‘Malattia e numeri, binomio imperfetto’. Cittadinanza Attiva

Nella vita si può sbagliare. Anzi no, è giusto sbagliare, perché sbagliando si impara a fare meglio, molto più che se qualcuno ci avverte prima, dell’errore che stiamo facendo.

Importante e sintomo di intelligenza, si dice sempre, è però imparare dai propri errori, anche perché a forza di arrampicarsi in alto sugli specchi, come sta facendo il Segretario Mussoni, prima o poi si scivola e ci si “scorna”.

Le modifiche che il Governo ha introdotto alla normativa che regolamenta il ricorso alla mutua sono state un errore, grande come una casa.

Lo scopo nobile, almeno sulla carta, di contrastare i “furbetti della mutua” è stato fin da subito svilito dalla totale mancanza di qualunque provvedimento rivolto ai medici, quelli che sono ben pagati per avere la RESPONSABILITA’ di distinguere le malattie vere da quelle inventate, anche in quei casi in cui è molto difficile farlo.

Molto meglio, anzi più facile, certamente più conveniente, oggi che il termine “Spending Review” è diventato patrimonio comune, andare direttamente sulle tasche dei lavoratori, inventando un meccanismo che garantisce una perdita secca del 36% nelle tasche di chi ricorre alla mutua per malattia per meno di cinque giorni, perlomeno per i primi due.

Non è raro che chi non si possa permettere di perdere pezzi di stipendio, magari già basso a causa delle sfavillanti nuove norme in materia di assunzioni varate da questo Governo, chieda al medico di sospendere la malattia anche se ancora non si è ristabilito pienamente. Ovviamente, in caso di riacutizzarsi della malattia, il conto dei giorni riparte e le giornate rimborsate al 50% aumentano, incidendo in busta paga per cifre non proprio irrisorie.

Ecco, questo è il meccanismo che dovrebbe scoraggiare i furbetti, quelli che dovevano essere l’obiettivo di questo provvedimento, quelli magari con un buon stipendio che può ammortizzare la perdita in busta paga o che non si fanno troppi problemi ad aggiungere sintomi a sintomi per farsi segnare una malattia di una settimana, aggirando l’ostacolo.

Non solo, l’irresponsabilità governativa è stata capace di inserire nel provvedimento anche tutta una serie di malattie gravi (come il tumore, o la sclerosi multipla), per le quali si vanno a fare degli insopportabili distinguo tra gli stessi malati. Quelli cioè costretti a convivere tutti i giorni con la paura di perdere la propria vita, che non si trovano a dover, o voler, ricorrere a trattamenti “inabilitanti” come la chemioterapia, sono, di fatto, considerati come “malati comuni”.

La risposta alla pioggia di critiche relativamente a questo passaggio è stata lapidaria: vicino a noi c’è chi sta peggio. Un principio, questo, pericolosissimo, considerato che vicino a noi non c’è la Svezia, o la Norvegia, ma l’Italia, che secondo il Sole24Ore nel 2013 si trovava al di sotto della metà nella classifica sulla qualità dei servizi sanitari nelle 172 regioni dei Paesi Europei, con addirittura 5 regioni fra gli ultimi 15 posti. D’altra parte se invece si fa il confronto con l’Africa, anch’essa relativamente vicina, allora dovremmo essere già contenti di avere ancora una Sanità pubblica.

Questi sono solo numeri, conti. 1+1 che deve fare 2, indipendentemente dai problemi e dalle persone che i ragionieri governativi si trovano davanti. Ma la ragioneria è una cosa, la politica un’altra. E quando si confondono i numeri con la salute delle persone si commette un errore, grande come una casa appunto, da cui con umiltà bisogna essere capaci di imparare, prima di sbatterci la testa.”

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