San Marino. Quei 23 milioni del clan in una banca sul Titano, relazione Dia

L’informazione di San Marino

Nella relazione della Dia quei 23 milioni del clan scovati in una banca sul Titano 

Le movimentazioni legate al caso del Re del Vino, ricollegabili ad esponenti della malavita Foggiana Sul Titano c’è già stata una condanna per riciclaggio

Nel report della Direzione investigativa antimafia pubblicato in questi giorni entra anche un riferimento al Titano per una vicenda nota che ha visto San Marino come luogo di riciclaggio di denaro sporco. Personaggi e luoghi sono ben specificati nella relazione letta dal ministro dell’Interno al Parlamento che fa riferimento all’attività svolta dalla Dia nel periodo che va dal gennaio al giugno 2018.

“Si ricorda, in proposito – si legge nella relazione della Dia –  l’importante operazione ‘Malavigna’, eseguita a Ravenna e Foggia, il 15 dicembre 2017, dalla Dia di Bologna, che ha fatto luce su un raffinato sistema di frodi fiscali perpetrate da un gruppo criminale foggiano mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, finalizzate alla ripulitura di ingenti capitali di provenienza illecita. In particolare, un imprenditore ravennate, attivo nel settore vitivinicolo, già coinvolto in un’operazione della Dda di Bari (operazione ‘Baccus’ del 2012) con esponenti della mafia foggiana, si era reso disponibile a riciclare somme di provenienza illecita, della criminalità organizzata cerignolana, attraverso il sistema delle false fatturazioni: riceveva denaro contante proveniente da reato (usura, estorsioni, esercizio abusivo del credito) che restituiva con bonifici bancari ‘puliti’, giustificati dal pagamento di fatture per operazioni inesistenti Tale sistema fraudolento aveva consentito all’imprenditore di accumulare ed occultare presso istituti di credito ubicati nella Repubblica di San Marino un patrimonio di oltre 23 milioni di euro.

Tra gli arrestati figurano anche il fratello di un elemento di vertice del clan cerignolano Piarulli-Ferraro, nonché altri soggetti molto vicini al sodalizio. Questi, a loro volta – conclude la relazione della Dia –  avevano costituito fittizie società vitivinicole, intestate a ‘teste di legno’, che emettevano false fatture per la vendita di prodotti alla società ravennate senza alcun trasferimento di merce, a fronte delle quali veniva consegnato denaro contante (corrispondente all’importo delle fatture senza Iva trasferito da corrieri che partivano da Cerignola in auto)”.

Va detto che a San Marino c’è già stata, proprio a gennaio di quest’anno, una condanna per riciclaggio, legato ai fatti oggetto del report della Dia. Si tratta del denaro ritenuto dall’accusa provento di fatture per operazioni inesistenti, truffa allo Stato e frode ai danni dell’Unione Europea. Reati che, nell’ambito dell’operazione denominata “Baccus” erano stati appunto contestati al “Re del vino”, Vincenzo Secondo Melandri, noto imprenditore ravennate dell’azienda vitivinicola “Alla grotta”. Una indagine che fece emergere anche contatti con la malavita foggiana, tanto che se ne occupò, e se ne occupa tuttora in un altro filone di indagine, la Direzione investigativa antimafia di Bari. Vincenzo Secondo Melandri è stato condannato lo scorso 10 gennaio a 4 anni e mezzo di prigionia, due anni di interdizione dai pubblici uffici e diritti politici, multa di mille euro e confisca del denaro posto sotto sequestro più gli interessi.

 

Tutti i reati compiuti in regione dalla criminalità organizzata

Nella relazione della Dia anche  il lungo elenco dei reati sintomatici tipici della criminalità organizzata e registrati in Emilia Romagna nel primo semestre del 2018. L’estorsione è il reato principale commesso dai personaggi legati al clan mafiosi: qualcosa come ben 266 crimini compiuti. Si passa poi al riciclaggio di denaro sporco: 65 casi. Quindi arrivano i danneggiamenti seguiti da incendio contro chi non paga: sono 40 i reati registrati dalla Dia, mentre sono 29 i crimini di autoriciclaggio. Seguono poi 25 casi di trasferimento fraudolento di valori e 20 casi di impiego di denaro o beni di provenienza illecita. Quattordici, invece, sono le aggressioni o le attività riconducibili al metodo mafioso.  Sono cinque i casi di usura scoperti, ma si sa che questo è un reato che le vittime tendono, per paura principalmente, a non denunciare. Mentre 4 le accuse rivolte a personaggi per associazione di tipo mafiosa. Non risultano, invece, casi di scambi di favori elettorali politico-mafiosi.

 

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