EVO MORALES: IL DESTINO DELLA BOLIVIA DEVE DECIDERLO IL POPOLO

APPROFONDIMENTO

Gennaro Carotenuto
(04 marzo 2008)

In Bolivia si sta giocando la partita più difficile. Mentre il governo di Evo Morales convoca al referendum sulla nuova Costituzione per il prossimo quattro di maggio, i sei dipartimenti in mano all’opposizione non lo riconoscono più come presidente.
Evo Morales ha annunciato che i boliviani sono convocati a due referendum di capitale importanza il prossimo 4 maggio. Nel primo saranno chiamati ad approvare o meno la nuova Costituzione. Nel secondo si stabilirà la massima estensione delle proprietà terriere, se potranno raggiungere i 10.000 ettari di estensione o se saranno limitate a 5.000 ettari. La convocazione del referendum, fa seguito legale all’approvazione, da parte della Costituente, della nuova carta approvata lo scorso 9 dicembre e che, per la prima volta nella storia del paese, riconosce diritti e dignità ai popoli indigeni, difende i beni comuni e le risorse naturali e promuove la giustizia sociale.
All’annuncio del referendum da parte del presidente democraticamente eletto, Evo Morales, l’opposizione ha fatto un passo in più verso la sedizione e la spaccatura in due del paese tra regioni ricche e bianche e regioni povere e indigene. Il presidente del Comitato Civico di Santa Cruz, la parte più estremista dell’opposizione, Branko Marinkovic, ha sostenuto che in Bolivia esiste oramai un “governo di fatto” che l’opposizione non riconosce più.
I prefetti (governatori) dei dipartimenti di Santa Cruz, Tarija, Beni, Pando, Cochabamba y Chuquisaca riuniti nel Consiglio Nazionale Democratico (CONALDE) hanno firmato un documento nel quale non riconoscono più il governo legittimo come democratico, non riconoscono il referendum, e anticipano i referendum autoconvocati per l’approvazione di statuti di autonomia (anch’essi scritti da assemblee autonominate e non elettive) delle sei regioni che di fatto si pongono al di fuori della legalità dello stato boliviano.
Evo Morales continua a chiamare al dialogo e ad appellarsi alla volontà popolare. Un brutto affare, quando la volontà popolare non corrisponde più a quella di chi ha sempre comandato.

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