Un voto contrario grave e per certi versi incomprensibile

Nella seduta serale di giovedì il Consiglio Grande e Generale ha approvato, con 35 voti favorevoli, 8 contrari e un astenuto, il progetto di legge che proponeva, accogliendo un’istanza d’Arengo presentata l’8 ottobre 2017, la modifica alla Legge 2 maggio 1995 n. 72 per la “Regolamentazione dell’esercizio del diritto di petizione popolare mediante istanza d’Arengo”. In sostanza quanto approvato va a chiarire il concetto di interesse pubblico che deve essere alla base delle istanze presentate dalla cittadinanza e che prima non era chiaramente definito. La norma approvata stabilisce che “non rivestono questioni di interesse pubblico le istanze d’Arengo contenenti espressioni di istigazione all’odio e al razzismo; espressioni di discriminazione in base al sesso, a condizioni personali, economiche, sociali, politiche e religiose, nonché espressioni calunniose, diffamatorie o ingiuriose nei confronti di persone viventi o defunte”.
Dispiace constatare la contrarietà di una parte politica nel votare una modifica così importante per il nostro ordinamento e per i nostri principi democratici, che avrebbe meritato una presa di posizione compatta.
Purtroppo lo scontro politico, come abbiamo più volte sottolineato, ha raggiunto un livello tale che qualcuno, pur di non allinearsi con la maggioranza e tenersi stretto un nuovo alleato politico, è disposto persino ad andare contro ai propri principi e la storia del proprio partito, misconoscendo decenni di lotta contro le discriminazioni, la violenza e la giustizia. Il riferimento è ad una parte del Psd, che dimostra già da tempo di essere in totale crisi di identità, limitando la propria azione politica al seguire ciecamente la strada della demagogia e del populismo becero tracciata da Rete.
Preoccupante quanto sostenuto in aula proprio dal capogruppo di Rete per motivare la contrarietà del suo movimento, adottando un metro valutativo molto vicino alle istanze anarchiche, per il quale ognuno è libero di presentare qualunque tipo di argomento, anche i più scabrosi o inadeguati, e starebbe poi all’Aula dire no, dimostrando la sua maturità istituzionale e democratica.
In tal modo, è evidente, si mette in discussione lo stesso impianto della rappresentatività democratica, che si fonda su regole precise, poste a salvaguardia della democrazia, che vincolano l’attività entro perimetri precisi. Se non ci fosse questa delicata e fragile struttura ad arginare le scelte di uno Stato democratico, sarebbe anarchia pura.
Votare contro, e non astenersi, è un atto molto negativo, per di più motivato da giustificazioni inquietanti, che delineano uno scenario di dismissione dei pilastri democratici, primo tra tutti la democrazia parlamentare.
Votare contro significa che le istanze che i cittadini portano alla politica e che richiamano al rispetto tra individui, al rifuggire odio e prevaricazione, sono concetti deboli, di poco interesse, parificandole a quelle potenziali che incitano all’odio e alla prevaricazione.
Votare contro significa rifiutare gli elementi fondativi della nostra Carta dei Diritti e doveri dei cittadini (LC N 59/1974), che sia nell’incipit che all’art 1, afferma e riconosce le norme internazionali come parte integrante del suo ordinamento, rifiutando la guerra e riconoscendo le Convenzioni in tema di diritti e di libertà dell’uomo
Per fortuna non tutta la politica è disposta, in questo gioco delle parti, ad andare contro ai propri principi. Il Pdcs, con il proprio voto a favore, ha dimostrato di avere a cuore il consolidamento delle basi democratiche del nostro ordinamento. Gli altri, purtroppo, hanno perso un’occasione per dare il proprio contributo.

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