. In futuro mi
piacerebbe tornare a San Marino,
potendo esercitare la mia
professione, perché rimango
comunque molto legato alla
mia terra, e lo dimostra il fatto
che cerco sempre, in qualche
modo, di tenermi informato su
tutto ciò che succede sul Titano”.

Quali sono le differenze che
ha trovato tra San Marino e i
Paesi stranieri in cui è stato
?
“Non tante quante si possa
generalmente credere. Sarà
forse il fatto che quando si è
lontani gli aspetti negativi toccano
meno, perché ci si sente
in qualche modo estraneo
a quell’ambiente ed alle sue
eventuali pecche. Certo, dal
punto di vista lavorativo, qua
se si hanno buone idee e si lavora sodo non occorre chiedere
favori a nessuno. E se non
si sfonda nella carriera scelta,
beh, si campa comunque
dignitosamente, ma è meno
probabile che si arrivi a ricoprire
ruoli di responsabilità e
avanzamenti di carriera. L’accesso
ai fondi è più diretto, la
burocrazia meno asfissiante.
Ma la competizione è micidiale.
Giustamente, ma forse
un po’ troppo micidiale. Uno
scienziato, secondo me, ha anche
bisogno di tranquillità per
pensare e guardare le anatre al
fiume, di tanto in tanto”.

Secondo lei, in base alla sue
esperienze, pensa che sia in
aumento il numero dei sammarinesi
che cercano la loro
fortuna all’estero?

“Assolutamente sì. La generazione
anni ‘70-’80-’90 ha ricevuto
una formazione eccezionale.
Qualsiasi cosa se ne
dica, i nostri licei e le nostre
università sono strumenti eccellenti.
Fuori dai nostri confini
se ne sono accorti da tempo
e sono ben contenti di offrirci
una possibilità. E noi, spesso,
la cogliamo. A San Marino e in
Italia ancora lo si deve capire.
È un peccato, perché per tirare
su un bambino fra sanità, scuole
e università si spende un
patrimonio. Poi, una volta che
quel bambino diventa adulto e
ha le qualifiche, le competenze
e la motivazione per essere
competitivo sul piano professionale,
ed è quindi pronto per
contribuire allo sviluppo economico,
sociale e culturale del
Paese, sono invece altri i Paesi
che ne traggono profitto. È una
risorsa vitale, penso, quella
che San Marino si sta facendo
sfuggire. Ma magari no. Magari
con il Polo del Lusso tutto si
risolverà”.

Ultima domanda: sotto quali
aspetti San Marino deve migliorarsi?
“È una domanda molto vasta.
Mi sembra impossibile riuscire
a dare una risposta diretta
senza scrivere un papiro. Ne
darò una vaga: sviluppare una
migliore conoscenza del suo
passato, una maggiore consapevolezza
del suo presente e
una più intelligente visione del
suo futuro”.

 

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