San Marino. Diversamente lavoratori, l’editoriale di Antonio Fabbri

L’informazione di San Marino

Diversamente lavoratori

Antonio Fabbri 

Passi una volta. Passi due. Ma alla terza questa polpetta dei posti di lavoro che, sì, sono aumentati, ma non sarebbero buoni né graditi perché non hanno occupato prevalentemente residenti, comincia a suonare stonata. Comincia ad essere come la lagna di quello che muore di sete nel deserto, ma non beve l’acqua dalla borraccia perché vuole la gazzosa col ghiaccio e la scorzetta di limone. 

Suona ancor peggio che una lamentela come questa esca dalla Csu che anziché tutelare tutti gli occupati, tutti, e tutti i disoccupati, tutti, rischia di creare una distinzione sgradevole tra lavoratori e diversamente lavoratori. Posto che poi, quando li porta in piazza, va bene chiunque e ovunque abiti.  Non importa se a gremire il Pianello ci siano, in proporzione, un residente ogni quattro frontalieri, o due e due o qualsivoglia altra percentuale. D’altra parte ne abbiamo visti negli anni di scioperi ben riusciti perché a sorreggerli, senza voler togliere nulla a nessuno, era la partecipazione massiccia di frontalieri, di lavoratori non residenti.  La speranza è che questo non sia un pilastro alla base delle doglianze su cui poggia il proclamato sciopero generale, perché la rimostranza sarebbe a dir poco bizzarra: non si è visto mai nessuno scendere in piazza perché i posti di lavoro aumentano e protestare perché l’impiego non va a chi si vorrebbe venisse impiegato.

Anche perché dietro a un posto di lavoro in più che nasce, ci sarà pure una azienda che assume? Che questo sia un dato negativo si fa francamente molta fatica a comprenderlo. Ora, di ragioni per scioperare ce ne saranno pure mille che affollano un giorno sì e uno no i comunicati politico-sindacali. Ma questa che l’aumento dei posti di lavoro non va bene se li occupano i non residenti, appare come un insensato capriccio in un periodo in cui pretendere la gazzosa con la scorzetta di limone ha un sapore un tantino irriguardoso verso chi non ha neppure un bicchiere d’acqua.

 

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