Un nuovo sistema San Marino, reclama una classe politica nuova. Domenico Gasperoni

Da un osservatorio prettamente sociologico e da semplice cittadino, senza visioni di parte, non avendo tessere né frequentazioni di segreterie politiche, provo a fare alcune riflessioni sulla situazione politica del nostro paese. Monitorando, in questi ultimi tempi, i giornali e le dichiarazioni del mondo politico, ho trovato che il vocabolario della vita politica, istituzionale ed economica sammarinese è nettamente cambiato. Le parole di prima sono diventate linguaggio morto, senza significato. Potremmo cancellarle tutte e sostituirle con una sola: cambiare, voltare pagina. Le frasi più gettonate sono del tipo: il vecchio sistema San Marino è crollato; l’economia non è più quella di prima; la finanza ha subito un terremoto; la politica estera basata sul rapporto privilegiato con l’Italia, non paga più. Quindi bisogna inventare un nuovo progetto economico, bisogna aprirsi all’Europa, bisogna competere con il mondo, bisogna pensare al futuro della Repubblica, bisogna….bisogna…..
C’è un altro vocabolario, quello politico-partitico. Purtroppo questo resta immobile, non cambia, usa le parole e tutti i sinonimi secondo la grammatica e la sintassi del passato. La politica sembra vivere beata in un collaudato sistema partitocentrico, dove sono il progresso, l’economia, la finanza e il futuro del paese a dover girare attorno al mondo politico e non viceversa. A questo punto mi viene in mente quel famoso passo di Tito Livio: “mentre a Roma si sta discutendo, Sagunto viene espugnata.” Provo a spiegarmi meglio, applicando la morale di quella frase.

San Marino è in forte pericolo, è assediata, non ha grandi difese. E la classe politica cosa fa? Discute, litiga, si rimpalla le responsabilità. Cerca la soluzione dei problemi negli schieramenti, nelle alchimie delle maggioranze: allargamenti, restrizioni, un microgruppo che potrebbe entrare e un altro che dovrebbe uscire. E ognuno ha la sua ricetta miracolosa.
Si riduce il tutto al cambio di qualche ingrediente nel menù politico! Restando nella metafora del “piatto”, è forse l’ora di cambiare “ristorante”. Serve una nuova rivoluzione copernicana politica, capace di cacciare i partiti dal centro e ricollocarvi i problemi, la loro conoscenza, lo studio e la ricerca di soluzioni tecniche, ragionate e il più possibile condivise.
E’ ora che ci facciamo la grande domanda: come si potrà gestire il cambiamento così radicale e da tutti invocato, con strumenti vecchi? E’ ora di pensare ad una nuova classe dirigente, o meglio, ad una classe dirigente nuova. “Non si mette il vino nuovo in otri vecchi”.
Non si tratta di moralismi nè giustizialismi contro le persone di oggi, ma di renderci conto che siamo entrati in un’altra era, dove servono una nuova cultura politica, nuovi metodi e nuove virtù politiche. Bisogna che il passato sia “risettato” e che la futura classe politica si alimenti a nuova linfa.
A me piace ragionare per metafore. Ne introduco un’altra, l’albero.
Io non sono d’accordo con quelli che vorrebbero sradicare l’albero della politica, al grido di (alla Grillo): mandiamoli tutti a casa! Perché il giorno dopo non so chi mi ritroverò nel Palazzo. L’albero va invece curato radicalmente. Prima di tutto va potato con coraggio, tagliando i rami secchi, quelli che non producono frutto, quelli che mangiano solo per sé la linfa vitale, quelli che ogni anno ri-gemmano rigogliosi ma si fermano alle promesse di inutili fiori.
Poi l’albero va innestato, per garantire una produzione nuova. Con innesto di “gemme” originali e selezionate. Della specie buona e genuina. Quelle prelevate non dai sotterranei del Palazzo ma dalla terra buona della democrazia.
Esco dalla metafora. Io penso a una classe politica nuova non più formata sulla ideologia ma sulla laicità dei problemi. Non più prigioniera di vecchie appartenenze, vecchie sigle, di vecchie confessionalità. Io penso a dei partiti non portatori di valori ma di progetti e programmi di bene comune. I valori restano alla base dell’etica del singolo, indispensabile per fare la differenza nel servizio alla comunità. Se il valore entra nel partito, si trasforma in verità ideologica, in identità narcisistica, in conflittualità ed esclusività. Un valore ci deve essere, ma è di tutti, quello della democrazia e del suo compimento condiviso.
Io penso ad uomo politico nuovo che sceglie la politica e non è scelto dalla politica; che vive di suo, per la politica e non della politica; che sa quando è ora di ritirarsi e non si ritiene indispensabile a vita. Che fa conoscere il suo conto in banca quando entra per la prima volta nel Palazzo e quando ne esce per fine carriera. Che si trova bene in compagnia di quattro “C”: capacità, competenza, coscienza e coraggio. Ne aggiungo una quinta: carisma, che dovrebbe significare “ il migliore”. Il politico del futuro deve essere giovane? Magari! Purché lo sia anche dentro.
Ho raccontato una bella favola della politica? Ho rincorso le farfalle dell’utopia? Forse.
“Nessuno ha mai raggiunto l’utopia, ma è l’utopia che fa camminare le carovane nel deserto” ( dice il noto proverbio dei popoli del Sahara).
Il futuro sammarinese è un deserto che nessuno conosce. Ma se i cittadini vorranno dare una grossa spinta alla carovana, San Marino potrà raggiungere l’oasi.
Domenico Gasperoni

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