L’Espresso parla di un documento riservato di Banca Centrale, una bomba

I peccati di San Marino
di Francesco Bonazzi
In un rapporto riservato le ammissioni della banca centrale della piccola repubblica. Le pressioni del fisco italiano. Siamo alla vigilia della svolta? Altro che “buon vicinato”. Nel diritto internazionale si chiama ancora così il trattato che dal 1939 regola i rapporti tra Italia e San Marino, l?antica repubblica romagnola che con 12 banche e una cinquantina di finanziarie è allo stesso tempo una roccaforte del segreto bancario e un’efficiente necropoli fiscale. Ma tra inchieste giudiziarie, rogatorie respinte e pressioni politiche a tutti i livelli, quello che Roma prepara per l’autunno è ormai un vero assedio al Titano.

Un accerchiamento che ha buone probabilità di successo, perché per la prima volta anche all’interno c’è chi pensa che per evitare di finire nella “black list” degli Stati-canaglia ormai ci sia una sola ricetta: applicare senza indugi le regole Ocse in materia di anti-riciclaggio, collaborare con Roma sul fronte della lotta all’evasione e strappare, in cambio, la garanzia di poter continuare a fare dumping fiscale in qualche settore come i fondi d’investimento o l’elettronica di largo consumo. Questo realismo è alla base dell’ultima relazione che la Banca Centrale di San Marino ha consegnato al governo. Un documento riservato del quale “L’espresso” ha ottenuto una copia e che contiene due ammissioni notevolissime: che l’economia locale vive in buona parte sull’evasione fiscale italiana e che la stessa evasione, in realtà, è reato anche sul Titano. Motivo per cui crollerebbe anche l’ultimo cavillo al quale si aggrappa la magistratura sammarinese per respingere le rogatorie, e cioè che da loro non è reato rubare sulle tasse. Il documento è composto di 15 pagine, datate 9 gennaio 2009 e dirette all’onorevole Gabriele Gatti, “Segretario di Stato per le Finanze, il Bilancio e le Poste”, in pratica una sorta di super-Tremonti, con competenze su tutto il sistema bancario e finanziario. A firmarlo è il professor Luca Papi, il banchiere quarantenne sulla cui faccia pulita il governo aveva puntato per recuperare un po’ di credibilità internazionale. Papi è il direttore generale della Banca centrale, e fino a pochi mesi fa era da solo perché a San Marino ci hanno messo un anno a trovare qualcuno che rischiasse la reputazione assumendo la presidenza. A maggio ha accettato l’incarico un economista di scuola Bankitalia, Biagio Bossone, che ha subito messo in discussione il segreto bancario sammarinese. Il contesto in cui nasce la relazione Papi è quello di uno Stato tutto banche e turismo, finito nella grey list dei centri offshore. Ma soprattutto sempre più sotto pressione, con il ministro Giulio Tremonti che ha appena istituito una “Unità speciale” per indagare, insieme alla Guardia di Finanza, sui contribuenti italiani con il vizietto dell’ “off-shore”. Prima del governo, però, s’era mossa la Procura di Forlì, con le indagini dei pm Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle banche sammarinesi.

I magistrati romagnoli hanno scoperto la vera proprietà sammarinese della Delta, una società di credito al consumo che si spacciava per italiana, e della Banca di credito e risparmio della Romagna, istituto controllato da un’altra banca del Titano, la Asset, e specializzato nel raccogliere a domicilio l’evasione degli italiani. Bene, basta arrivare a pagina 3 del documento per leggere che tra gli elementi di vulnerabilità di San Marino c’è la forte dipendenza dai soldi “cash”, sempre più sinonimo di attività ai confini della legge. La Banca centrale fa notare al governo che il soddisfacimento di questo bisogno di contante “è assicurato dall’esterno”, e che il volume di questa dipendenza “è enorme se paragonato ad altri paesi con un simile livello di reddito e sviluppo”.

Da dove arrivi tutta questa montagna di banconote, lo si spiega poche righe dopo: “il mercato di riferimento attuale del sistema finanziario è infatti il mercato interno alla Repubblica rappresentato dai residenti e prevalentemente dai non residenti che per propria iniziativa scelgono spesso di recarsi fisicamente presso banche e finanziarie sanmarinesi piuttosto che presso intermediari del proprio paese”. E se i “rapporti” sono essenzialmente di natura bancaria, quali sono stati i punti di forza sammarinesi? La relazione lo riporta con onestà a pagina 4: “La peculiarità del segreto bancario, l’attività fiduciaria e la mancanza di controlli sistematici alla frontiera”, con ovvio corredo di conti cifrati, ampio viavai di spalloni e scarsa o nulla collaborazione alle indagini italiane.

Molto istruttivo è anche il passaggio in cui si ammette che San Marino è ormai una discarica finanziaria: “La suddetta applicazione assoluta del segreto bancario costituisce un incentivo a insediare a San Marino veicoli che non possono trovare in piani industriali e sbocchi di mercato competitivi la fonte dei propri ritorni economici, quanto piuttosto in operatività sempre più marginali, inquinate e rischiose”. Certo, non è che queste osservazioni siano di per sé delle gran rivelazioni, ma la novità assoluta è che sono messe nere su bianco dalle autorità locali, le stesse che in questi mesi sono impegnate in una costosa opera di lobbismo con le autorità italiane. Da un paio d’anni, lo Studio Ambrosetti è il loro consulente e la scorsa primavera una pattuglia di deputati italiani, guidati da Giulia Bongiorno, si è arrampicata sul Titano per testimoniare solidarietà alla medioevale repubblica. Ma il succitato documento è una miniera di rivelazioni. Come il fatto che non è vero che l’evasione fiscale non sia reato da quelle parti: “l’articolo 389 del codice penale sammarinese configura l?e vasione fiscale come misfatto”, scrive la banca centrale. A questo punto i magistrati italiani che si sono visti respingere le rogatorie, come da ultimo quelli di Forlì, si chiederanno con quali argomenti giuridici San Marino abbia sempre chiuso loro la porta in faccia.

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