Dipendenti pubblici, come cambiano le norme di disciplina a San Marino

È stato esaminato la scorsa settimana dalla I Commissione consiliare il progetto di legge di riforma complessiva in materia di norme di disciplina per i pubblici dipendenti.

La segreteria di Stato per gli Affari Interni fa sapere in un comunicato di aver elaborato l’intervento normativo “nella forma della legge, anziché quale decreto delegato che l’esecutivo avrebbe potuto adottare in forza di delega già contenuta nella legge 188/2011”.
Ciò in quanto “si è ritenuto opportuno sottoporre all’ordinario iter legislativo la disciplina di una materia indubbiamente delicata e rilevante, coinvolgendo pienamente il Consiglio Grande e Generale e le organizzazioni sindacali”.

Il progetto di legge di riforma complessiva in materia di norme di disciplina per i pubblici dipendenti realizza molteplici obiettivi:

1) si crea un unico procedimento disciplinare. Finora infatti si sono seguiti due procedimenti distinti a seconda del rapporto di lavoro: contratto di pubblico impiego o contratto privatistico (quest’ultimo è previsto per il personale assunto per lo svolgimento di mansioni ausiliarie e di supporto operativo). Il nuovo testo di legge identifica un unico sistema a prescindere dal contratto di lavoro nel settore pubblico, trovando un punto di equilibrio tra i due diversi regimi. Il raggiungimento del primo obiettivo (l’unificazione del procedimento) ha creato le condizioni per la realizzazione del secondo, ovvero

2) la riduzione delle tempistiche, le quali vengono scandite in maniera regolare attraverso una serie di adempimenti previsti dal Titolo III del progetto di legge. Ad oggi infatti, la procedura è molto lunga in quanto la Commissione di Disciplina, che valuta l’azione disciplinare nei confronti dei dipendenti pubblici, prevede la presenza di un Magistrato ed assume la ritualità e la tempistica prolungata tipica delle udienze in Tribunale, al contrario delle procedure del privatistico che sono più vicine al diritto privato puro e molto più snelle (circa 5 giorni). Questo è stato uno degli elementi maggiormente approfonditi insieme ai sindacati, al fine di cercare un bilanciamento tra un sistema di regole più rapido ed efficace, e la salvaguardia dei principi del diritto alla difesa e al contraddittorio. L’analisi di questo punto è strettamente collegata al terzo obiettivo, cioè

3) la modifica della composizione della Commissione di Disciplina. Attualmente include, oltre al Magistrato, anche un membro per ogni organizzazione sindacale, tre membri designati dal Congresso di Stato e un membro indicato dalla segreteria di Stato per gli Affari Interni. Già nel 2011 il Greco (organo del Consiglio d’Europa contro la corruzione) aveva incoraggiato le Istituzioni a riformare i meccanismi disciplinari ed espresso preoccupazione circa le potenziali indebite pressioni sui dipendenti pubblici e il pericolo di abuso di autorità. A fronte di tale valutazione, il governo dell’epoca era corso ai ripari introducendo, con l’art. 43, comma 1, lettera c) della Legge 188/2011, il mandato per riformare la Commissione affinché fosse composta “in via paritetica, dalla direzione generale della Funzione Pubblica e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali e presieduta dal direttore della Funzione Pubblica” ed eliminando, quindi, la presenza del magistrato. Questo principio, accolto favorevolmente dal Greco, è rimasto purtroppo lettera morta fino ad ora, in undici anni nulla è cambiato. Il nuovo progetto di legge, invece, non solo raccoglie quelle indicazioni ma limita la presenza della direzione generale della Funzione Pubblica a un solo membro, che funge da presidente, e integra con dirigenti pubblici con almeno tre anni di anzianità. Vengono inoltre rafforzati tutti i passaggi relativi ai conflitti di interesse, introdotto l’obbligo di astensione e la possibilità, per i dipendenti pubblici, di ricusare i membri della Commissione di Disciplina, per prevenire situazioni di tipo pregiudizievole.

Vengono infine mantenute le tipologie di sanzione disciplinare (ammonizione, censura, sospensione e licenziamento), ma sono introdotte due importanti novità rispetto al passato:

– la prima è quella che individua nel dirigente il titolare dell’azione disciplinare, assegnandogli quindi maggiore autonomia dirigenziale. Finora i dirigenti hanno svolto il ruolo di “segnalanti”, senza avere responsabilità in merito all’avvio e all’applicazione dell’azione disciplinare;

– la seconda novità, dirompente rispetto al passato, consiste nell’introduzione della possibilità di licenziamento a causa dell’insufficiente rendimento del dipendente protratto per due anni di servizio. Questo elemento innovativo, oggetto di procedure specifiche da concordare con le organizzazioni sindacali, si pone in linea ed è perfettamente coordinato con quanto già elaborato, nel 2021, nel decreto per la valutazione dei dirigenti pubblici. Come si ricorderà, quest’ultimo prevede la rescissione del contratto a fronte del non raggiungimento degli obiettivi.

Elena Tonnini (segretario di Stato per gli Affari Interni): “Il dibattito in Commissione Permanente è stato certamente proficuo nonostante non siano mancate stoccate, sul tema della composizione della Commissione di Disciplina, paradossalmente proprio dal gruppo politico che undici anni fa ne aveva annunciato al Greco la revisione e creato le condizioni normative per attuarla, salvo poi lasciarla incompiuta. Tengo invece a ringraziare i consiglieri che hanno avuto un approccio proattivo e dato un contributo costruttivo al dibattito. La riforma delle Norme di disciplina per i dipendenti pubblici raccoglie più di un decennio di esperienza, oltre alle raccomandazioni degli organismi internazionali e del Collegio Garante. Siamo molto soddisfatti del risultato. L’auspicio è che anche il Consiglio Grande e Generale, in fase di seconda lettura, riconosca il grande sforzo riformatore e innovativo, al di là degli schieramenti partitici”.

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