Verso il Giubileo, ricordando quello del 1926

Verso il Giubileo, ricordando quello del 1926

 

I buoni rapporti col Vaticano

Sul finire del 1998 il Segretario di Stato per gli Affari Esteri, Gabriele Gatti, in una dichiarazione pubblica a proposito della collocazione di San Marino nell’area dell’Euro, accennò all’apporto del Vaticano alla favorevole risoluzione della trattativa a Bruxelles con l'Unione Europea. Un accenno significativo. Egli lasciava intravedere che fra i due Stati c’era più di una comunanza di interessi derivante dalla piccolezza di entrambi e dalla collocazione di entrambi nella penisola italiana.

Altro segno del buon rapporto, attuale, fra San Marino e Vaticano: decano dei diplomatici accreditati presso la Santa Sede è il rappresentante sammarinese, l’ambasciatore prof. Giovanni Galassi. Quando fu istituita (o, secondo alcuni, ripristinata) la legazione di San Marino presso la Santa Sede, nel 1926, con l’accreditamento del conte Paolo Manassei - Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario - la Repubblica dovette impegnarsi a far sì che il suo rappresentante diplomatico non superasse l’anzianità di cinque anni. Nell’eventualità che nel posto avesse voluto mantenere una stessa persona più a lungo, avrebbe dovuto ricorrere all’artificio dell’azzeramento dell’anzianità diplomatica con la ripresentazione delle credenziali.

Erano anni - quelli attorno al 1926 - difficili sia per la Santa Sede che per la Repubblica di San Marino. Richiedevano, da parte di ambedue, un comportamento prudente e molta attenzione anche alle forme. La Repubblica stava intravedendo la fine del periodo di fibrillazione iniziato con l'arrivo del fascismo, dalla cui onda di nazionalismo si era sentita - seriamente? - minacciata. Il Vaticano stava valutando la possibilità di abbandonare l’isolamento in cui fin dal 1870 si era arroccato, accingendosi a cogliere l'opportunità offerta dall'arrivo al potere del fascismo che, per consolidarsi, aveva bisogno di ingraziarsi il mondo cattolico.

L'istituzione della legazione di San Marino presso il Vaticano avrebbe potuto danneggiare il processo di avvicinamento Vaticano-Italia. Infatti l’accreditamento di un diplomatico sammarinese da parte del papa significava, automaticamente, che il papa riconosceva alla Repubblica di San Marino uno  status di piena indipendenza. Piena indipendenza che invece talvolta  era misconosciuta anche da studiosi di diritto internazionale (alcuni addirittura non italiani), che citavano proprio la Repubblica di San Marino come esempio di protettorato in Europa sulla base dell’espressione “amicizia protettrice” presente nella convenzione italo-sammarinese fin dalla prima formulazione, nel 1862, e poi sempre ripetuta.

Il Vaticano, insomma, nel 1926, è stato di grande aiuto alla Repubblica. Grazie al Vaticano la Repubblica ha potuto affermare più chiaramente la sua identità di Stato verso il Regno d'Italia formatosi a seguito della unificazione politica della penisola. Le cose potrebbero ripetersi nei confronti della nuova realtà politica costituita dalla Unione Europea? Quanto avvenuto a proposito della trattativa per l'Euro fa ben sperare. Del resto San Marino non realizza in sé un’idea di libertà che è frutto della civiltà cristiana del Medioevo, substrato e fondamento della nuova Europa, come dice Romano Prodi (nel suo libro, Un’idea dell’Europa, Bologna, 1999), citando gli ultimi papi e il card. Carlo Maria  Martini? E questa idea di libertà sul Titano non ha potuto svilupparsi proprio grazie ai papi che, nei loro domini, in ogni tempo, assai più di altri monarchi, hanno dato spazio alle autonomie locali?

Il 1926, che per San Marino fu così importante nei rapporti con l'Italia, era un Anno Giubilare, cioè un Anno Santo (per le chiese locali). Sul Titano la ricorrenza assunse una connotazione particolare,  imperniata sul 3 settembre. Nell’occasione fu chiamato a celebrare un cardinale. L’antica Pieve era stata elevata, proprio in quello stesso 1926, a Basilica Minore con un breve papale il quale, fra l’altro, ricordando essere qui custodite le reliquie del Santo, ne riconobbe, di fatto, l’autenticità.

Anche al 3 settembre del 2000  (Anno Giubilare) si potrebbe dare una particolare solennità magari invitando a celebrare proprio il card. Martini, Arcivescovo di Milano, in ricordo del vescovo feretrano di origine milanese Francesco Sormani, cui si deve, nel 1586, la prima ricognizione delle reliquie del Santo. Mons. Sormani, uno dei grandi che, sotto la guida di S. Carlo Borromeo, Cardinale e Arcivescovo di Milano, diedero attuazione alla riforma tridentina, già nel Cinquecento indicava ordinariamente nei suoi documenti questo luogo come Terra libertatis.

 

La legazione presso il Vaticano

A partire dal 1870 il papa, con la perdita anche della città di Roma, è rimasto, praticamente, senza territorio e senza popolazione. Può essere ancora considerato un monarca non avendo più, in pratica, uno Stato? Pochissime sono  le legazioni diplomatiche accreditate presso il Vaticano.

Sul finire del 1924, in occasione di una discussione politica  sul riconoscimento, da parte dello Stato italiano, dei titoli nobiliari rilasciati dal Vaticano, il primo ministro Benito Mussolini  afferma, fra l’altro,  che il Risorgimento non aveva mai inteso “menomare l’altissima sovranità sia pure spirituale, dei Romani Pontefici”. Pertanto, a suo giudizio, il papa era da ritenersi un "Sovrano indipendente godente di tutti gli onori e le prerogative” tipiche dei “Sovrani Capi di Stato”.

La dichiarazione fa drizzare le orecchie negli ambienti politici italiani ed esteri, in quanto è interpretata come segno premonitore di un cambiamento nei rapporti fra Italia e Vaticano.

Fra le tante prerogative proprie dei “Sovrani Capi di Stato" c’è la istituzione di rapporti diplomatici. Dunque il papa, pur monarca di uno Stato senza territorio e senza popolazione, secondo il governo italiano, è nelle condizioni di poter procedere all’accreditamento di rappresentanti diplomatici. Anche della Repubblica di San Marino, ammesso che lo voglia, pensano sul Titano. Il papa lo vorrà?

Il papa, cioè Pio XI, potrebbe rispondere negativamente a una eventuale richiesta da parte della Repubblica di San Marino di istituire dei  rapporti diplomatici per motivi  di opportunità politica. O perché ritiene che non siano ancora caduti i diritti sul Titano avanzati di quando in quando dai suoi predecessori ai tempi dello Stato della Chiesa. O perché giudica la Repubblica – come tanti del resto - uno Stato di non piena indipendenza nei confronti dell’Italia.

Giuliano Gozi, Segretario di Stato per gli Affari Esteri ed esponente di primo piano del fascismo sammarinese, nel luglio del 1925 ha modo di parlarne sul Titano con Don Marino Angeli, un prete sammarinese impiegato presso il Vaticano. Don Angeli ai primi di ottobre scrive da Roma a Gozi: si può. E organizza per il 16 dello stesso mese un primo incontro  in Vaticano fra Giuliano Gozi e Angelo Manzoni Borghesi da una parte e  Mons. Francesco Duca Borgongini dall’altra. Un incontro informale. E’ presente anche Don Angeli. Il  rappresentante del Vaticano non fa alcun cenno “alla vecchia pretesa”  dell’alta sovranità della  Santa Sede sul  Titano oggetto di tante diatribe ai tempi dello Stato della Chiesa. Esprime però   un dubbio “sullo stato politico della Repubblica”. Mons. Borgongini dice “che nell’Almanacco di Gotha” la Repubblica di San Marino risulta “essere sotto il protettorato italiano”. Impossibile istituire rapporti diplomatici con uno Stato che non goda della piena indipendenza! I sammarinesi - tutti e tre? - scattano come molle: nessun dubbio si può avere sulla “perfetta indipendenza e libertà della Repubblica da chiunque”! Gozi, a scanso di equivoci, precisa che “il governo sammarinese su tal punto non avrebbe ammesso discussione”. Al che Mons. Borgongini  si scusa. Si  mostra sinceramente dispiaciuto per l’errore cui è stato indotto, dice, da “stampa male informata”. Si dichiara, seduta stante, pure lui “convinto della piena sovranità della Repubblica, necessaria a giustificare l’istituzione” della legazione. L’incontro termina con l’impegno dichiarato di ambo le parti di adoprarsi presso i rispettivi governi perché il progetto vada avanti.

San Marino, pur di arrivare ad istituire quei rapporti diplomatici, si accontenterebbe dell’accreditamento di un rappresentante diplomatico al grado minimo: “Incaricato d’Affari”. Don Angeli no. Gli sembra poco dignitoso, per la Repubblica, un Incaricato d’Affari. Mons. Borgongini - per farsi perdonare la gaffe del primo incontro? - lo asseconda. Il diplomatico di cui si va a trattare l’accreditamento sarà: “Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario”.

Le pratiche presso i due governi procedono celermente. E, a quanto pare, in segreto. Anche a San Marino. Il 5 dicembre Gozi  torna Roma. Franciosi che, pur avversario del fascismo, in genere  è molto informato su quanto avviene a Palazzo, questa volta è spiazzato. Riesce a sapere solo  che il Segretario di Stato è partito "con un sacchetto di ciondoli e di croci”. Ipotizza che andrà a  distribuirne “a quanti più Porporati e Cardinali sarà per incontrare nei corridoi del Vaticano". Si spinge a malignare  che quel viaggio (come altri) serva al Gozi soprattutto per fare "gli interessi suoi racimolando quattrini per mediazioni a destra e a manca" e anche "divertendosi a più non posso con le Veneri vaganti … dell'Urbe".

 

Un incontro ufficiale o amicale?

Gozi anche questa volta va a Roma con Manzoni. Il 7 dicembre i due sono a Palazzo Ghigi:  ‘comunicano’ "personalmente a S.E. Dino Grandi Sottosegretario degli Esteri, che il Governo di San Marino va ad istituire una Legazione a Roma presso il Vaticano".

Dino Grandi - come Italo Balbo - è un affezionato sostenitore della Repubblica. Ed anche un amico personale e di Gozi e di Manzoni.  Interpreta quell’incontro come una visita di cortesia. Una occasione, come succede fra amici che si ritrovano dopo qualche tempo, anche  per   lasciarsi  andare  a qualche confidenza.

Per Gozi e Manzoni invece  quello del 7 dicembre a Palazzo Ghigi con Grandi è  un incontro  ufficiale   fra i responsabili della politica estera dei due Stati, durante il quale, da parte sammarinese,   "il divisamento di istituire la Legazione presso il Vaticano è stato comunicato con nota ufficiale verbale al Regio Ministero degli Esteri”. Non già  per obbligo,  ma  “semplicemente per atto di delicatezza". Reazioni? "La notizia non ha incontrato alcun cenno di diverso desiderio".

Gozi e Manzoni  non avendo riscontrato “cenno di diverso desiderio" da parte dell’Italia, procedono. Il 9 dicembre incontrano  il conte Manassei per mettere a punto  i termini dell’incarico che la Repubblica andrà a conferirgli. Il conte  provvederà personalmente a tutte le spese della legazione. Insomma nessun costo per la Repubblica. Nemmeno per i ricevimenti che dovranno essere frequenti e di alto livello, per accrescere la visibilità della Repubblica in ambito internazionale.

Gozi e Manzoni, appena rientrati a San Marino, il 17 dicembre, stendono una relazione per i Reggenti, da portare in Consiglio: "il gradimento da parte della Santa Sede costituirà un rinnovato atto di riconoscimento del sacrosanto diritto di San Marino ad essere libero ab utroque homine".

Ma il Consiglio, cui spetta decidere in materia,  non si riunisce subito. Qualche ripensamento? Don Angeli preme. Egli è  passato, nel frattempo,  dalla Congregazione dei Sacramenti  alla “Segreteria di Stato di Sua Santità, Sezione I, Affari Straordinari”.  Evidentemente questo ‘Affare straordinario’ relativo al suo paese gli sta particolarmente a cuore.

Il Consiglio si riunisce il 23 gennaio 1926. Tutti i consiglieri presenti votano a favore. Si è tardato a riunire il Consiglio proprio per ricercare l’unanimità dei consensi attorno alla iniziativa?  Manlio Gozi, fratello di Giuliano, attribuisce tutto il  merito di questo successo di politica estera al "Fascismo, vero e deciso valorizzatore della religione dei padri".

Con un telegramma Giuliano Gozi, lo stesso 23 gennaio informa dell’esito della votazione, Don Angeli, il quale,  il 24, con un telegramma,  dopo aver sollecitato l’invio della comunicazione ufficiale,  avverte: "non pubblicate nomina Ministro prima aver ottenuto gradimento".

Già entro febbraio  vengono espletati gli adempimenti formali necessari. Ed acqua in bocca e da parte sammarinese e da parte vaticana.

La notizia della istituzione dei rapporti diplomatici fra San Marino e Vaticano comincia a circolare apertamente - prima si era avvertito solo qualche vago accenno - solo dopo la comparsa su “Il Corriere della Sera” del 26 marzo 1926. E’ riportata sotto  una corrispondenza intitolata:  “Roma, 25 marzo, notte”. Il  giornalista  non riesce a nascondere  la sua sorpresa. Tenta, per minimizzare,   di buttarla sul religioso. Poi, alla fine, lascia affiorare la sua irritazione: “Altre ragioni potrebbero eventualmente aver consigliato tale istituzione, ragioni cui non è il caso pel momento di accennare”. Giuliano Gozi si mette subito in moto per capire se tale conclusione, così poco rassicurante, è una iniziativa personale del giornalista o è stata ispirata dall’alto. Si serve ancora di Don Angeli il quale pare essere addentro non solo agli ambienti vaticani. Don Angeli rassicura:  nessun problema.

Notevole è la risonanza che la notizia dell’istituzione della legazione della Repubblica di San Marino presso la Santa Sede ha in Italia e oltralpe. Diverse le interpretazioni. Molte di meraviglia e di sorpresa. La sorpresa maggiore, in campo internazionale. L’Italia, con l’avvento del fascismo, ancor più che in passato, era andata progressivamente arrogandosi  la rappresentanza di tutte le zone sotto la sua “influenza”. Come ha potuto  una di queste,  situata  addirittura all’interno della penisola e considerata addirittura un protettorato, come ha potuto arrivare ad istituire dei nuovi  rapporti diplomatici, rapporti che da sempre sono una manifesta espressione di piena indipendenza?  

Qualche giornale francese ipotizza che la iniziativa sia partita dallo stesso governo italiano il quale, non avendo rapporti diplomatici con la Santa Sede, avrebbe favorito la creazione della legazione di San Marino per poi servirsene sulla falsariga di quanto fece la Francia durante la Grande Guerra con il Principato di Monaco.

Probabilmente la riuscita dell'operazione la si deve al pronto tempismo dei governanti sammarinesi i quali, colta la volontà dell'Italia di normalizzare il rapporto col Vaticano, la mettono - d'accordo col Vaticano? -, per così dire, alla prova. Se l'Italia avesse impedito l'istituzione di quella legazione il processo di avvicinamento fra le due sponde del Tevere avrebbe potuto subire una battuta d'arresto?

 

Cessazione dello stato di massimo allarme

Per la Repubblica di San Marino - salvatasi fortunosamente dal Risorgimento italiano grazie a Napoleone III, Imperatore dei Francesi - la istituzione della legazione presso la Santa Sede nel 1926 è una tappa importantissima nel cammino verso il riconoscimento della sua sovranità.

Il Vaticano è il secondo Stato ad accettare di istituire dei  rapporti diplomatici con la Repubblica di San Marino. Primo in assoluto la Francia che, grazie a Napoleone III, già nel 1854 accreditò un “Incaricato d’Affari” sammarinese (contro le proteste dello Stato della Chiesa di cui la Repubblica allora era enclave).

Dopo l’Unità d’Italia, la Repubblica aveva al più  aperto dei consolati. C’era un console anche a Roma presso il governo italiano. Con nessuno Stato aveva potuto istituire dei rapporti diplomatici, cioè far accreditare un rappresentante da Incaricato d’Affari in su. Solo  l’Italia avrebbe potuto  aprire la strada dei rapporti diplomatici alla Repubblica, essendo la Repubblica una sua enclave. Perciò la istituzione della legazione presso il  papa, nel 1926,  giustamente sorprende perché non preceduta da quella presso il Re d’Italia.

‘Il Popolo Sammarinese’ afferma che la legazione presso il Vaticano, “dal punto di vista internazionale, costituisce di per sé una valorizzazione” della Repubblica. E ribadisce e diffonde il giudizio espresso dai  Reggenti   in Consiglio:   è “un atto di riconoscimento del sacrosanto diritto” che il Titano ha “a essere libero ab utroque homine”.

La sopravvivenza della Repubblica di San Marino era stata effettivamente messa in discussione dal nazionalismo fascista, il quale, fin dal suo sorgere, si era proposto di dare compimento al processo politico di unificazione della nazione italiana, lasciata incompleta dal Risorgimento. Ci fu un anno, il 1921, in cui sul Titano si temette veramente un blitz da parte dello squadrismo romagnolo. Mese cruciale, maggio. Già la Repubblica era accusata da mesi di dare ospitalità ad elementi sovversivi provenienti da varie zone d’Italia macchiatisi, si diceva, di reati comuni, quando l'11 avvenne un fatto di sangue che avrebbe potuto far tracimare il vaso: in un mortale attentato, sul confine verso Serravalle, fu ridotto in fin di vita  un simpatizzante del fascismo, il riminese  Carlo Bosi, di ritorno da una escursione turistico-propagandistica sul Titano. Dopo pochi giorni Bosi morì. A Rimini i funerali furono grandiosi. A distanza di una settimana o poco più, altro fatto di sangue: fu assassinato a Rimini un invalido di guerra, Luigi Platania. Una uccisione  subito enfatizzata dal fascismo come emblematica a livello nazionale. Di entrambi i delitti vennero accusati uomini di sinistra 'ospiti' del Titano.

 

Nel 1921, chiamata dei carabinieri

Il governo sammarinese giudicò incombente, nella seconda metà di  maggio del 1921, il pericolo di spedizioni squadristiche dalla Romagna. E ricorse a un rimedio, politicamente estremo: chiese al governo italiano un distaccamento di carabinieri. Dalla legione di Ancona (anziché da quella di Bologna visto che il pericolo veniva dalla Romagna). Quei carabinieri, una ventina, si distribuirono su tutto il territorio della Repubblica. Come in una occupazione. Inoltre facevano  pensare ad una occupazione vera e propria: la divisa rimasta in tutto e per tutto quella italiana; il comando, in mano a un graduato italiano; l'avvicendamento dei militi, secondo la prassi in vigore nelle località italiane.

C’era un’altra possibilità per salvare la Repubblica? Secondo Franciosi non era necessario ricorrere a quei carabinieri che con la loro stessa presenza pregiudicavano la sovranità della Repubblica.

Altra dura critica mossa da Franciosi ai dirigenti politici sammarinesi fu la fondazione di un partito fascista sammarinese. Sarebbe stato possibile salvare la Repubblica mantenendo dissimile il colore politico del Titano da quello ormai imperante all'intorno? Nella zona di Serravalle, ma anche in altri castelli, c'era già chi, d'accordo con gli squadristi romagnoli, fremeva, scalpitava e andava denunciando quel ritardo come non più tollerabile. Insomma - a quanto appariva dal Titano - pareva solo che si aspettasse il via libera dai gerarchi italiani per un intervento che ponesse fine alla anomalia sammarinese, così come era avvenuto in tanti luoghi anche del circondario, mostratisi restii ad adeguarsi al nuovo corso politico. Nel caso che la fascistizzazione del paese fosse avvenuta sotto l'egida di tali personaggi, oltre che a realizzarsi attraverso un atto di forza e, forse, di violenza, si sarebbe certamente caricata di qualche connotazione rivoluzionaria per la Repubblica. Una Repubblica ancora dalle antiche istituzioni, che ancora faticava a recepire la innovazione introdotta con l'Arengo del 1906.

I dirigenti politici del Titano, provenienti in massima parte dalle file dei popolari e dei democratici - i socialisti si erano autoesclusi dal Consiglio - ruppero gli indugi e neutralizzarono ogni proposito ‘rivoluzionario’, mettendosi essi stessi alla guida della fascistizzazione del paese. E ci riuscirono sia pure a fatica e dopo mesi e mesi di duri contrasti. Così che, in pratica, San Marino divenne fascista senza cambiamenti sostanziali. Anzi, le istituzioni, per certi aspetti, subirono una involuzione. Il fascismo finirà addirittura per vantarsi “di avere restituita al popolo sammarinese la sua originaria unità, la operosa, pacifica, serena unità infranta nel 1906”.

Il 1° ottobre del 1922 si ha una reggenza a mezzo fra popolare e fascista. Il 1° aprile 1923 entra in carica la prima reggenza fascista vera e propria. Il discorso di ingresso è tenuto dall’On.le Bottai, il quale, portando il saluto di Mussolini, rilascia una qualche assicurazione circa il rispetto della sovranità dell'antica Repubblica e, soprattutto, legittima il fascismo sammarinese così come era andato costituendosi.

 

Fascistizzazione o mimetismo?

Il fascismo sammarinese ha fin dall’origine due anime. Franciosi parla di ‘paesani’ e di ‘agrari’. Gli ‘agrari’, più legati allo squadrismo romagnolo, saranno sempre in minoranza. Ma una minoranza rumorosa e assillante, che non smetterà mai di denunciare  sino al sarcasmo il sistema di governo della fazione dominante, quella dei 'paesani', additata come una caricatura del fascismo vero. Eppure i ‘paesani’ riusciranno sempre a cavarsela, adoperando abilmente proprio le carte consuete della retorica fascista, in un gioco che, al contempo, andrà creando  difficoltà agli ‘agrari’ e benefici al paese. Emblematica è la esaltazione dell'amor patrio, cardine dell’ideologia fascista. I ‘paesani’ possono permettersi di accusare  gli ‘agrari’ di non essere veri fascisti, in quanto richiamandosi essi troppo al fascismo italiano, finivano  per tradire il primo comandamento del vero fascista: appunto l’amore, incondizionato e messo in cima a tutto, per la patria. Già, quale patria?

'Propria patria' per un fascista sammarinese vuol dire San Marino, dicono i 'paesani'. Ma l'esaltazione di San Marino non finirà per provocare la suscettibilità del  nazionalismo italiano? I ‘paesani’ non  presentano l’amore per San Marino in contrasto, in alternativa a quello per l'Italia (che sarebbe stato impossibile, nelle circostanze, far mancare),   pur non perdendo occasione per incrementare con ogni mezzo la distinzione fra San Marino e Italia.  Tale distinzione non viene fatta derivare dalla assenza di un qualche  elemento caratterizzante l’italianità, ma, al contrario, dalla singolare presenza sul Titano della italianità  con tutti i suoi elementi migliori ed al più alto grado. Il Titano è terra non solo italiana: italianissima. Proprio perché terra italianissima, gli italiani, se veri italiani, cioè veri fascisti,  tutti devono avere a cuore la conservazione di San Marino,  modello, realizzato, di italianità.

In conclusione i ‘paesani, riprendendo ad esaltare come mai prima  la italianità di San Marino  mettono in difficoltà gli ‘agrari’ e, al contempo, difendono la Repubblica contro quegli ambienti italiani, fascisti o meno, che fautori della Grande Italia, mal tolleravano la persistenza, proprio nel cuore della nazione italiana, della anomalia politica costituita dalla Repubblica di San Marino.

La strategia è portata avanti con varie iniziative. Ad esempio celebrando, reinterpretate, le ricorrenze più solenni e significative d'Italia, come il giorno della Vittoria nella Grande Guerra, il 4 novembre. Ma davanti all'Ara dei Volontari, monumento eretto per ricordare i sammarinesi che hanno partecipato a quella guerra. Ad esempio esaltando gli eroi d'Italia. Ma  in primo luogo Garibaldi, il quale, il 31 luglio 1849, terminata l'avventura della Repubblica Romana, nel viaggio di trasferimento da Roma verso Venezia, pressato dagli austriaci, con un migliaio di armati, aveva trovato scampo proprio a San Marino.

Emblematica la celebrazione  della ricorrenza garibaldina del  31 luglio,  nell’anno 1924. Un migliaio di Camicie Nere della Emilia Romagna e delle Marche entrano armate in Repubblica. Si incolonnano a Fiorentino e marciano fino alla Porta del Paese. Come si può non essere d’accordo con Franciosi quando  nel suo diario parla di “profanazione”?  Le Camicie Nere, alla Porta del Paese, sfilano davanti ai Reggenti, affiancate da altissime e prestigiose autorità italiane militari e civili, sotto la bandiera storica della Legione garibaldina, ma anche sotto  quelle, attualissime,   del Regno d’Italia e della Repubblica di San Marino.  Così che la circostanza permette di urlare ai quattro venti che  quello italiano e quello sammarinese  sono "gli unici due vessilli" aventi "diritto di sventolare in terra italica". Insomma  la revocazione storica è stata  una occasione per far conoscere la Repubblica proprio agli elementi  più esagitati   e pericolosi delle regioni limitrofe, e spuntarne, così,  l'animosità, facendoli recitare come comparse in una rappresentazione che servisse ad esorcizzare proprio quella ‘invasione’ che da anni si andava temendo. 

 

La sovranità difesa col diritto

La strategia di un Titano  terra italianissima, non esclude però altre forme di difesa, più dirette. Ad esempio la supposizione che la Repubblica di San Marino fosse un protettorato dell’Italia, diffusa anche oltralpe, va contrastata prontamente ed  adeguatamente anche oltralpe. Nell’aprile del 1923, esce a Ginevra, a cura del prof. Antonio Sottile docente presso la università di quella città il libretto: “L’Organisation Politique et Juridique de la République de St-Marin et sa situation intenationale ”. Una abilissima dissertazione a favore della sovranità di San Marino.  “Nous soutenons, sans crainte d’être contradits, qu’en droit et en fait la République de Saint-Marin, loin d’être un Etat  protégé ou mi-souverain est un Etat absolument indépendant, en possession de sa pleine souveraineté intérieure et extérieure, jouissant de tous les droits internationaux dans une égalité parfaite avec tous les Etats de la Comunitas Gentium”.

Il 6 agosto di quello stesso 1923 in una solenne cerimonia in Consiglio, alla presenza di Italo Balbo, viene consegnata ufficialmente alla Repubblica di San Marino la bandiera italiana che per un qualche tempo aveva sventolato sul campanile di Arbe ed era stata ammainata a seguito degli accordi internazionali di Rapallo (12 novembre 1920) che avevano costretto l'Italia a ritirarsi dall'isola. I sammarinesi, durante la cerimonia assunsero formale impegno di conservarla e di restituirla agli italiani di Arbe quando l’isola di nuovo sarebbe ritornata italiana.

Nell’ottobre dello stesso 1923 il governo sammarinese ritiene che sia arrivato il momento di por mano alla questione dei carabinieri, che continuano a perlustrare case e luoghi di ritrovo,  a fermare persone, a riferire ai superiori, ad  avvicendarsi come se fossero su suolo italiano. Si  comincia col chiedere una modifica alla divisa. Il Ministero della Guerra risponde no. I governanti sammarinesi  tornano  subito alla carica. Nel gennaio del 1924 riescono a sammarinizzare  la denominazione: "Corpo dei Carabinieri della Repubblica di San Marino”. Poi ritornano ancora alla carica. Non ottengono, come richiesto, lo stemma sul cappello e nemmeno, come richiesto, il cambio del colore per le strisce dei pantaloni, ma qualcosa sulla giacca sì: sul colletto e sulle manopole d’ora in avanti ci sarà un nastrino bianco-azzurro.

I carabinieri, ancora italiani, ma col nome sammarinizzato e con la divisa con quel minuscolo  nastrino bianco-azzurro, sfilano davanti alle autorità sammarinesi il 5 febbraio 1924. Il 5 febbraio, festa di Sant'Agata, è l'anniversario della liberazione dall’occupazione alberoniana!

 

La ricerca di nuovi rapporti diplomatici

I governanti sammarinesi per dare visibilità internazionale  al loro Stato sfruttano ogni occasione per tentare di inserirsi in organismi internazionali. Ma con enorme fatica. Ed è pure difficile istituire nuovi rapporti diplomatici. Anche mantenere le posizioni già guadagnate è difficile.

Nel 1921 era morto  a Parigi il rappresentante diplomatico sammarinese, l'Incaricato d’Affari Maurizio Bouquet. Dal Titano si sarebbe voluto assegnare il posto nuovamente a un francese. Roma, attraverso il suo ambasciatore a Parigi, preme per un italiano. Verrà nominato l’italiano Enrico Garda. Altro esempio. Il 19 novembre 1924  San Marino presenta  agli Stati Uniti d’America la richiesta di “istituire una propria Legazione a Washington”, giustificandola con  l’elevato numero degli emigrati sammarinesi in quel paese, ma anche con la volontà di “stringere maggiormente i vincoli di sincera amicizia” fra repubblica e repubblica. Già il 16 gennaio 1925 parte da Washington la risposta: del tutto positiva e senza condizionamenti. Poi però alcune lettere arrivano con un ritardo incomprensibile. Altro tempo viene perso nella traduzione, fatta eseguire - solo  per prudenza? -  dal console americano a Firenze. Infine non se ne fa nulla. E' arrivato un alt da Roma?

Il dubbio non è infondato.

San Marino, nel 1909, aveva chiesto al Ministero degli Esteri del Regno d’Italia di assumere la ‘protezione’ dei suoi emigrati “nei vari Paesi” in cui la Repubblica non aveva propri “Rappresentanti Consolari”. L’Italia non solo accettò, ma a poco a poco interpretò tale richiesta come un mandato a rappresentare sempre e comunque i  sammarinesi all’estero. Nel 1924 ormai si comportava come se avesse ricevuto un mandato pieno di rappresentanza della Repubblica presso gli altri Stati. Nell’aprile del 1925, cioè quando la trattativa con gli Stati Uniti si sta avviando  al perfezionamento, Roma avanza la richiesta di essere preventivamente informata qualora la Repubblica di San Marino  intendesse istituire nuovi rapporti diplomatici con  qualche Stato, col pretesto della necessità di dover avvertire in anticipo i propri rappresentanti presso quello Stato nonché il governo di quello Stato.

San Marino, per non accettare tale imposizione, rinunciò alla istituzione di una legazione a Washington, praticamente già concessa da quel  governo? 

 

Da Giordano Bruno a San Francesco

Il 1925 è Anno Santo. Preannunciato da Pio XI già il 23 dicembre 1922. E’ dal 1825 che l’Anno Santo non viene più celebrato a Roma con la solennità che nei secoli precedenti  aveva contrassegnato tale evento. Pio IX,  a causa dei pessimi rapporti fra la Chiesa e lo Stato Italiano, non  celebrò, nelle forme solite, né quello del 1850 né quello del 1875. Non si ebbero, in quegli anni,  né aperture di porte sante né pellegrinaggi solenni. Leone XIII, nel 1900,  provò a celebrare il Giubileo con qualche solennità. Ufficialmente il governo italiano promise di assecondare lo svolgersi delle cerimonie e di favorire l’arrivo di pellegrini. Però non riuscì a controllare l'attivismo degli anticlericali. Per iniziativa della massoneria fu organizzato il 20 settembre un antigiubileo con la visita “a quattro basiliche laiche”: il Pantheon, con la tomba di Vittorio Emanuele II; il Gianicolo, da dove i garibaldini iniziarono la marcia sul Vaticano; Porta Pia, da cui entrarono le truppe per la presa di Roma, il Campidoglio di Cola di Rienzo, dove era sindaco Ernesto Nathan, gran maestro della massoneria.

Pio XI, nel 1925, rompe l'autoimprigionamento nei palazzi vaticani e – non avveniva più dal 1846 -  riprende a impartire la benedizione Urbi et Orbi dalla loggia esterna di San Pietro. I Savoia sospendono   tutte le feste a corte e tutte le manifestazioni di lusso e di sfarzo, subito seguiti, nell’esempio, dall’aristocrazia romana, dal corpo diplomatico  e dal  comune di Roma. Sospeso pure il carnevale! Nel Colosseo è  nuovamente innalzata la grande croce tolta di lì nel 1871.

Il 25 dicembre 1925, Pio XI estese alle diocesi i benefici del Giubileo per l’anno 1926. Ed in coincidenza con tale  estensione, diede l’avvio  alle festività per il VII centenario della morte di San Francesco d’Assisi. In Italia viene costituito un comitato nazionale allo scopo, fra l’altro, di erigere al Santo un monumento a Roma. A riparazione di quello di Giordano Bruno e  di quello di Garibaldi?

San Marino, terra italianissima, può restare indifferente davanti ad una iniziativa  volta a celebrare ‘Il più Santo degli italiani, il più italiano dei Santi’? Partecipa come tutte le località  italiane. Pur distinguendosi. I sammarinesi  danno vita a  un proprio comitato nazionale per erigere un  monumento a San Francesco  nella loro  capitale.

 

1926: Anno Giubilare

Il vescovo del Montefeltro, Raffaele Santi,  già nella comunicazione con cui avverte i fedeli della sua diocesi dell'estensione del Giubileo a livello diocesano nell’anno 1926, ricorda che San Francesco, durante un suo viaggio, aveva sostato e aveva predicato in San Leo, allora ‘capitale’ della diocesi. Così che le manifestazioni e le celebrazioni per l’Anno Santo e per il VII centenario francescano finiscono, nella diocesi feretrana, per compenetrarsi, per fondersi. Le “visite per l’acquisto del sacro Giubileo” in diocesi, le solenne celebrazioni per il VII centenario francescano nonché le festività di San Leone, protettore di San Leo e della diocesi del Montefeltro, hanno luogo  a San Leo dal 2 all’8 agosto.

Sul Titano? Si celebra il Giubileo diocesano, si celebra il VII Centenario francescano, ma dal 31 agosto al 5 settembre: attorno alla festa del Santo Patrono.  Anche il vescovo feretrano accondiscende. Sul bollettino diocesano  (“Il Montefeltro”) si parla del 1926  come di “Anno Giubilare della Fondazione della Repubblica”. ‘Il Popolo Sammarinese’ precisa che trattasi del  "Primo Giubileo del XVIII secolo dalla fondazione della Repubblica", fissata, come è noto,  al 3 settembre del 301.

Ad officiare per la solennità del 3 settembre del 1926, congiuntamente al vescovo del Montefeltro e al vescovo di Rimini, sale sul Titano il card. Michele Lega, prefetto di quella  Congregazione dei Sacramenti, presso la quale aveva prestato servizio, prima della promozione alla Segreteria di Stato,  Don Angeli, il coautore, con  Giuliano Gozi, della istituzione della legazione sammarinese presso il Vaticano.

La istituzione della legazione della Repubblica presso il Vaticano, perfezionata nella primavera dello stesso 1926,   non  è stata oggetto di particolari manifestazioni sul Titano.  E quando se ne parla, l’accento viene posto sui  vantaggi che derivano alla comunità sammarinese in campo religioso. Primo compito assegnato al neodiplomatico conte Manassei:  ottenere dal papa l’elevazione della  chiesa principale del paese da Pieve a Basilica Minore.  Il che ovviamente è  ottenuto subito. Il breve papale porta la data  21 luglio 1926. Dalla Romagna, brulicante di turisti, il 28 luglio si è sentito alle ore 16,30  tutte le campane della Repubblica di San Marino suonare a festa  per annunciare l’arrivo del documento papale.

Qualche giorno dopo quello scampanio,  Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, in vacanza sulla costa romagnola, fa una escursione sul monte Titano, con la famiglia. Lo imita il 17  agosto, il fratello Benito  che,   con la famiglia, prende alloggio nell’Albergo Titano. L’arrivo di Mussolini,  pur in forma privata, mette in fibrillazione i dirigenti politici,  la gente, i turisti. Alcuni turisti si mettono  a inneggiare: "Viva Mussolini, viva l'Italia". Mussolini corregge: "Viva la Repubblica". E,  a Palazzo, sull’album degli ospiti illustri  scrive: "Gloria imperitura e prosperità alla vecchia Repubblica". Proprio con questa frase viene fatta terminare una antologia di scritti su argomenti sammarinesi confezionata, in quello stesso anno,  per gli studenti delle scuole secondarie sammarinesi. Vi si trova, fra l’altro, la consueta tesi della “Italianità di San Marino” che la visita del Primo Ministro del Re d’Italia  pare avere consolidato. Egli è  venuto “in una Terra, su cui, è vero, non sventola il tricolore, ma dove il bianco-azzurro è la bandiera che con quello è l’unica che abbia diritto di vivere al sole d’Italia, perché fu il primo vessillo italiano issato sulla penisola, dinanzi al quale tutti i tiranni dovettero inchinarsi o ritrarsi confusi”.

 

 

Le ossa del Santo Fondatore

Mussolini non dimentica di visitare la Basilica. E qui si ferma  “in atto di preghiera davanti all'altare con le ossa del S. Fondatore".

Sulle "ossa" del Santo c'è una lunga questione che accompagna la storia del paese e la sua crescita verso il riconoscimento della sovranità. Nella seconda metà del Cinquecento, quando a seguito del Concilio di Trento, la venerazione per i Santi venne normalizzata, essa fu anche favorita con l’incentivazione della ricognizione delle loro reliquie. Sul Titano la ricognizione ebbe luogo: nel 1586. La eseguì -  con la collaborazione dell'arciprete della Pieve, Marino Bonetti -  il  vescovo feretrano Gian Francesco Sormani,  milanese, già collaboratore ed amico del cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di  Milano.   A indurre i sammarinesi al grande passo furono  anche   notizie di ricognizioni di reliquie di santi di nome Marino a Milano e a Pavia? 

Milano e Pavia da allora più o meno apertamente di quando in quando ripropongono la questione delle autenticità delle reliquie conservate sul Titano. Ed i sammarinesi, ogni volta, fanno quadrato.

Nel 1661 due giuristi sammarinesi, Alessandro Belluzzi e Giovanni Francesco Manenti, compilano per i Bollandisti (un gruppo di gesuiti di Anversa specializzati in storie di santi), una nuova versione della Vita del Santo accompagnandola con una serie di documenti relativi al culto  confezionata dal vicario del vescovo feretrano ("accesso giuridico") nel 1628. Fra questi documenti, inseriscono la  testimonianza dell'arciprete Bonetti relativa alla ricognizione cui aveva partecipato, resa e sottoscritta da questi  nel 1596. La pubblicazione  dei Bollandisti però  per varie vicissitudini subì un ritardo enorme, per cui quando nei primi decenni del Settecento da Pavia si cominciò a contestare ai sammarinesi l'autenticità delle reliquie conservate sul Titano, i sammarinesi  chiesero al vescovo feretrano  Pietro Valerio Martorelli di procedere ad una nuova ricognizione (1713), confezionarono subito una nuova Vita (autore il sacerdote Giuseppe Moracci) e, nel 1717,    fecero pubblicare su un libro di grandissima diffusione, Italia sacra, stampato a Venezia, la testimonianza del Bonetti. Poco dopo altra Vita confezionata dall'erudito feretrano Luc'Antonio Gentili, seguita, nel 1729, da una lunghissima e puntuale dissertazione dello stesso contro Pavia. Ma la questione non finì. Ad esempio nel 1882 uscì a Pavia un  libriccino sull’autenticità delle reliquie, però  dal tono moderato e conciliante. Da San Marino si rispose “in occasione del XVI centenario dalla fondazione della Repubblica”, il 3 settembre 1901,  ripubblicando la Vita scritta da Gentili, ma anche un apposito scritto, senza però nominare l'autore del libro di Pavia. Risponde direttamente a Pavia, sulla fine  del   1926, Onofrio Fattori: “Su l’«Autenticità delle Ossa» del Santo Fondatore della «Libertas Perpetua» venerate nella Basilica della Repubblica di San Marino”.

Lo scampanio del 28 luglio fu molto festoso  perché,  col pretesto dell’arrivo del breve sull’elevazione della Pieve a Basilica,  fornì  l’occasione per  ringraziare pubblicamente il papa della  istituzione della legazione.  Ma anche perché, firmando quel breve,  Pio XI ha pure certificato l’autenticità delle reliquie del Santo, conservate nella chiesa in questione.  “Inter plures itemque insignes reliquias, quibus sacra ipsa aedes curialis nobilitatur, tum incolae, tum advenae atque peregre confluentes fideles singulari pietate ac fiducia Sacrum Corpus recolunt ibi religiose asservatum Divi Marini Fundatoris et Patroni Reipublicae ab eius nomine noncupatae”.    Chi oserà più  muovere contestazioni ai sammarinesi per le reliquie del loro Santo? Il testo del breve già in settembre viene tradotto e divulgato attraverso un libretto curato dai  massimi esponenti del clero sammarinese e dai massari del Santo: “un tributo doveroso di riconoscenza verso il SS. Signor Nostro Papa Pio XI che volle con sovrana liberalità elevata a tanto grado la nostra bella Chiesa, dove si venerano le insigni reliquie del nostro grande Fondatore, nell’atto stesso che si benignava accordare alla nostra Repubblica l’onore d’un Ministro Plenipotenziario accreditato verso la Sua Augusta Persona; e sia insieme omaggio di propiziazione al Santo Patrono Marino, il quale preghiamo protegga sempre Popolo e Reggenti di questa piccola Terra da Lui visibilmente  amata e benedetta”.