San Marino. Da ‘Il parlante’: sempre connessi, sempre al lavoro anche nel ‘tempo libero’

Il libro è in vendita al prezzo di euro 15, con invio a domicilio.  Per modalità e  condizioni clicca: UNILIBRO (disponibile anche in lingua inglese).

SAN MARINO. Nell’attuale società non c’è più una separazione netta fra lavoro e non lavoro. Lo mette  ben in evidenza oggi  Rosalba Corbutti di Il Resto del Carlino: Fine lavoro mai: la tribù iperconnessa / Anche sotto l’ombrellone smartphone e computer ci obbligano a restare in attività.  Di fatto siamo reperibili sempre. E, soprattutto, connessi. Anzi, iperconnessi. Ma se il vantaggio è essere sempre in contatto con tutto e tutti, c’è l’effetto collaterale: non si stacca mai. Neppure in vacanza, quando la raffica di mail, whatsapp e sms ci rende difficile anche leggere un libro sotto l’ombrellone. Lo confermano psicologi, sociologi e ricerche: l’era dell’accesso teorizzata da Jermey Rifkin non ci farà sentire emarginati dal divario digitale, ma di sicuro ci ‘obbliga’ a lavorare sempre. E comunque. Non c’è  bisogno di essere un capo di Stato o un amministratore delegato: in spiaggia, come in montagna, è difficile trovare qualcuno che riesca a staccare il cellulare.(…)

Come si è arrivati a  questa situazione? Il tema è trattato nel libro: “Il parlante. Il linguaggio dalla comparsa al web Motore del successo degli umani“, di Marino Cecchetti (ISBN: 1220024228) in vendita nelle librerie di San Marino, € 15 (per informazioni: ilparlante@liberta.sm). Ecco un estratto dal “Cap.17- ‘Societas’ senza tempio“, paragrafo “Star bene” 

‘Star bene’ in antico voleva dire che non si aveva bisogno di lavorare per vivere. Vivere agiatamente, s’intende. La poca quantità di tempo che la persona era costretta a spendere nel lavoro, era, insomma, considerata il vero indice di benessere. Una volta solo pochissimi potevano vivere senza lavorare, o quasi. Mentre erano tantissimi quelli che dovevano lavorare da mane a sera per sopravvivere. E non sempre ci riuscivano, a sopravvivere.
Lavoro, nella società, è sinonimo di produzione di beni e di servizi. Se tale produzione è ‘efficientizzata’ con la tecnoscienza, ne deriva un beneficio per tutti.
Henry Ford, in piena industrializzazione, aveva individuato una condizione di equilibrio con la suddivisione delle 24 ore del giorno in: 8 di lavoro, 8 di tempo libero, 8 di riposo. Quelle 8 ore – otto ore soltanto – di lavoro per molti sarà un sogno, anche se la catena di montaggio ti spremeva come un limone. Chi non ricorda Charlie Chaplin in Tempi Moderni?
Nella seconda parte del Novecento, con l’arrivo dell’elettronica e poi dell’informatica, le macchine producono molto di più che ai tempi di Ford. Nel 1956 Richard Nixon, lanciato verso la vice presidenza degli Stati Uniti, fece intravedere – promise? – una settimana lavorativa di quattro giorni. Una decina di anni dopo una sottocommissione del Senato statunitense diede spazio alla testimonianza di un esperto che andava sostenendo che nel 2000 si sarebbe lavorato solo 14 ore a settimana, contro le 40 del modello standard di quegli anni.
Non è andata così. Nemmeno negli avanzatissimi Stati Uniti d’America è andata così. Anzi. I ritmi di lavoro di Tempi Moderni hanno sbordato dagli stabilimenti industriali e, con diverse modalità, hanno finito per contagiare ormai ogni tipologia di lavoro. In tanti settori si lavora a ritmi ‘indiavolati’. E non si lavora – questo è il punto – complessivamente per meno tempo. Perché nell’era dell’informazione chi ha impegni di responsabilità è costretto, in qualche modo, a essere sempre connesso alla rete. E, quindi, praticamente, sempre al lavoro. In gergo: ‘h24’, cioè 24 ore su 24. Addirittura: ‘24/7’, cioè 24 ore su 24 per 7 giorni su 7.
La tecnoscienza, potenziata com’è stata dall’informatica, ci ha liberati anche da gran parte del lavoro mentale di fare calcoli, ma non dal lavoro tout court. Non ci sta dando più tempo libero. O, comunque, il tempo libero è molto meno del previsto. Lo ‘star bene’ non si è esteso nonostante che alla catena di montaggio di Ford al posto di Chaplin ora ci sia un robot.
Nella società dell’informazione spesso non c’è un confine netto fra lavoro e non lavoro. Sono sempre meno le attività regolate, come un tempo negli opifici, dal suono della sirena. Nella società dell’informazione si trattano ‘manufatti’ immateriali che escono da catene di montaggio dislocate nella mente. 

 ***

Dalla ‘quarta di copertina’ 

Con un approccio divulgativo si rilegge il percorso della civiltà, scegliendo di mettere in particolare rilievo alcune tappe:
– l’alfabeto e lo zero; 
– la separazione fra divinità e natura; 
– la tecnica che dalla ruota dentata dell’orologio medioevale ci ha portati su su fino alla Luna; 
– la logica, gemmata dal sillogismo aristotelico: sta alla base dell’utensile ‘amico computer’.

In quanto parlante l’uomo resta al centro del creato, anche se non più fisicamente come si riteneva prima di Copernico. 
In prospettiva c’è il ‘robot sapiens’, obiettivo dei recenti progetti sull’apprendimento automatico, ed anche dell’Alfabeto del Pensiero elaborato da Leibniz alla fine del Seicento. Lo potremmo considerare il Sacro Graal del nuovo millennio: lo schiavo perfetto al servizio del parlante, costruito dal parlante stesso.

 

Leggi  anche gli estratti:

La Cina diventa potenza planetaria

E’ in corso la più grande delle rivoluzioni

Lo schiavo perfetto

La matematica divinizzata

Dall’homo sapiens al robot sapiens

La matematica imbriglia l’infinito (Cantor)

 

 

 

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