Verso il Giubileo, ricordando quello del 1926

Verso il Giubileo, ricordando quello del
1926

 

I buoni rapporti col Vaticano

Sul finire del 1998 il Segretario di Stato per gli Affari
Esteri, Gabriele Gatti, in una dichiarazione pubblica a proposito della
collocazione di San Marino nell’area dell’Euro, accennò all’apporto del Vaticano
alla favorevole risoluzione della trattativa a Bruxelles con l’Unione Europea.
Un accenno significativo. Egli lasciava intravedere che fra i due Stati c’era
più di una comunanza di interessi derivante dalla piccolezza di entrambi e dalla
collocazione di entrambi nella penisola italiana.

Altro segno del buon rapporto, attuale, fra San Marino e
Vaticano: decano dei diplomatici accreditati presso la Santa Sede è il
rappresentante sammarinese, l’ambasciatore prof. Giovanni Galassi. Quando fu
istituita (o, secondo alcuni, ripristinata) la legazione di San Marino presso la
Santa Sede, nel 1926, con l’accreditamento del conte Paolo Manassei – Inviato
Straordinario e Ministro Plenipotenziario – la Repubblica dovette impegnarsi a
far sì che il suo rappresentante diplomatico non superasse l’anzianità di cinque
anni. Nell’eventualità che nel posto avesse voluto mantenere una stessa persona
più a lungo, avrebbe dovuto ricorrere all’artificio dell’azzeramento
dell’anzianità diplomatica con la ripresentazione delle credenziali.

Erano anni – quelli attorno al 1926 – difficili sia per la
Santa Sede che per la Repubblica di San Marino. Richiedevano, da parte di
ambedue, un comportamento prudente e molta attenzione anche alle forme. La
Repubblica stava intravedendo la fine del periodo di fibrillazione iniziato con
l’arrivo del fascismo, dalla cui onda di nazionalismo si era sentita –
seriamente? – minacciata. Il Vaticano stava valutando la possibilità di
abbandonare l’isolamento in cui fin dal 1870 si era arroccato, accingendosi a
cogliere l’opportunità offerta dall’arrivo al potere del fascismo che, per
consolidarsi, aveva bisogno di ingraziarsi il mondo cattolico.

L’istituzione della legazione di San Marino presso il
Vaticano avrebbe potuto danneggiare il processo di avvicinamento
Vaticano-Italia. Infatti l’accreditamento di un diplomatico sammarinese da parte
del papa significava, automaticamente, che il papa riconosceva alla Repubblica
di San Marino uno  status di piena indipendenza. Piena indipendenza che
invece talvolta  era misconosciuta anche da studiosi di diritto internazionale
(alcuni addirittura non italiani), che citavano proprio la Repubblica di San
Marino come esempio di protettorato in Europa sulla base dell’espressione
“amicizia protettrice” presente nella convenzione italo-sammarinese fin dalla
prima formulazione, nel 1862, e poi sempre ripetuta.

Il Vaticano, insomma, nel 1926, è stato di grande aiuto alla
Repubblica. Grazie al Vaticano la Repubblica ha potuto affermare più chiaramente
la sua identità di Stato verso il Regno d’Italia formatosi a seguito della
unificazione politica della penisola. Le cose potrebbero ripetersi nei confronti
della nuova realtà politica costituita dalla Unione Europea? Quanto avvenuto a
proposito della trattativa per l’Euro fa ben sperare. Del resto San Marino non
realizza in sé un’idea di libertà che è frutto della civiltà cristiana del
Medioevo, substrato e fondamento della nuova Europa, come dice Romano Prodi (nel
suo libro, Un’idea dell’Europa, Bologna, 1999), citando gli ultimi papi e
il card. Carlo Maria  Martini? E questa idea di libertà sul Titano non ha potuto
svilupparsi proprio grazie ai papi che, nei loro domini, in ogni tempo, assai
più di altri monarchi, hanno dato spazio alle autonomie locali?

Il 1926, che per San Marino fu così importante nei rapporti
con l’Italia, era un Anno Giubilare, cioè un Anno Santo (per le chiese locali).
Sul Titano la ricorrenza assunse una connotazione particolare,  imperniata sul 3
settembre. Nell’occasione fu chiamato a celebrare un cardinale. L’antica Pieve
era stata elevata, proprio in quello stesso 1926, a Basilica Minore con un breve
papale il quale, fra l’altro, ricordando essere qui custodite le reliquie del
Santo, ne riconobbe, di fatto, l’autenticità.

Anche al 3 settembre del 2000  (Anno
Giubilare) si potrebbe dare una particolare solennità magari invitando a
celebrare proprio il card. Martini, Arcivescovo di Milano, in ricordo del
vescovo feretrano di origine milanese Francesco Sormani, cui si deve, nel 1586,
la prima ricognizione delle reliquie del Santo. Mons. Sormani, uno dei grandi
che, sotto la guida di S. Carlo Borromeo, Cardinale e Arcivescovo di Milano,
diedero attuazione alla riforma tridentina, già nel Cinquecento indicava
ordinariamente nei suoi documenti questo luogo come Terra libertatis.

 

La legazione presso il Vaticano

A partire dal 1870 il papa, con la perdita anche della città
di Roma, è rimasto, praticamente, senza territorio e senza popolazione. Può
essere ancora considerato un monarca non avendo più, in pratica, uno Stato?
Pochissime sono  le legazioni diplomatiche accreditate presso il Vaticano.

Sul finire del 1924, in occasione di una discussione
politica  sul riconoscimento, da parte dello Stato italiano, dei titoli
nobiliari rilasciati dal Vaticano, il primo ministro Benito Mussolini  afferma,
fra l’altro,  che il Risorgimento non aveva mai inteso “menomare l’altissima
sovranità sia pure spirituale, dei Romani Pontefici
”. Pertanto, a suo
giudizio, il papa era da ritenersi un “Sovrano indipendente godente di tutti
gli onori e le prerogative
” tipiche dei “Sovrani Capi di Stato”.

La dichiarazione fa drizzare le orecchie negli ambienti
politici italiani ed esteri, in quanto è interpretata come segno premonitore di
un cambiamento nei rapporti fra Italia e Vaticano.

Fra le tante prerogative proprie dei “Sovrani Capi di
Stato
” c’è la istituzione di rapporti diplomatici. Dunque il papa, pur
monarca di uno Stato senza territorio e senza popolazione, secondo il governo
italiano, è nelle condizioni di poter procedere all’accreditamento di
rappresentanti diplomatici. Anche della Repubblica di San Marino, ammesso che lo
voglia, pensano sul Titano. Il papa lo vorrà?

Il papa, cioè Pio XI, potrebbe rispondere negativamente a una
eventuale richiesta da parte della Repubblica di San Marino di istituire dei 
rapporti diplomatici per motivi  di opportunità politica. O perché ritiene che
non siano ancora caduti i diritti sul Titano avanzati di quando in quando dai
suoi predecessori ai tempi dello Stato della Chiesa. O perché giudica la
Repubblica – come tanti del resto – uno Stato di non piena indipendenza nei
confronti dell’Italia.

Giuliano Gozi, Segretario di Stato per gli Affari Esteri ed
esponente di primo piano del fascismo sammarinese, nel luglio del 1925 ha modo
di parlarne sul Titano con Don Marino Angeli, un prete sammarinese impiegato
presso il Vaticano. Don Angeli ai primi di ottobre scrive da Roma a Gozi: si
può. E organizza per il 16 dello stesso mese un primo incontro  in Vaticano fra
Giuliano Gozi e Angelo Manzoni Borghesi da una parte e  Mons. Francesco Duca
Borgongini dall’altra. Un incontro informale. E’ presente anche Don Angeli. Il 
rappresentante del Vaticano non fa alcun cenno “alla vecchia pretesa” 
dell’alta sovranità della  Santa Sede sul  Titano oggetto di tante diatribe ai
tempi dello Stato della Chiesa. Esprime però   un dubbio “sullo stato
politico della Repubblica
”. Mons. Borgongini dice “che nell’Almanacco di
Gotha
” la Repubblica di San Marino risulta “essere sotto il protettorato
italiano
”. Impossibile istituire rapporti diplomatici con uno Stato che non
goda della piena indipendenza! I sammarinesi – tutti e tre? – scattano come
molle: nessun dubbio si può avere sulla “perfetta indipendenza e libertà
della Repubblica da chiunque
”! Gozi, a scanso di equivoci, precisa che
il governo sammarinese su tal punto non avrebbe ammesso discussione”. Al
che Mons. Borgongini  si scusa. Si  mostra sinceramente dispiaciuto per l’errore
cui è stato indotto, dice, da “stampa male informata”. Si dichiara,
seduta stante, pure lui “convinto della piena sovranità della Repubblica,
necessaria a giustificare l’istituzione
” della legazione. L’incontro termina
con l’impegno dichiarato di ambo le parti di adoprarsi presso i rispettivi
governi perché il progetto vada avanti.

San Marino, pur di arrivare ad istituire quei rapporti
diplomatici, si accontenterebbe dell’accreditamento di un rappresentante
diplomatico al grado minimo: “Incaricato d’Affari”. Don Angeli no. Gli sembra
poco dignitoso, per la Repubblica, un Incaricato d’Affari. Mons. Borgongini –
per farsi perdonare la gaffe del primo incontro? – lo asseconda. Il diplomatico
di cui si va a trattare l’accreditamento sarà: “Inviato Straordinario e Ministro
Plenipotenziario”.

Le pratiche presso i due governi procedono celermente. E, a
quanto pare, in segreto. Anche a San Marino. Il 5 dicembre Gozi  torna Roma.
Franciosi che, pur avversario del fascismo, in genere  è molto informato su
quanto avviene a Palazzo, questa volta è spiazzato. Riesce a sapere solo  che il
Segretario di Stato è partito “con un sacchetto di ciondoli e di croci”.
Ipotizza che andrà a  distribuirne “a quanti più Porporati e Cardinali sarà
per incontrare nei corridoi del Vaticano
“. Si spinge a malignare  che quel
viaggio (come altri) serva al Gozi soprattutto per fare “gli interessi suoi
racimolando quattrini per mediazioni a destra e a manca
” e anche
divertendosi a più non posso con le Veneri vaganti … dell’Urbe“.

 

Un incontro ufficiale o amicale?

Gozi anche questa volta va a Roma con Manzoni. Il 7 dicembre
i due sono a Palazzo Ghigi:  ‘comunicano’ “personalmente a S.E. Dino Grandi
Sottosegretario degli Esteri, che il Governo di San Marino va ad istituire una
Legazione a Roma presso il Vaticano
“.

Dino Grandi – come Italo Balbo – è un affezionato sostenitore
della Repubblica. Ed anche un amico personale e di Gozi e di Manzoni. 
Interpreta quell’incontro come una visita di cortesia. Una occasione, come
succede fra amici che si ritrovano dopo qualche tempo, anche  per   lasciarsi 
andare  a qualche confidenza.

Per Gozi e Manzoni invece  quello del 7 dicembre a Palazzo
Ghigi con Grandi è  un incontro  ufficiale   fra i responsabili della politica
estera dei due Stati, durante il quale, da parte sammarinese,   “il
divisamento di istituire la Legazione presso il Vaticano è stato comunicato con
nota ufficiale verbale al Regio Ministero degli Esteri
”. Non già  per
obbligo,  ma  “semplicemente per atto di delicatezza“. Reazioni? “La
notizia non ha incontrato alcun cenno di diverso desiderio
“.

Gozi e Manzoni  non avendo riscontrato “cenno di diverso
desiderio
” da parte dell’Italia, procedono. Il 9 dicembre incontrano  il
conte Manassei per mettere a punto  i termini dell’incarico che la Repubblica
andrà a conferirgli. Il conte  provvederà personalmente a tutte le spese della
legazione. Insomma nessun costo per la Repubblica. Nemmeno per i ricevimenti che
dovranno essere frequenti e di alto livello, per accrescere la visibilità della
Repubblica in ambito internazionale.

Gozi e Manzoni, appena rientrati a San Marino, il 17
dicembre, stendono una relazione per i Reggenti, da portare in Consiglio: “il
gradimento da parte della Santa Sede costituirà un rinnovato atto di
riconoscimento del sacrosanto diritto di San Marino ad essere libero ab utroque
homine
“.

Ma il Consiglio, cui spetta decidere in materia,  non si
riunisce subito. Qualche ripensamento? Don Angeli preme. Egli è  passato, nel
frattempo,  dalla Congregazione dei Sacramenti  alla “Segreteria di Stato di Sua
Santità, Sezione I, Affari Straordinari”.  Evidentemente questo ‘Affare
straordinario’ relativo al suo paese gli sta particolarmente a cuore.

Il Consiglio si riunisce il 23 gennaio 1926. Tutti i
consiglieri presenti votano a favore. Si è tardato a riunire il Consiglio
proprio per ricercare l’unanimità dei consensi attorno alla iniziativa?  Manlio
Gozi, fratello di Giuliano, attribuisce tutto il  merito di questo successo di
politica estera al “Fascismo, vero e deciso valorizzatore della religione dei
padri
“.

Con un telegramma Giuliano Gozi, lo stesso 23 gennaio informa
dell’esito della votazione, Don Angeli, il quale,  il 24, con un telegramma, 
dopo aver sollecitato l’invio della comunicazione ufficiale,  avverte: “non
pubblicate nomina Ministro prima aver ottenuto gradimento
“.

Già entro febbraio  vengono espletati gli adempimenti formali
necessari. Ed acqua in bocca e da parte sammarinese e da parte vaticana.

La notizia della istituzione dei rapporti diplomatici fra San
Marino e Vaticano comincia a circolare apertamente – prima si era avvertito solo
qualche vago accenno – solo dopo la comparsa su “Il Corriere della Sera” del 26
marzo 1926. E’ riportata sotto  una corrispondenza intitolata:  “Roma, 25
marzo, notte
”. Il  giornalista  non riesce a nascondere  la sua sorpresa.
Tenta, per minimizzare,   di buttarla sul religioso. Poi, alla fine, lascia
affiorare la sua irritazione: “Altre ragioni potrebbero eventualmente aver
consigliato tale istituzione, ragioni cui non è il caso pel momento di
accennare
”. Giuliano Gozi si mette subito in moto per capire se tale
conclusione, così poco rassicurante, è una iniziativa personale del giornalista
o è stata ispirata dall’alto. Si serve ancora di Don Angeli il quale pare essere
addentro non solo agli ambienti vaticani. Don Angeli rassicura:  nessun
problema.

Notevole è la risonanza che la notizia dell’istituzione della
legazione della Repubblica di San Marino presso la Santa Sede ha in Italia e
oltralpe. Diverse le interpretazioni. Molte di meraviglia e di sorpresa. La
sorpresa maggiore, in campo internazionale. L’Italia, con l’avvento del
fascismo, ancor più che in passato, era andata progressivamente arrogandosi  la
rappresentanza di tutte le zone sotto la sua “influenza”. Come ha potuto 
una di queste,  situata  addirittura all’interno della penisola e considerata
addirittura un protettorato, come ha potuto arrivare ad istituire dei nuovi 
rapporti diplomatici, rapporti che da sempre sono una manifesta espressione di
piena indipendenza?  

Qualche giornale francese ipotizza che la iniziativa sia
partita dallo stesso governo italiano il quale, non avendo rapporti diplomatici
con la Santa Sede, avrebbe favorito la creazione della legazione di San Marino
per poi servirsene sulla falsariga di quanto fece la Francia durante la Grande
Guerra con il Principato di Monaco.

Probabilmente la riuscita dell’operazione la si deve al
pronto tempismo dei governanti sammarinesi i quali, colta la volontà dell’Italia
di normalizzare il rapporto col Vaticano, la mettono – d’accordo col Vaticano?
-, per così dire, alla prova. Se l’Italia avesse impedito l’istituzione di
quella legazione il processo di avvicinamento fra le due sponde del Tevere
avrebbe potuto subire una battuta d’arresto?

 

Cessazione dello stato di massimo allarme

Per la Repubblica di San Marino – salvatasi fortunosamente
dal Risorgimento italiano grazie a Napoleone III, Imperatore dei Francesi – la
istituzione della legazione presso la Santa Sede nel 1926 è una tappa
importantissima nel cammino verso il riconoscimento della sua sovranità.

Il Vaticano è il secondo Stato ad accettare di istituire dei 
rapporti diplomatici con la Repubblica di San Marino. Primo in assoluto la
Francia che, grazie a Napoleone III, già nel 1854 accreditò un “Incaricato
d’Affari” sammarinese (contro le proteste dello Stato della Chiesa di cui la
Repubblica allora era enclave).

Dopo l’Unità d’Italia, la Repubblica aveva al più  aperto dei
consolati. C’era un console anche a Roma presso il governo italiano. Con nessuno
Stato aveva potuto istituire dei rapporti diplomatici, cioè far accreditare un
rappresentante da Incaricato d’Affari in su. Solo  l’Italia avrebbe potuto 
aprire la strada dei rapporti diplomatici alla Repubblica, essendo la Repubblica
una sua enclave. Perciò la istituzione della legazione presso il  papa, nel
1926,  giustamente sorprende perché non preceduta da quella presso il Re
d’Italia.

‘Il Popolo Sammarinese’ afferma che la legazione presso il
Vaticano, “dal punto di vista internazionale, costituisce di per sé una
valorizzazione
” della Repubblica. E ribadisce e diffonde il giudizio
espresso dai  Reggenti   in Consiglio:   è “un atto di riconoscimento del
sacrosanto diritto
” che il Titano ha “a essere libero ab utroque
homine
”.

La sopravvivenza della Repubblica di San Marino era stata
effettivamente messa in discussione dal nazionalismo fascista, il quale, fin dal
suo sorgere, si era proposto di dare compimento al processo politico di
unificazione della nazione italiana, lasciata incompleta dal Risorgimento. Ci fu
un anno, il 1921, in cui sul Titano si temette veramente un blitz da parte dello
squadrismo romagnolo. Mese cruciale, maggio. Già la Repubblica era accusata da
mesi di dare ospitalità ad elementi sovversivi provenienti da varie zone
d’Italia macchiatisi, si diceva, di reati comuni, quando l’11 avvenne un fatto
di sangue che avrebbe potuto far tracimare il vaso: in un mortale attentato, sul
confine verso Serravalle, fu ridotto in fin di vita  un simpatizzante del
fascismo, il riminese  Carlo Bosi, di ritorno da una escursione
turistico-propagandistica sul Titano. Dopo pochi giorni Bosi morì. A Rimini i
funerali furono grandiosi. A distanza di una settimana o poco più, altro fatto
di sangue: fu assassinato a Rimini un invalido di guerra, Luigi Platania. Una
uccisione  subito enfatizzata dal fascismo come emblematica a livello nazionale.
Di entrambi i delitti vennero accusati uomini di sinistra ‘ospiti’ del Titano.

 

Nel 1921, chiamata dei carabinieri

Il governo sammarinese giudicò incombente, nella seconda metà
di  maggio del 1921, il pericolo di spedizioni squadristiche dalla Romagna. E
ricorse a un rimedio, politicamente estremo: chiese al governo italiano un
distaccamento di carabinieri. Dalla legione di Ancona (anziché da quella di
Bologna visto che il pericolo veniva dalla Romagna). Quei carabinieri, una
ventina, si distribuirono su tutto il territorio della Repubblica. Come in una
occupazione. Inoltre facevano  pensare ad una occupazione vera e propria: la
divisa rimasta in tutto e per tutto quella italiana; il comando, in mano a un
graduato italiano; l’avvicendamento dei militi, secondo la prassi in vigore
nelle località italiane.

C’era un’altra possibilità per salvare la Repubblica? Secondo
Franciosi non era necessario ricorrere a quei carabinieri che con la loro stessa
presenza pregiudicavano la sovranità della Repubblica.

Altra dura critica mossa da Franciosi ai dirigenti politici
sammarinesi fu la fondazione di un partito fascista sammarinese. Sarebbe stato
possibile salvare la Repubblica mantenendo dissimile il colore politico del
Titano da quello ormai imperante all’intorno? Nella zona di Serravalle, ma anche
in altri castelli, c’era già chi, d’accordo con gli squadristi romagnoli,
fremeva, scalpitava e andava denunciando quel ritardo come non più tollerabile.
Insomma – a quanto appariva dal Titano – pareva solo che si aspettasse il via
libera dai gerarchi italiani per un intervento che ponesse fine alla anomalia
sammarinese, così come era avvenuto in tanti luoghi anche del circondario,
mostratisi restii ad adeguarsi al nuovo corso politico. Nel caso che la
fascistizzazione del paese fosse avvenuta sotto l’egida di tali personaggi,
oltre che a realizzarsi attraverso un atto di forza e, forse, di violenza, si
sarebbe certamente caricata di qualche connotazione rivoluzionaria per la
Repubblica. Una Repubblica ancora dalle antiche istituzioni, che ancora faticava
a recepire la innovazione introdotta con l’Arengo del 1906.

I dirigenti politici del Titano, provenienti in massima parte
dalle file dei popolari e dei democratici – i socialisti si erano autoesclusi
dal Consiglio – ruppero gli indugi e neutralizzarono ogni proposito
‘rivoluzionario’, mettendosi essi stessi alla guida della fascistizzazione del
paese. E ci riuscirono sia pure a fatica e dopo mesi e mesi di duri contrasti.
Così che, in pratica, San Marino divenne fascista senza cambiamenti sostanziali.
Anzi, le istituzioni, per certi aspetti, subirono una involuzione. Il fascismo
finirà addirittura per vantarsi “di avere restituita al popolo sammarinese la
sua originaria unità, la operosa, pacifica, serena unità infranta nel 1906
”.

Il 1° ottobre del 1922 si ha una reggenza a mezzo fra
popolare e fascista. Il 1° aprile 1923 entra in carica la prima reggenza
fascista vera e propria. Il discorso di ingresso è tenuto dall’On.le Bottai, il
quale, portando il saluto di Mussolini, rilascia una qualche assicurazione circa
il rispetto della sovranità dell’antica Repubblica e, soprattutto, legittima il
fascismo sammarinese così come era andato costituendosi.

 

Fascistizzazione o mimetismo?

Il fascismo sammarinese ha fin dall’origine due anime.
Franciosi parla di ‘paesani’ e di ‘agrari’. Gli ‘agrari’, più legati allo
squadrismo romagnolo, saranno sempre in minoranza. Ma una minoranza rumorosa e
assillante, che non smetterà mai di denunciare  sino al sarcasmo il sistema di
governo della fazione dominante, quella dei ‘paesani’, additata come una
caricatura del fascismo vero. Eppure i ‘paesani’ riusciranno sempre a cavarsela,
adoperando abilmente proprio le carte consuete della retorica fascista, in un
gioco che, al contempo, andrà creando  difficoltà agli ‘agrari’ e benefici al
paese. Emblematica è la esaltazione dell’amor patrio, cardine dell’ideologia
fascista. I ‘paesani’ possono permettersi di accusare  gli ‘agrari’ di non
essere veri fascisti, in quanto richiamandosi essi troppo al fascismo italiano,
finivano  per tradire il primo comandamento del vero fascista: appunto l’amore,
incondizionato e messo in cima a tutto, per la patria. Già, quale patria?

‘Propria patria’ per un fascista sammarinese vuol dire San
Marino, dicono i ‘paesani’. Ma l’esaltazione di San Marino non finirà per
provocare la suscettibilità del  nazionalismo italiano? I ‘paesani’ non 
presentano l’amore per San Marino in contrasto, in alternativa a quello per
l’Italia (che sarebbe stato impossibile, nelle circostanze, far mancare),   pur
non perdendo occasione per incrementare con ogni mezzo la distinzione fra San
Marino e Italia.  Tale distinzione non viene fatta derivare dalla assenza di un
qualche  elemento caratterizzante l’italianità, ma, al contrario, dalla
singolare presenza sul Titano della italianità  con tutti i suoi elementi
migliori ed al più alto grado. Il Titano è terra non solo italiana:
italianissima. Proprio perché terra italianissima, gli italiani, se veri
italiani, cioè veri fascisti,  tutti devono avere a cuore la conservazione di
San Marino,  modello, realizzato, di italianità.

In conclusione i ‘paesani, riprendendo ad esaltare come mai
prima  la italianità di San Marino  mettono in difficoltà gli ‘agrari’ e, al
contempo, difendono la Repubblica contro quegli ambienti italiani, fascisti o
meno, che fautori della Grande Italia, mal tolleravano la persistenza, proprio
nel cuore della nazione italiana, della anomalia politica costituita dalla
Repubblica di San Marino.

La strategia è portata avanti con varie iniziative. Ad
esempio celebrando, reinterpretate, le ricorrenze più solenni e significative
d’Italia, come il giorno della Vittoria nella Grande Guerra, il 4 novembre. Ma
davanti all’Ara dei Volontari, monumento eretto per ricordare i sammarinesi che
hanno partecipato a quella guerra. Ad esempio esaltando gli eroi d’Italia. Ma 
in primo luogo Garibaldi, il quale, il 31 luglio 1849, terminata l’avventura
della Repubblica Romana, nel viaggio di trasferimento da Roma verso Venezia,
pressato dagli austriaci, con un migliaio di armati, aveva trovato scampo
proprio a San Marino.

Emblematica la celebrazione  della ricorrenza garibaldina
del  31 luglio,  nell’anno 1924. Un migliaio di Camicie Nere della Emilia
Romagna e delle Marche entrano armate in Repubblica. Si incolonnano a Fiorentino
e marciano fino alla Porta del Paese. Come si può non essere d’accordo con
Franciosi quando  nel suo diario parla di “profanazione”?  Le Camicie
Nere, alla Porta del Paese, sfilano davanti ai Reggenti, affiancate da altissime
e prestigiose autorità italiane militari e civili, sotto la bandiera storica
della Legione garibaldina, ma anche sotto  quelle, attualissime,   del Regno
d’Italia e della Repubblica di San Marino.  Così che la circostanza permette di
urlare ai quattro venti che  quello italiano e quello sammarinese  sono “gli
unici due vessilli
” aventi “diritto di sventolare in terra italica“.
Insomma  la revocazione storica è stata  una occasione per far conoscere la
Repubblica proprio agli elementi  più esagitati   e pericolosi delle regioni
limitrofe, e spuntarne, così,  l’animosità, facendoli recitare come comparse in
una rappresentazione che servisse ad esorcizzare proprio quella ‘invasione’ che
da anni si andava temendo. 

 

La sovranità difesa col diritto

La strategia di un Titano  terra italianissima, non esclude
però altre forme di difesa, più dirette. Ad esempio la supposizione che la
Repubblica di San Marino fosse un protettorato dell’Italia, diffusa anche
oltralpe, va contrastata prontamente ed  adeguatamente anche oltralpe.
Nell’aprile del 1923, esce a Ginevra, a cura del prof. Antonio Sottile docente
presso la università di quella città il libretto: “L’Organisation Politique
et Juridique de la République de St-Marin et sa situation intenationale
”.
Una abilissima dissertazione a favore della sovranità di San Marino.  “Nous
soutenons, sans crainte d’être contradits, qu’en droit et en fait la République
de Saint-Marin, loin d’être un Etat  protégé ou mi-souverain est un Etat
absolument indépendant, en possession de sa pleine souveraineté intérieure et
extérieure, jouissant de tous les droits internationaux dans une égalité
parfaite avec tous les Etats de la Comunitas Gentium
”.

Il 6 agosto di quello stesso 1923 in una solenne cerimonia in
Consiglio, alla presenza di Italo Balbo, viene consegnata ufficialmente alla
Repubblica di San Marino la bandiera italiana che per un qualche tempo aveva
sventolato sul campanile di Arbe ed era stata ammainata a seguito degli accordi
internazionali di Rapallo (12 novembre 1920) che avevano costretto l’Italia a
ritirarsi dall’isola. I sammarinesi, durante la cerimonia assunsero formale
impegno di conservarla e di restituirla agli italiani di Arbe quando l’isola di
nuovo sarebbe ritornata italiana.

Nell’ottobre dello stesso 1923 il governo sammarinese ritiene
che sia arrivato il momento di por mano alla questione dei carabinieri, che
continuano a perlustrare case e luoghi di ritrovo,  a fermare persone, a
riferire ai superiori, ad  avvicendarsi come se fossero su suolo italiano. Si 
comincia col chiedere una modifica alla divisa. Il Ministero della Guerra
risponde no. I governanti sammarinesi  tornano  subito alla carica. Nel gennaio
del 1924 riescono a sammarinizzare  la denominazione: “Corpo dei Carabinieri
della Repubblica di San Marino”. Poi ritornano ancora alla carica. Non
ottengono, come richiesto, lo stemma sul cappello e nemmeno, come richiesto, il
cambio del colore per le strisce dei pantaloni, ma qualcosa sulla giacca sì: sul
colletto e sulle manopole d’ora in avanti ci sarà un nastrino bianco-azzurro.

I carabinieri, ancora italiani, ma col nome sammarinizzato e
con la divisa con quel minuscolo  nastrino bianco-azzurro, sfilano davanti alle
autorità sammarinesi il 5 febbraio 1924. Il 5 febbraio, festa di Sant’Agata, è
l’anniversario della liberazione dall’occupazione alberoniana!

 

La ricerca di nuovi rapporti diplomatici

I governanti sammarinesi per dare visibilità internazionale 
al loro Stato sfruttano ogni occasione per tentare di inserirsi in organismi
internazionali. Ma con enorme fatica. Ed è pure difficile istituire nuovi
rapporti diplomatici. Anche mantenere le posizioni già guadagnate è difficile.

Nel 1921 era morto  a Parigi il rappresentante diplomatico
sammarinese, l’Incaricato d’Affari Maurizio Bouquet. Dal Titano si sarebbe
voluto assegnare il posto nuovamente a un francese. Roma, attraverso il suo
ambasciatore a Parigi, preme per un italiano. Verrà nominato l’italiano Enrico
Garda. Altro esempio. Il 19 novembre 1924  San Marino presenta  agli Stati Uniti
d’America la richiesta di “istituire una propria Legazione a Washington”,
giustificandola con  l’elevato numero degli emigrati sammarinesi in quel paese,
ma anche con la volontà di “stringere maggiormente i vincoli di sincera
amicizia
” fra repubblica e repubblica. Già il 16 gennaio 1925 parte da
Washington la risposta: del tutto positiva e senza condizionamenti. Poi però
alcune lettere arrivano con un ritardo incomprensibile. Altro tempo viene perso
nella traduzione, fatta eseguire – solo  per prudenza? –  dal console americano
a Firenze. Infine non se ne fa nulla. E’ arrivato un alt da Roma?

Il dubbio non è infondato.

San Marino, nel 1909, aveva chiesto al Ministero degli Esteri
del Regno d’Italia di assumere la ‘protezione’ dei suoi emigrati “nei vari
Paesi
” in cui la Repubblica non aveva propri “Rappresentanti
Consolari
”. L’Italia non solo accettò, ma a poco a poco interpretò tale
richiesta come un mandato a rappresentare sempre e comunque i  sammarinesi
all’estero. Nel 1924 ormai si comportava come se avesse ricevuto un mandato
pieno di rappresentanza della Repubblica presso gli altri Stati. Nell’aprile del
1925, cioè quando la trattativa con gli Stati Uniti si sta avviando  al
perfezionamento, Roma avanza la richiesta di essere preventivamente informata
qualora la Repubblica di San Marino  intendesse istituire nuovi rapporti
diplomatici con  qualche Stato, col pretesto della necessità di dover avvertire
in anticipo i propri rappresentanti presso quello Stato nonché il governo di
quello Stato.

San Marino, per non accettare tale imposizione, rinunciò alla
istituzione di una legazione a Washington, praticamente già concessa da quel 
governo? 

 

Da Giordano Bruno a San Francesco

Il 1925 è Anno Santo. Preannunciato da Pio XI già il 23
dicembre 1922. E’ dal 1825 che l’Anno Santo non viene più celebrato a Roma con
la solennità che nei secoli precedenti  aveva contrassegnato tale evento. Pio
IX,  a causa dei pessimi rapporti fra la Chiesa e lo Stato Italiano, non 
celebrò, nelle forme solite, né quello del 1850 né quello del 1875. Non si
ebbero, in quegli anni,  né aperture di porte sante né pellegrinaggi solenni.
Leone XIII, nel 1900,  provò a celebrare il Giubileo con qualche solennità.
Ufficialmente il governo italiano promise di assecondare lo svolgersi delle
cerimonie e di favorire l’arrivo di pellegrini. Però non riuscì a controllare
l’attivismo degli anticlericali. Per iniziativa della massoneria fu organizzato
il 20 settembre un antigiubileo con la visita “a quattro basiliche
laiche
”: il Pantheon, con la tomba di Vittorio Emanuele II; il Gianicolo, da
dove i garibaldini iniziarono la marcia sul Vaticano; Porta Pia, da cui
entrarono le truppe per la presa di Roma, il Campidoglio di Cola di Rienzo, dove
era sindaco Ernesto Nathan, gran maestro della massoneria.

Pio XI, nel 1925, rompe l’autoimprigionamento nei palazzi
vaticani e – non avveniva più dal 1846 –  riprende a impartire la benedizione
Urbi et Orbi dalla loggia esterna di San Pietro. I
Savoia sospendono   tutte le feste a corte e tutte le manifestazioni di lusso e
di sfarzo, subito seguiti, nell’esempio, dall’aristocrazia romana, dal corpo
diplomatico  e dal  comune di Roma. Sospeso pure il carnevale! Nel Colosseo è 
nuovamente innalzata la grande croce tolta di lì nel 1871.

Il 25 dicembre 1925, Pio XI estese alle diocesi i benefici
del Giubileo per l’anno 1926. Ed in coincidenza con tale  estensione, diede
l’avvio  alle festività per il VII centenario della morte di San Francesco
d’Assisi. In Italia viene costituito un comitato nazionale allo scopo, fra
l’altro, di erigere al Santo un monumento a Roma. A riparazione di quello di
Giordano Bruno e  di quello di Garibaldi?

San Marino, terra italianissima, può restare indifferente
davanti ad una iniziativa  volta a celebrare ‘Il più Santo degli italiani, il
più italiano dei Santi
’? Partecipa come tutte le località  italiane. Pur
distinguendosi. I sammarinesi  danno vita a  un proprio comitato nazionale per
erigere un  monumento a San Francesco  nella loro  capitale.

 

1926: Anno Giubilare

Il vescovo del Montefeltro, Raffaele Santi,  già nella
comunicazione con cui avverte i fedeli della sua diocesi dell’estensione del
Giubileo a livello diocesano nell’anno 1926, ricorda che San Francesco, durante
un suo viaggio, aveva sostato e aveva predicato in San Leo, allora ‘capitale’
della diocesi. Così che le manifestazioni e le celebrazioni per l’Anno Santo e
per il VII centenario francescano finiscono, nella diocesi feretrana, per
compenetrarsi, per fondersi. Le “visite per l’acquisto del sacro
Giubileo
” in diocesi, le solenne celebrazioni per il VII centenario
francescano nonché le festività di San Leone, protettore di San Leo e della
diocesi del Montefeltro, hanno luogo  a San Leo dal 2 all’8 agosto.

Sul Titano? Si celebra il Giubileo diocesano, si celebra il
VII Centenario francescano, ma dal 31 agosto al 5 settembre: attorno alla festa
del Santo Patrono.  Anche il vescovo feretrano accondiscende. Sul bollettino
diocesano  (“Il Montefeltro”) si parla del 1926  come di “Anno Giubilare
della Fondazione della Repubblica
”. ‘Il Popolo Sammarinese’ precisa che
trattasi del  “Primo Giubileo del XVIII secolo dalla fondazione della
Repubblica
“, fissata, come è noto,  al 3 settembre del 301.

Ad officiare per la solennità del 3 settembre del 1926,
congiuntamente al vescovo del Montefeltro e al vescovo di Rimini, sale sul
Titano il card. Michele Lega, prefetto di quella  Congregazione dei Sacramenti,
presso la quale aveva prestato servizio, prima della promozione alla Segreteria
di Stato,  Don Angeli, il coautore, con  Giuliano Gozi, della istituzione della
legazione sammarinese presso il Vaticano.

La istituzione della legazione della Repubblica presso il
Vaticano, perfezionata nella primavera dello stesso 1926,   non  è stata oggetto
di particolari manifestazioni sul Titano.  E quando se ne parla, l’accento viene
posto sui  vantaggi che derivano alla comunità sammarinese in campo religioso.
Primo compito assegnato al neodiplomatico conte Manassei:  ottenere dal papa
l’elevazione della  chiesa principale del paese da Pieve a Basilica Minore.  Il
che ovviamente è  ottenuto subito. Il breve papale porta la data  21 luglio
1926. Dalla Romagna, brulicante di turisti, il 28 luglio si è sentito alle ore
16,30  tutte le campane della Repubblica di San Marino suonare a festa  per
annunciare l’arrivo del documento papale.

Qualche giorno dopo quello scampanio,  Arnaldo Mussolini,
fratello di Benito, in vacanza sulla costa romagnola, fa una escursione sul
monte Titano, con la famiglia. Lo imita il 17  agosto, il fratello Benito 
che,   con la famiglia, prende alloggio nell’Albergo Titano. L’arrivo di
Mussolini,  pur in forma privata, mette in fibrillazione i dirigenti politici, 
la gente, i turisti. Alcuni turisti si mettono  a inneggiare: “Viva
Mussolini, viva l’Italia
“. Mussolini corregge: “Viva la Repubblica“.
E,  a Palazzo, sull’album degli ospiti illustri  scrive: “Gloria imperitura e
prosperità alla vecchia Repubblica
“. Proprio con questa frase viene fatta
terminare una antologia di scritti su argomenti sammarinesi confezionata, in
quello stesso anno,  per gli studenti delle scuole secondarie sammarinesi. Vi si
trova, fra l’altro, la consueta tesi della “Italianità di San Marino” che
la visita del Primo Ministro del Re d’Italia  pare avere consolidato. Egli è 
venuto “in una Terra, su cui, è vero, non sventola il tricolore, ma dove il
bianco-azzurro è la bandiera che con quello è l’unica che abbia diritto di
vivere al sole d’Italia
, perché fu il primo vessillo italiano issato sulla
penisola, dinanzi al quale tutti i tiranni dovettero inchinarsi o ritrarsi
confusi
”.

 

 

Le ossa del Santo Fondatore

Mussolini non dimentica di visitare la Basilica. E qui si
ferma  “in atto di preghiera davanti all’altare con le ossa del S.
Fondatore
“.

Sulle “ossa” del Santo c’è una lunga questione che
accompagna la storia del paese e la sua crescita verso il riconoscimento della
sovranità. Nella seconda metà del Cinquecento, quando a seguito del Concilio di
Trento, la venerazione per i Santi venne normalizzata, essa fu anche favorita
con l’incentivazione della ricognizione delle loro reliquie. Sul Titano la
ricognizione ebbe luogo: nel 1586. La eseguì –  con la collaborazione
dell’arciprete della Pieve, Marino Bonetti –  il  vescovo feretrano Gian
Francesco Sormani,  milanese, già collaboratore ed amico del cardinale Carlo
Borromeo, arcivescovo di  Milano.   A indurre i sammarinesi al grande passo
furono  anche   notizie di ricognizioni di reliquie di santi di nome Marino a
Milano e a Pavia? 

Milano e Pavia da allora più o meno apertamente di quando in
quando ripropongono la questione delle autenticità delle reliquie conservate sul
Titano. Ed i sammarinesi, ogni volta, fanno quadrato.

Nel 1661 due giuristi sammarinesi, Alessandro Belluzzi e
Giovanni Francesco Manenti, compilano per i Bollandisti (un gruppo di gesuiti di
Anversa specializzati in storie di santi), una nuova versione della Vita del
Santo accompagnandola con una serie di documenti relativi al culto  confezionata
dal vicario del vescovo feretrano (“accesso giuridico”) nel 1628. Fra questi
documenti, inseriscono la  testimonianza dell’arciprete Bonetti relativa alla
ricognizione cui aveva partecipato, resa e sottoscritta da questi  nel 1596. La
pubblicazione  dei Bollandisti però  per varie vicissitudini subì un ritardo
enorme, per cui quando nei primi decenni del Settecento da Pavia si cominciò a
contestare ai sammarinesi l’autenticità delle reliquie conservate sul Titano, i
sammarinesi  chiesero al vescovo feretrano  Pietro Valerio Martorelli di
procedere ad una nuova ricognizione (1713), confezionarono subito una nuova Vita
(autore il sacerdote Giuseppe Moracci) e, nel 1717,    fecero pubblicare su un
libro di grandissima diffusione, Italia sacra, stampato a Venezia, la
testimonianza del Bonetti. Poco dopo altra Vita confezionata dall’erudito
feretrano Luc’Antonio Gentili, seguita, nel 1729, da una lunghissima e puntuale
dissertazione dello stesso contro Pavia. Ma la questione non finì. Ad esempio
nel 1882 uscì a Pavia un  libriccino sull’autenticità delle reliquie, però  dal
tono moderato e conciliante. Da San Marino si rispose “in occasione del
XVI centenario dalla fondazione della Repubblica”, il 3 settembre 1901, 
ripubblicando la Vita scritta da Gentili, ma anche un apposito scritto, senza
però nominare l’autore del libro di Pavia. Risponde direttamente a Pavia, sulla
fine  del   1926, Onofrio Fattori: “Su l’«Autenticità delle Ossa» del
Santo Fondatore della «Libertas Perpetua» venerate nella Basilica
della Repubblica di San Marino
”.

Lo scampanio del 28 luglio fu
molto festoso  perché,  col pretesto dell’arrivo del breve sull’elevazione della
Pieve a Basilica,  fornì  l’occasione per  ringraziare pubblicamente il papa
della  istituzione della legazione.  Ma anche perché, firmando quel breve,  Pio
XI ha pure certificato l’autenticità delle reliquie del Santo, conservate nella
chiesa in questione.  “Inter plures itemque insignes reliquias, quibus sacra
ipsa aedes curialis nobilitatur, tum incolae, tum advenae atque peregre
confluentes fideles singulari pietate ac fiducia Sacrum Corpus recolunt ibi
religiose asservatum Divi Marini Fundatoris et Patroni Reipublicae ab eius
nomine noncupatae
”.    Chi oserà più  muovere contestazioni ai
sammarinesi per le reliquie del loro Santo?
Il testo del breve già in settembre viene tradotto e divulgato attraverso
un libretto curato dai  massimi esponenti del clero sammarinese e dai massari
del Santo: “un tributo doveroso di riconoscenza verso il SS. Signor Nostro
Papa Pio XI che volle con sovrana liberalità elevata a tanto grado la nostra
bella Chiesa, dove si venerano le insigni reliquie del nostro grande Fondatore,
nell’atto stesso che si benignava accordare alla nostra Repubblica l’onore d’un
Ministro Plenipotenziario accreditato verso la Sua Augusta Persona; e sia
insieme omaggio di propiziazione al Santo Patrono Marino, il quale preghiamo
protegga sempre Popolo e Reggenti di questa piccola Terra da Lui visibilmente 
amata e benedetta
”.

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