Millantato credito, alla base della mia aggressione. Angela Venturini

Caino, Abele e il millantato credito
La notizia mi è arrivata sul telefonino durante una breve vacanza: dopo un anno, il mio aggressore ha confessato. Un anno di sofferenze, di paure, di domande senza risposta. Di cicatrici che non si rimargineranno mai. Ma ora c’è una trama.
Tutto cominciò con un lavoro che valeva 10, pagato 18 prima ancora che fosse finito. Ma Lui ne voleva 50, in forza di una fattura palesemente gonfiata. Si sta poco a gonfiare una fattura: misure amplificate, zeri aggiunti a matita, lavori non eseguiti.
Perché? Non posso essere io a dirlo. Forse mi aveva giudicata una babbea, visto che pagavo a scatola chiusa. Forse, le persone impegnate in politica, esposte mediaticamente ogni giorno, possono suscitare simpatie o antipatie, affinità o avversioni. Su di loro si possono alimentare chiacchiere, maldicenze e perfino calunnie. Lui se ne serve a piene mani, andando perfino da Segretari di Stato del suo partito a reclamare il millantato credito. Oltre a telefonate e pedinamenti. E’ una persecuzione. Vuole quei soldi, e basta.
Finché si decide a depositare una vertenza civile, il 24 giugno 2010.
Forse voleva solo spaventarmi e indurmi a cedere, ma io penso che finalmente si può fare chiarezza. Il mio avvocato risponde con una perizia tecnica, eseguita da un professionista registrato, che dimostra che un muro di due metri, è di due metri. Non venti, o duecento…  E’ tutto documentato, nero su bianco.
Allora forse Lui capisce che su quella strada non otterrà la ragione che desidera. E monta l’odio, ordisce il complotto, anche sfruttando informazioni che gli vengono da relazioni familiari di amicizia: dove vado, cosa faccio, quando rientro…
Un primo tentativo va a vuoto. Ma sa che la sera del 20 agosto sono alla Festa dell’Amicizia (non sono passati neanche due mesi dall’avvio della vertenza civile). Sa che prima o poi andrò a casa. Controlla i miei movimenti fino alla fine della serata. Mi precede di pochi minuti. Mi aspetta nel buio. Sa che sono sola. Assolutamente inerme. Mi colpisce alle spalle con una violenza inaudita, armato di una barra di ferro. Perdo i sensi, sanguino, cado per terra stordita. Mi riprendo a suon di bastonate e calci. Allora grido aiuto, ho il terrore che mi voglia uccidere tanto colpisce forte. A quel punto scappa, qualcuno lo aspetta in macchina poco lontano.
I medici diranno che un colpo sbagliato di due centimetri mi ha salvato la vita. O forse è stata la mano di un santo.
Mi ci vorranno tre mesi per guarire da quei colpi. A dicembre faccio ancora fatica a muovere il braccio sinistro. La violenza psicologica, l’umiliazione, l’offesa, non verranno mai rimarginate.
Lui invece se ne va bellamente, magari fiero di quello che ha fatto, perché si è vendicato. Magari continua a spargere calunnie. Tanto, cosa cambia? Il buio ha coperto tutto.
Io devo ringraziare con tutto il cuore due Gendarmi: il maresciallo Stefano Bernacchia e il brigadiere William Dall’Olmo. Non si sono fermati di fronte alla scarsità di indizi che avevo potuto offrire. Hanno lavorato, scavato, ricostruito pazientemente anello su anello. Si sono serviti delle più moderne tecnologie e di due rogatorie internazionali.
La mie paure adesso hanno un volto e un nome.
Messo alle strette, Lui ha confessato. Freddamente ha valutato che questa poteva essere la strada giudiziaria migliore, per pagare il prezzo più basso possibile per un episodio penale gravissimo e assolutamente immotivato.
Che nessuno tocchi Caino.
Ma Abele non ha avuto la stessa opportunità.  
Angela Venturini

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