San Marino. BCSM, criticità già nel 2014

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 BCSM segnalò le criticità di cassa già nel 2014, ma non vennero considerate

Antonio Fabbri

In occasione della trascorsa assemblea di Cassa di Risparmio del 30 maggio, il Congresso di Stato ha dato mandato al Cda di compiere “una analisi dettagliata e una verifica approfondita delle procedure utilizzate in sede di concessione e gestione del credito negli esercizi precedenti”. Questo per fornire al socio Eccellentissima Camera, lo Stato insomma, un quadro chiaro delle trascorse gestioni “indispensabile per intraprendere tutte le iniziative opportune per accertare le responsabilità di coloro i quali si sono resi protagonisti e complici di una gestione a dir poco scellerata della principale istituzione bancaria della Repubblica di San Marino”, ha fatto sapere l’Esecutivo. Deliberazione dell’Assemblea che è stata adottata – va precisato rispetto a quanto riferito ieri – all’unanimità  dal Consiglio di Amministrazione.  Si procede dunque con l’approfondimento dei presupposti per poi attivare le eventuali azioni di competenza. Di certo da valutare ci sono diversi aspetti. Il primo, segnalato nella delibera del governo, è relativo alla concessione dei crediti senza garanzia, i cosiddetti Npl; dall’altro lato c’è da valutare se siano stai seguiti in passato i criteri di sana e prudente gestione, sia per quanto riguarda la redazione dei bilanci sia per quanto riguarda il Piano industriale della banca, sia per il Piano pluriennale di recepimento in tema di vigilanza prudenziale. Che qualcosa non andasse da tempo, emerge così da plurime segnalazioni, messe nero su bianco in un corposo carteggio indirizzato dalla Banca Centrale di San Marino alla vecchia dirigenza della Cassa. Raccomandazioni che vengono reiterate a partire dal 2014 e fotografano una situazione che, tuttavia, non pare si sia mai evoluta in una presa di coscienza della situazione.

Cosa emerge dalle raccomandate di Bcsm Dalle raccomandate di Banca Centrale indirizzate agli allora vertici di Carisp emerge già in una lettera datata 10 dicembre 2014 una serie di criticità legate alla adeguatezza patrimoniale, alla liquidità e alle prospettive eccessivamente ottimistiche del Piano strategico pluriennale e del Piano pluriennale di recepimento. Banca Centrale già nel 2014, inoltre, evidenziava come le stime fatte dall’allora dirigenza sul rientro dei crediti deteriorati “Delta” e “non Delta”, fossero eccessive.

L’esposizione in Delta Banca Centrale rilevava che al 10 dicembre 2014 i crediti deteriorati di Cassa ammontavano a 888,8 milioni di euro. Di questi 690 circa erano di Delta. La restante parte erano crediti “non Delta” relativi a concessioni del credito senza adeguate garanzie, in particolare verso alcuni gruppi italiani. Le più rilevanti, sottolinea Banca Centrale sono Acqua Marcia per 12,6 milioni; Trombini per 15 milioni, Amadori per 4,5 milioni; immobiliare il Guercino per 4,3 milioni. Già all’epoca Banca Centrale segnalava a Carisp che le previsioni sul rientro di quei crediti da Delta erano, appunto, troppo ottimistiche. Scriveva infatti Bcsm che “i risultati reddituali, come noto, sono penalizzati principalmente, dall’elevato ammontare degli attivi infruttiferi legati al gruppo Delta, a cui si aggiunge la circostanza che, a prescindere dai crediti anomali ‘non Delta’, ulteriori esposizioni riferite al gruppo Delta risultano caratterizzate da situazioni di bassa redditività. Anche la ricostruzione dell’attivo fruttifero risulta più lenta rispetto a quanto preventivamente stimato”. Se questo lo diceva Banca Centrale già nel 2014, viene da chiedersi come mai a bilancio non sia stata adeguatamente considerata fino ad oggi la svalutazione di quei crediti. E’ probabilmente uno dei punti su cui si dovranno focalizzare le verifiche in funzione di eventuali azioni di responsabilità. 

I crediti di imposta italiani non rientrati La Cassa, peraltro, aveva previsto che dall’Agenzia delle Entrate italiana potessero ritornare, in quanto credito di imposta, 200milioni di euro. Eventualità che Bcsm sottolinea come non scontata e che infatti non si è in seguito verificata. C’era poi la Banca Kovanica, istituto croato di proprietà di Cassa. L’allora Dirigenza stimava di cederne la proprietà a quasi il doppio del patrimonio netto della stessa banca. Cioè la banca valeva, come patrimonio netto, 14,4 milioni, ma era messa a bilancio di Cassa per un valore pari a 27,9 milioni, con una differenza di 13,5 milioni rispetto al reale patrimonio. Circostanza anomala che Bcsm evidenziò all’epoca.

La attività aggressiva bocciata da Banca Centrale Nel piano industriale, per giustificare un rilancio di Carisp in tempi rapidi, nel 2014 venne inserita anche una “attività aggressiva” sul territorio italiano. L’allora dirigenza propose, cioè, di svolgere attività anche in Italia con l’ausilio di promotori finanziari, con la trasformazione della raccolta diretta in raccolta gestita. Un proposta che Bcsm bocciò sul nascere, ma nonostante questo venne nuovamente avanzata, seppure sempre rigettata, anche negli anni successivi. Infatti Banca Centrale fece presente che, come si dice, si erano fatti i conti senza l’oste. Insomma l’assenza del Memorandum di intesa tra Banche Centrali e l’impossibilità di prevedere quando sarebbe stato siglato e divenuto operativo, impediva di mettere nel Piano industriale una previsione ottimistica su attività da svolgere oltre confine. Attività che, tra l’altro, ancora oggi sono vietate. C’era poi la voluntary disclosure italiana. Provvedimento che l’allora dirigenza di Cassa prevedeva non avrebbe inciso per nulla sulle uscite. Anche questa considerazione fece però storcere il naso a Bcsm e non si rivelò infatti attendibile.

Le conclusioni di Bcsm Banca Centrale nella raccomandata del 10 dicembre 2014 chiese all’allora dirigenza Carisp, che aveva elaborato la proiezione di un paio di scenari, di rielaborare il Piano industriale e le previsioni di bilancio rimanendo con i piedi per terra. “Le citate simulazioni – scrisse infatti Bcsm a Cassa – incorporano una serie di ipotesi e assunzioni di base, ancora tutte da approfondire e che si estendono in un arco temporale assai esteso, a fronte di un quadro interno ed esterno caratterizzato da grande incertezza”. Quindi Bcsm invitava Cassa a trasmettere un Piano industriale e un Piano di recepimento delle indicazioni di vigilanza, che fossero “coerenti ed univoci”. Piani che, indicava Bcsm, dovevano essere approvati dal Cda in seduta congiunta con il Collegio sindacale e sottolineava, dopo aver contestato i piani fino a quel momento presentati, che sarebbero stati sottoposti da Bcsm a vaglio della “congruità rispetto alla situazione aziendale attuale, della sostenibilità e della attendibilità delle stime e degli obiettivi prescelti nonché delle connesse tempistiche”. Come dire che fino a quel momento quanto presentato difettava di realismo, sostenibilità e attendibilità. Tuttavia carteggi dello stesso tenore contenenti raccomandazioni di Bcsm si sono succeduti anche negli anni successivi e fino al 2016. Poi il bilancio che ha fotografato il buco. Bilancio attuale che – a vedere quanto già nel 2014 raccomandavano l’allora Banca Centrale, l’allora Vigilanza, l’allora Direttore – parrebbe, al di là della bagarre politica, rispecchiare quelle criticità che già all’epoca erano segnalate da Bcsm

 

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