Antonio Fabbri – L’informazione di San Marino: I magistrati: deposizioni giurate prodotte a tavolino per trarre in inganno i giudici

L’informazione di San Marino

Annetta e Pagliai annunciano che si rivolgeranno al loro ordine e al Ministro alla giustizia, ma il quadro tracciato è pesante

I magistrati: deposizioni giurate prodotte a tavolino per trarre in inganno i giudici

Antonio Fabbri

SAN MARINO. L’ordinanza con la quale gli inquirenti stabiliscono il permanere del divieto di espatrio, pur attenuando le limitazioni con la possibilità di uscita dal territorio per specifici motivi e per non più di dodici ore, chiarisce che il quadro probatorio di questa parte stralciata dell’indagine è tale che l’indagine possa dirsi in dirittura di arrivo. Anzi, elementi probatori scaturiscono anche dalla stessa documentazione presentata dai legali di Podeschi e Baruca. 

Documentazione che, per certi versi, viene pesantemente messa in dubbio dai magistrati che ne sottolineano addirittura la falsità. Di qui, e dal rischio di inquinamento delle prove, il permanere della misura restrittiva, seppure attenuata seguendo precisi criteri.

Cerchio magico
internazionale

Non è un caso che Paul Phua fosse
stato nominato, caldeggiato e
proposto da Podeschi, ambasciatore
di San Marino non residente
in Montenegro. E’ proprio qui,
nei Balcani, che i magistrati ricostruiscono
il crocevia di diversi
affari di uomini facoltosi strettamente
collegati tra loro e dei loro
galoppini o amministratori delle
loro società. Un “cerchio magico”
conn all’interno gli ambasciatori
di San Marino, come lo stesso
Phua o Victor Restis, greco diplomatico
del Titano in Polonia.
Nomine senza apparente motivo.
Il motivo invece c’era, ma, come
confermato anche dall’ultima
ordinanza, non era quello di promuovere
all’estero gli interessi
di San Marino, bensì di utilizzare
San Marino e il suo passaporto
diplomatico, per fare i propri di
interessi.

Accanto agli uomini d’affari,
l’armatore, il pokerista, e il facoltoso
Petros Sthatis che presentò
Phua a Podeschi, ci sono
dunque anche i loro collaboratori.
La nuova ordinanza degli
inquirenti sammarinesi ricostruisce
sia le movimentazioni di
denaro sia i soggetti che lo movimentarono.
Tra questi Sinisa
Ivancevic. Questi, per conto di
Phua, trasferì alla società Rp di
Podeschi e Baruca, 240mila euro
sulla base di documentazione ritenuta
fittizia. Soldi che finirono
a Podeschi perché premesse sul
progetto dell’albergone con annesso
casinò.
Altro nome quello di Xenofon
Oikonomou che attraverso la
montenegrina First Financial
Holding trasferì, sempre alla
Rp e sempre per conto di Phua,
la somma di 500.000 euro, finiti
sempre a Podeschi. Servivano
per “comprare” il rinnovo
dell’incarico diplomatico e per
premere al fine di ottenere l’ulteriore
incarico di ambasciatore
a Macao. Ivanevic e Oikinomou,
dunque, sono due nomi da tenere
a mente. Sono gli stessi, infatti,
delle testimonianze giurate presentate
dai difensori. Testimonianze,
però, non ritenute attendibili
dagli inquirenti.

Il deposito di prove false
L’attitudine a produrre prove artefatte
è rilevata dai magistrati
come conferma dell’esigenza del
permanere della misura cautelare,
che viene solo in parte attenutata.
I magistrati lo dicono chiaramente
richiamando sia la questione
della sentenza svizzera, che secondo
l’accusa è stata travisata
dai legali, sia del deposito di altra
documentazione che gli inquirenti
ritengono artefatta in un’opera
di creazione a tavolino di prove
documentali, prodotte allo scopo
di trarre in inganno il giudice.
In particolare, poi, gli inquirenti
fanno riferimento alle dichiarazioni
prodotte dalla difesa ed
attribuite a Xenofon Oikonomou
e Sinisa Ivancevic, gli stessi cioè
che erano nel “cerchio magico”
di Phua. Già il fatto che fossero
organici all’attività degli uomini
d’affari e ai passaggi di denaro
contestati, rende inattendibili le
loro dichiarazioni. In più i magistrati
sottolineano che quelle deposizioni
appaiono inverosimili
sia nella forma che nel contenuto.
Gli inquirenti parlano addirittura
di prove create al solo scopo di
confermare rapporti contrattuali
a loro volta fittizi. Gli inquirenti
ritengono dunque falso sia il contenuto
del contratto, sia le dichiarazioni
rese dalle parti di questo
contratto fittizio.

Fra l’altro, anche nella forma,
queste dichiarazioni non hanno la
caratteristica di deposizioni giurate.
Pur essendo denominate, infatti,
“affidavit”, ovvero quell’atto
che attesta che una testimonianza
resa sia corrispondente al
vero, non hanno la forma di una
dichiarazione di questo tipo capace
di essere assunta come prova
testimoniale in un procedimento.
Per i magistrati mancano infatti
le formule rituali che attestino
la veridicità del contenuto, così
come la formula di assunzione
di responsabilità di fronte alle dichiarazioni
rese e l’identificazione
completa del dichiarante. Una
prova che, ritenuta determinante
dalla difesa, l’accusa ritiene invece
inconsistente.

Ma anche il contenuto delle dichiarazioni
non convince gli inquirenti che sostengono come le
due dichiarazioni, pur artefatte,
non contraddicano in nulla l’ipotesi
investigativa è non smentiscano
neppure le prove già acquisite.

Accordi mai andati in porto e
pagamenti mai richiesti indietro

Come nel procedimento parallelo
era accaduto con De Magalhaes,
che si è sempre “dimenticato”
di intraprendere qualsiasi azione
per recuperare sei milioni di euro
infruttuosamente versati, anche i
due soggetti di cui le difese di Podeschi
e Baruca hanno depositato
le dichiarazioni, si dimenticano
di chiedere indietro quanto pagato
a fronte di accordi mai onorati.
In più, dopo la scadenza di questi,
nessuna azione risarcitoria è stata
avviata. Circostanze che, oltre
al contenuto delle dichiarazioni,
confermano agli inquirenti l’inattendibilità
di quelle deposizioni.


La reazione degli avvocati
Su vari organi di informazione
la reazione alla nuova ordinanza
da parte degli avvocati Massimiliano
Annetta e Stefano Pagliai
è stata immediata. Da un lato
chiedono come mai, se Podeschi
non era il responsabile degli
esteri, sia egli indagato per il
mercimonio dell’incarico diplomatico
a Phua. Dall’altro lato
replicano sulla questione della
presentazione di prove false che
li riguarda direttamente. Annetta
sfida gli inquirenti a porre lui e il
collega Pagliai sotto indagine e,
parlando di “attacco al diritto di
difesa”, annuncia che interesserà
il Consiglio dell’ordine e il Ministro
della Giustizia italiano.

Responsabilità penale
e responsabilità politica
Il perché sia Podeschi, pur non
essendo il responsabile degli
esteri, accusato del mercimonio
dell’incarico diplomatico a
Phua, i magistrati lo spiegano
nell’ordinanza. Fu lui a prendere
i soldi, a preparare le carte
e la delibera per la proposta,
che formalmente fu portata in
Congresso dall’allora Segretario
agli Esteri e votata collegialmente
dal governo. Ma di
collegiale quella nomina aveva
poco. Derivava dalle pressioni
del Segretario alla Sanità e
dalla turpe prassi di scambiarsi
favori nell’approvazione delle
delibere. Nella nomina di Phua
Segretario agli esteri era Antonella
Mularoni e nel rinnovo
dell’incarico, Pasquale Valentini,
che fu anche quello che
revocò, poi, l’incarico stesso.
Ebbene, i magistrati dicono a
chiare lettere che il Segretario
agli Affari Esteri e gli altri membri
del Congresso che deliberarono
il conferimento dell’incarico
agirono come “autori mediati”
di una condotta corruttiva imputabile
al solo Claudio Podeschi.
Fu lui che venne pagato, mentre
gli altri Segretari non furono né
partecipi né consapevoli dell’accordo
corruttivo che Podeschi
aveva con Phua. Dicono i magistrati
che dalle carte sequestrate
emerge un desolante scenario, in
cui i funzionari pubblici di alto
livello sembrano ormai assuefatti
e indifferenti al turpe scambio
di favori o semplici condizionamenti
che i membri di governo
riescono ad esercitare l’uno
sull’altro. In questo ambito si
comprende come Podeschi abbia
potuto coltivare rapporti d’affari
con persone alle quali venivano
conferiti incarichi, in forza di
deliberazioni assunte anche da
altri, pur se estranei alla tangente.
Una constatazione che per i
magistrati non è però idonea a
configurare o ipotizzare una generalizzata
responsabilità penale.
Su quella politica, tuttavia, ci sarebbe
da discutere.

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