Memoria a difesa. CONSIDERAZIONI GENERALI SUI DUE RINVII A GIUDIZIO

Memoria  a difesa  

presentata
da Marino Cecchetti il 9 agosto 2012

CONSIDERAZIONI GENERALI SUI DUE RINVII A GIUDIZIO

 

Premessa

Sig.
Commissario, spero di non aver infranto la prassi o qualche regola chiedendo di
svolgere, direttamente e personalmente, mie considerazioni sulle accuse per le
quali sono imputato.

 È
la prima volta che sono rinviato a giudizio. E con una accusa gravissima: ‘Nemico della Repubblica’.

Di
processi contro i nemici della Repubblica, se ne contano pochissimi nella
storia sammarinese.

Ed
hanno avuto, giustamente, una rinomanza elevata.

 Anche
questo non può essere ritenuto un processo del tutto ordinarissimo, considerati
lo status ed il numero delle persone che l’hanno avviato: dieci consiglieri.

 Sì,
oggi, contro di me, signor Commissario, qui, oggi, sono contro di me dieci
consiglieri della Repubblica di San Marino. Anzi undici dato che pure uno dei
loro legali, l’avv. Alberto Selva, è consigliere.

Quasi
una dozzina.

Quasi
un quinto dell’intero Consiglio Grande e Generale.

 

Eppure,
Signor Commissario, non sono qui perché implicato nel ‘pactum sceleris’ fra politica sammarinese e malavita organizzata
napoletana. Non sono stato chiamato in causa in qualche indagine tipo Staffa,
Decollo Money, Criminal Minds, eccetera. Non ho provocato un dissesto
finanziario tipo quelli di Banca del Titano, Credito Sammarinese, Banca
Commerciale, o quelli tipo Fingestus, Polis, Pradofin, Finproject.

 

Sono
qui, sig. Commissario, per quel che scrivo, anche su tali argomenti.

E
quel che scrivo, anche su tali argomenti, è quel che vado pensando come normale
cittadino.

Normale
cittadino di un Paese, che si vanta di accogliere i visitatori con la scritta
‘Benvenuti nell’antica terra della libertà’.

 

Secondo
un consigliere querelante il sig. Ivan Foschi, andrei propalando “tesi strampalate
sulla Repubblica, nella veste di improvvisato giornalista.

Secondo
il consigliere querelante avv. Gian Nicola Berti mi sto comportando da “nemico della Repubblica  tout
court. Insomma sarei persona o da internare o da espellere. Comunque da isolare
dalla comunità, perché indegno di farvi parte.

 

Sig.
Commissario, ho bisogno di tempo per difendermi da tali accuse.

Per
quanto tempo impieghi, sig. Commissario, questo tempo non sarà mai di certo
adeguatamente rapportato alla enormità dell’accusa che queste persone hanno
lanciato su di me e da cui devo e voglio difendermi, nel pieno rispetto delle
norme di questo Paese e delle indicazioni, che Lei, sig. Commissario vorrà
impartirmi.

 

Devo
dimostrarLe, oggi, sig. Commissario, che il mio comportamento in questa
comunità non è – non è mai stato – da corpo estraneo. Che quanto ho scritto
negli anni – in libri, saggi, articoli – ed ancora vado scrivendo, non è frutto
né di improvvisazione né di malanimo.

E
devo dimostrarLe, sig. Commissario – questa è la mia presunzione – che non c’è
nel Paese contro di me la ostilità che i politici, qui presenti, vorrebbero
farLe credere.

La
prova più certa ed oggettiva, è proprio il gradimento, nel Paese, del sito
libertas.sm, per il quale, oggi, sono finito qui, sotto processo.

 

Forse,
alla base di questo processo, c’è proprio la difficoltà del nostro piccolo –
piccolo come dimensione – mondo politico ad adattarsi ai nuovi sviluppi del
settore della informazione, di cui libertas.sm è un esempio.

In
pochi anni i politici sammarinesi, usi a trattare i problemi nel chiuso dei
loro ambienti – il parlamento sammarinese non fa verbali! – si sono trovati su
un palcoscenico senza sipario, come quello di libertas.sm, con tanti spettatori
davanti a loro sull’intero arco delle 24 ore. E ciascuno di questi spettatori
può crearsi un proprio privato personale percorso di fruizione delle
informazioni che lui stesso può organizzare liberamente, facendo a meno delle
intermediazioni, grazie, appunto, a come è costruito libertas.sm.

 

Si
tratta di una innovazione non ancora del tutto assimilata. Di qui, forse, la
reazione.

 

Tanti
uomini politici, qui, in un processo, credo che non si siano mai visti. Tanti,
tutti in una volta.

Eppure
è capitato di tutto in questo Paese in questi ultimi decenni. Senza, però, che
alcun fatto avesse qui, la risonanza di questo procedimento, almeno in termini
di partecipazione di politici.

 

Eppure
è capitato di tutto in questi ultimi decenni, protagonisti i politici.

Questo
Paese, famoso al mondo fin dalla metà del Quattrocento per il suo buon nome, è
finito, nel giro di qualche decennio, nella lista nera degli Stati, ad esempio,
per quanto riguarda la lotta alla corruzione.

Pecora
nera fra tutti gli Stati del Consiglio d’Europa.

E’
sceso a livello dell’Azerbaigian, in quanto ad affidabilità, presso il
Moneyval, ed a livello del Tobago presso l’Ocse.

 

E’
stato descritto come un Paese di tangentisti e pirati della finanza, un Paese
per furbi e vietato agli onesti, un centro di riciclaggio di danaro sporco, la
lavatrice della malavita organizzata italiana, un polo di traffici malavitosi, eccetera.

Oggi
i politici sono qui, in tanti, non perché in qualche modo responsabili di quel
che è avvenuto e avviene, in questo Paese, ma nella veste di accusatori verso
chi, cittadino di questo Paese, ha osato ed osa non tacere su quel che è
avvenuto ed avviene nel Paese, il suo Paese.

 

Gli
accusatori sono di ben 7 diversi partiti. Di maggioranza e di opposizione.

Contro
di me

1
– Alleanza Popolare: Mario Lazzaro Venturini, Presidente del Partito, ed  Assunta Meloni;

2-
Arengo e Libertà: Nadia Ottaviani e Denis Amici, cioè l’intera rappresentanza
consiliare;

3-
Unione Sammarinese dei Moderati: Angela Venturini, Coordinatore del Partito;

4-
Noi Sammarinesi:
Gian Nicola Berti
e Maria Luisa Berti, cioè l’intera rappresentanza consiliare;

5-
Nuovo Partito
Socialista: Massimo Cenci, Capogruppo consiliare;

6-
Partito Democratico Cristiano
Sammarinese: Marco Gatti, Segretario Politico;

7-
Sinistra Unita:
Ivan Foschi, Capogruppo consiliare.

 

Un
fronte decisamente ampio è oggi contro di me, sig. Commissario. L’establishment
del Paese.

 

Non
mi sono creato tanta ostilità, sig. Commissario, La prego di credermi,
bloccando questi dieci consiglieri per strada e, urlando il loro nome, li ho
accusati, uno ad uno, di chissà quali nefandezze per chissà quale motivo e per
chissà quale scopo.

 

Sono
qui, sig. Commissario, perché scrivo. E scrivo, questo è il punto, di cose
pubbliche con l’animo libero di chi vive in un paese libero, convinto, certo,
di vivere in un paese libero.

 

Scrivo
non solo di Banca del Titano o di trasparenza nei fatti economici, cioè le
materie di questo procedimento.

Scrivo
tanto e scrivo di tanti argomenti.

 

Però
– per quanto strampalato – l’assicuro, sig. Commissario, che non ho mai
accusato Ivan Foschi o Mario
Venturini o alcun altro querelante, di abigeato et similia,
come il sig. Foschi vorrebbe far credere.

 

Vado
intitolando, dal 2003, le raccolte dei miei articoli: “Quando non tacere è
un dovere
”.

 

Ho
cominciato a ritenere mio dovere, non tacere su cose di interesse pubblico,
ahimè, temporibus illis, ma con una certa frequenza, però, – una frequenza via
via crescente – dagli anni Novanta del Novecento.

Perché
questa accelerazione dagli anni Novanta?

 

Da quando scrivo di cose pubbliche

Sig.
Commissario, sono un appassionato di storia di San Marino, il mio Paese.

Un
Paese che, per difendere la libertà ha investito tutto – e con evidente,
provato, successo – sul buon nome. Fin dalla metà del Quattrocento.

 

Nel
secondo quarto del Novecento, del buon nome del Paese, nessuno, qui, fra i maggiorenti,
si è più preoccupato. Della straordinaria intellighenzia che ha assicurato al
Paese la sopravvivenza anche davanti ai pericoli della Grande Storia, si è
persa traccia dopo gli anni Settanta: Paese ormai sicuro perché riconosciuto in
ambito internazionale e
tanti soldi, a pioggia, per gli accordi con l’Italia: Iva, prodotti
petroliferi, eccetera.

Governare
a San Marino, diversamente da tutti i secoli precedenti, è diventato facile
dopo gli anni Settanta. Nella classe politica, diversamente dai secoli
precedenti, è prevalsa la
mediocrità. Sono state espulse, come non necessarie, le punte
di eccellenza.

 

È
cominciato, insomma, il degrado della politica.

 

Degrado
che ho cominciato a denunciare apertamente anche nei luoghi stessi della
politica ed in un confronto aperto col mondo attivo della politica.

 

L’ho
denunciato, ad esempio, il degrado della politica, nel 2002, nel Congresso del
Partito Democratico Cristiano Sammarinese, il maggior partito del Paese: “Si
sa che, da sempre e in tutti gli Stati, attorno ai poteri pubblici si aggira un
sottobosco politico-affaristico pronto a sfruttare ogni occasione di
tornaconto.

Ebbene
qui da noi, dopo gli anni Settanta, quel sottobosco ha trovato le condizioni
per crescere più che altrove e assai più che in passato. Si è sviluppato in
modo abnorme. Fino a determinare apertamente, sfacciatamente le scelte dei
politici. Basti pensare a cosa è divenuto lo sfruttamento della sovranità con
la cosiddetta industria delle fatture. Si è arrivati a modificare il codice
penale per proteggere dette attività non certo onorevoli.

 

Già
nel 2002, quindi, ed, in effetti, ancor prima andavo parlando, nei miei
interventi pubblici, andavo parlando di ‘sottobosco
politico-affaristico
’.

 

Vorrei
che ne prendesse nota l’avv. Alberto Selva, legale del querelante Mario
Venturini e di altri. L’avv. A. Selva nel Promemoria del 20 ottobre 2010
(documento a fascicolo), ha fortemente evidenziato al giudice inquirente che il
sottoscritto due giorni prima, il 18 ottobre, aveva riutilizzato, su
libertas.sm e su L’Informazione di San Marino, l’espressione ‘sottobosco politico-affaristico’, già
stigmatizzata come offensiva nell’articolo del 2 giugno 2010, che ha provocato
la querela.

L’espressione
sottobosco politico-affaristico
sig. Commissario, non l’ho inventata all’impronta il 2 giugno 2010 per
offendere Mario Lazzaro Venturini ed altri.

 

E
ne ho parlato non in una conventicola, e nemmeno in un circolo parrocchiale.

Ne
ho parlato nel Teatro di Dogana, il più grande della Repubblica, gremitissimo,
durante il Congresso del maggior Partito del Paese (prima delle fuoruscite dei
cespugli), a metà pomeriggio di un sabato, cioè in un’ora di massimo ascolto,
nei congressi.

Sono
intervenuto non come delegato – non sono iscritto alla Democrazia Cristiana dal
1974 – ma come voce della società. Mi è stata data la possibilità di esporre
lì, in quella sede, senza vincoli di sorta, in piena libertà, le mie personali
opinioni, fra l’altro note, perché diffuse attraverso articoli, saggi, libri.

Evidentemente
il mio apporto al dibattito è stato giudicato utile.

 

Sì,
perché, sig. Commissario, non sono proprio uno che vive fra le nuvole. Mi piace
camminare coi piedi per terra, mi muovo nel concreto.

I
miei interventi, anche nel mondo della politica, non sempre sono caduti nel
vuoto.

 

Esempio di un intervento andato a segno

A
ridosso delle festività natalizie del 1994, insomma pochi giorni prima di
Natale, fu presentato in Consiglio in prima lettura un progetto di legge che
dava facoltà alle banche sammarinesi non aventi scopo di lucro, Cassa di
Risparmio e Cassa Rurale di Depositi e Prestiti di Faetano, di trasformarsi in
società per azioni.

La
legge sarebbe stata presentata in seconda lettura già nella prima seduta del
Consiglio subito dopo le festività.

Un
scelta dei tempi chiaramente sospetta. Insomma una furbata, per far passare la
legge senza inciampi.

Con
detta legge i patrimoni dei due Enti – beni collettivi, messi assieme da
generazioni di sammarinesi soprattutto emigrati – sarebbero potuti finire in
gran parte nelle mani di privati, sammarinesi e non.

 

Ruppi
l’omertoso silenzio, astutamente creato attorno al progetto con il clima
natalizio, intervenendo sull’unico giornale allora esistente a San Marino, Il
Quotidiano, diretto da Angela Venturini, ora mia querelante.

Un
articolo lunghissimo. Un minisaggio, pubblicato in tre puntate fra il 6 e il 12
gennaio 1995.

Un
segretario di Stato dell’epoca cui avevo dato del fascista e peggio, non mi
denunciò, come hanno fatto Ivan Foschi, Mario Venturini e gli altri. Mi
telefonò seccato. Seccatissmo. Rispose e fece rispondere sui media del tempo.
Si aprì una discussione pubblica.

L’iter
della legge subì uno stop.

La
legge, radicalmente modificata nelle parti essenziali, sarà sì riportata in
Consiglio, in seconda lettura, ma solo verso la fine del 1995. E modificata in
modo tale, che gli autori del mefistofelico progetto, finirono per
disinteressarsene. Tanto che le trasformazioni bancarie previste da detta legge
ebbero luogo solo 5 anni dopo e precisamente nel 2000, quando già quei signori
avevano in tasca le autorizzazioni per aprire proprie banche, unitamente a
finanziarie, praticamente, in numero ad libitum (i soggetti finanziari da meno
di una decina arrivarono a 72 in meno di 10 anni).

 

Altro fatto: la depenalizzazione di reati fiscali e societari

Un
altro fatto, a metà anni Novanta, mi ha indotto a scrivere via via più spesso
di cose pubbliche: la depenalizzazione di reati fiscali e societari[9] come il falso in bilancio, l’evasione fiscale, la
falsa certificazione o la falsa fatturazione ai fini dell’evasione fiscale.

Depenalizzazioni
che si sono abbattute sul Paese, devastandolo come una valanga, come uno
tsunami.

Gli
effetti non sono stati ancora neutralizzati. Sì perché, ancora, dopo una
quindicina d’anni, ancora non si è trovato il tempo di rimodificare il codice
penale all’incontrario.

Depenalizzando,
negli anni Novanta, certi reati fiscali e societari, in pratica si è costretto
i magistrati sammarinesi a rigettare, in automatico, tantissime richieste di
collaborazione giudiziaria provenienti dall’Italia e da altri Paesi. Ad esempio
in materia fiscale.

A
San Marino sono cominciati ad arrivare malintenzionati da ogni dove, certi,
qui, di poterla fare franca dalla giustizia e di questo Paese e di tutti gli
altri Paesi.

Esempio,
la indagine Long Drink.

 

Governanti
compiacenti presero ad elevare i contrabbandieri a benefattori.

Romano
Prodi, quand’era Presidente dell’Unione Europea, consigliava ai suoi funzionari
di venire a San Marino in occasione del cambio dei Reggenti perché, qui,
avrebbero toccato con mano come nell’Europa Occidentale è sorta la democrazia.

Ebbene,
una decina di anni dopo questo Paese è stato praticamente espulso dall’Europa.
Tanto da finire in compagnia dell’Azerbaigian (Moneyval) e
del Tobago (Ocse).
Tanto da essere additato agli occhi del mondo come la pecora nera, fra tutti
gli Stati del Consiglio d’Europa, in quanto a lotta alla corruzione (Greco).

Sì,
ho detto corruzione.

 

La iniziativa per aderire al Greco

Per
evitare al Paese di finire additato dal Greco come pecora nera in quanto a
corruzione, è stato fatto di tutto.

Questo
dell’adesione al Greco è un altro esempio di come ho fatto il mio dovere, non
tacendo.

Per
anni sono andato scrivendo della opportunità per San Marino di aderire al
Greco. E quanto prima.

Mi
sono impegnato singolarmente e con altri. In primo luogo con l’associazione
Ephedra. Sollecitazioni alla Reggenza, Istanze d’Arengo, incontri pubblici, ed
articoli su articoli.

Niente.
Nessuna reazione.

A
Strasburgo sul sito del Greco a partire da gennaio 2010 è apparsa la scritta:
tutti i Paesi del Consiglio d’Europa hanno aderito alla iniziativa comune di
contrasto alla corruzione. Tutti, eccetto San Marino!

Quell’’eccetto’, sig. Commissario, mi creda per
un sammarinese, è stato come una pugnalata al cuore.

 

Avrei
dovuto tacere, sig. Commissario, anche allora? Non diffondere quelle
considerazioni? Ho fatto del male al mio Paese chiedendo per tempo di evitare
quel che poi è, purtroppo, effettivamente successo?

 

Solo
il 22 luglio 2010, il governo
del Patto per San Marino ha deciso di aderire al Greco. Cioè solo dopo mesi e
mesi che sul sito del Greco accanto al nome di San Marino, il mio Paese, c’era
scritto ‘eccetto’.

 

Se
vogliamo essere molto chiari in
questo Paese c’è la corruzione ha esordito quel giorno, in Consiglio, l’avv.
Alberto Selva,
il legale rappresentante del querelante Mario
Venturini ed altri. Ed ha subito aggiunto: “E,
visto che siamo in quest’aula, la prima corruzione di tutte è quella
elettorale.

La corruzione elettorale che mina alla base il presupposto di una
democrazia.

Non aggiungiamo altro su altri
generi di corruzioni
che non sono proprio quelli del corretto
mercato o della corretta relazione
”.

 

Il
Segretario di Stato agli Interni, Valeria Ciavatta,
ai primi di giugno del 2011 è andata a Roma dal Ministro Italiano della
Funzione Pubblica Renato Brunetta allo scopo “di chiedere un confronto
sulla formazione del personale amministrativo nell’intento di costruire
un’unità di anticorruzione all’interno della Pa
”.

 

Dunque,
sig. Commissario la mia insistenza per aderire al Greco non era frutto di una
fisima o di una delle mie ‘tesi
strampalate
’, come sostiene il querelante sig. Foschi.

Nel
giugno 2011 arrivò, finalmente, a San Marino, un gruppo di valutatori del
Greco, e nei primi mesi del 2012 uscì il primo, sofferto
rapporto, di detto organismo, sulla Repubblica di San Marino.

Cosa
ci dice il Greco, Gruppo di Stati del Consiglio d’Europa dedito alla lotta alla
corruzione, cosa ci dice in detto rapporto?

 Il Greco “non
ci dice che dobbiamo migliorare nella lotta alla corruzione, ci dice che
dobbiamo proprio partire
”.

Questa
interpretazione del rapporto Greco è del mio querelante dr. Massimo Cenci,
consigliere di un Partito, Nuovo Partito Socialista, facente parte della
compagine governativa, e, di professione, Commercialista.

 

E
la querelante Angela Venturini, non ha esitato ad affermare nel congresso del
suo partito: “gli altri Stati si adeguavano con regole e normative agli standard
della comunità internazionale, mentre San Marino continuava a proteggere i
“furbetti” del quartierino, i delinquenti, i pirati, i mafiosi … Per questo
siamo finiti a fare il fanalino di coda, insieme all’Azerbaijan!

 

Come
vede, sig. Commissario, non sono solo io a sostenere che questo Paese negli
ultimi decenni è molto cambiato. Radicalmente cambiato in negativo. Finiscono
per convenire con me anche alcuni consiglieri querelanti. Addirittura il legale
rappresentante di nove di loro, l’avvocato nonché consigliere Alberto Selva.

 

Le
mie “tesi”, insomma, non sono proprio del tutto “strampalate”, come sostiene il sig. Foschi, uno dei dieci
querelanti.

 

I
politici sammarinesi degli ultimi decenni sono responsabili del fatto che San
Marino è finito additato, attraverso il Greco, come pecora nera agli occhi del
mondo per la lotta alla corruzione, quando invece per la sua storia avrebbe la
possibilità di essere come lampada sul moggio, potendo ostentare la istituzione
democratica più antica e longeva al mondo, quella reggenziale, il vero punto di
forza per cui il Titano è stato inserito fra i luoghi protetti dall’Umanità. Mi
onoro di aver contribuito a tale riconoscimento, sig. Commissario, convincendo
il gruppo di lavoro a far leva proprio sull’istituto reggenziale per
raggiungere lo scopo.

Il
mio contributo l’ho dato in quella sede per portare in alto il mio Paese e
battermi al contempo contro chi lo andava cacciando nel fango, ad esempio,
depenalizzando certi reati fiscali e societari e mantenendoli poi ancora
lungamente depenalizzati, come in gran parte lo sono ancora nonostante le
continue sollecitazioni delle organizzazioni internazionali.

 

L’accanimento contro di me

La
depenalizzazione di certi reati negli anni Novanta è stata veramente micidiale
per San Marino. Basta scorrere le pagine di “Mafie a San Marino”,
per rendersene conto. Però i politici sammarinesi ancora non ne stanno
pienamente prendendo atto. Non accettano che si continui a collegare lo stato
attuale del Paese a quella sciagurata depenalizzazione di metà degli anni
Novanta.

Non
accettano che qualcuno si batta per una trasparenza totale in economia, fino
alla indicazione pubblica di tutti i soci di qualsiasi società, compresi i nomi
dei beneficiari, come il contesto internazionale richiede, per far riguadagnare
al Paese la considerazione da qualche tempo perduta.

Chi
propugna queste iniziative è additato come “nemico della Repubblica”, in quanto
criticare i politici per gran parte dei politici sammarinesi, in particolare se
al governo,  vuol dire recar danno alla
Patria, come ha messo in evidenza recentemente e pubblicamente l’avv. Renzo
Bonelli.

Il
mancato recupero della somma spesa per Banca del Titano – degli autori del crac
non si conoscono nemmeno i nomi -, il mantenimento delle fiduciarie a paravento
degli effettivi beneficiari delle società, fanno parte dei temi che i politici
non vogliono che si trattino.

E
che comunque non si vuole che libertas.sm continui a trattare.

 

Ed
ecco allora le querele. Che questo sia l’obiettivo delle querele lo dimostra la
richiesta di risarcimento economico che le accompagna. Il risarcimento
economico essendo – diversamente dalla pena – non quantificabile a priori, si
presume che possa essere più efficace come deterrente, nel mondo della informazione.

Tanto
più in presenza di una legge come quella sammarinese, definita legge bavaglio
dal mondo dell’informazione anche su qualche giornale italiano di importanza
nazionale e portata in Consiglio dal querelante consigliere Ivan Foschi quando
era Segretario di Stato alla Giustizia.

La
suddetta interpretazione è in linea con una recente sentenza della Corte dei
Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Ed è in linea col rilievo mosso a suo tempo dal Commissario per i Diritti Umani
del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg,[25]
al testo della legge promossa, per il settore dell’informazione, dal mio
querelante Sig. Ivan Foschi, quand’era Segretario di Stato alla Informazione
nonché alla Giustizia.

 

Ma
rimaniamo nel nostro Paese. Anzi in questo stesso Tribunale. Un cittadino è
stato querelato per diffamazione a mezzo stampa da un uomo politico. Ebbene il
giudice d’appello, David Brunelli, lo ha assolto ricordando fra l’altro – a
favore del cittadino – il ‘principio di resistenza’.
Principio che, è vero, è più proprio degli Stati moderni dotati di avanzati
testi costituzionali, ma che sarebbe assurdo, come osserva lo stesso giudice
Brunelli, non ritenerlo valido in uno Stato che, è vero ha solo un ordinamento,
ma è l’ordinamento di un Paese che è il Paese della libertà, un Paese che si è
dotato di una Carta dei Diritti, eccetera.

 

Sinistra
Unita il 26 settembre 2011, contrariamente agli altri partiti, si è rifiutata
di firmare un esposto in questo Tribunale contro un cittadino che, minacciando
di rivelare i nomi di politici collusi con la camorra, aveva affermato: “O
i politici mi salvano, sennò mando tutti in galera”
.
Alessandro Rossi, coordinatore del Partito, ha dato questa giustificazione su
Facebook: “io sono un uomo pubblico mi devono
poter criticare minacciare intimidire, mi devono fare le pulci, perquisire
nell’intimo…. io come politico al massimo me la posso prendere con un politico
e non con un cittadino anche se mi offende e mi immerda …figurati 60
consiglieri contro 1 … Quelli che fanno gli scandalizzati, che tutelano il
loro onore in tribunale mi sembra che non abbiano capito che l’onore del
politico si tutela con il buon esempio pubblico
”.

 

Contro
di me – pur non avendo offeso alcuno, pur non avendo ricattato alcuno, pur non
avendo mai avuto a che fare con la camorra -, contro di me di consiglieri, è
vero, ne ho solo 10. Però di 7 diversi partiti. Per cui gran parte del
Consiglio pure qui è ben rappresentato.

 

Il
sig. Ivan Foschi, capogruppo di Sinistra Unita, per le ragioni indicate da
Alessandro Rossi, non ha firmato contro il cittadino sammarinese di cui sopra
ed invece ha firmato contro di me.

 

Io,
sig. Commissario, nella ordinanza della procura di Napoli, indagine Staffa,
proprio non ci sono. Per cui mi tocca difendermi anche dalla querela del sig.
Foschi. Altrimenti, mi avrebbe risparmiato.

 

Contro
di me, in effetti, non c’è solo il sig. Foschi, che mi considera ovviamente più
pericoloso del signore di cui ho detto, dotato di solide amicizie in quel di
Napoli.

Contro
anche altri 9 consiglieri. Un esercito.

Però
non getto la spugna.

Non
getto la spugna, sig. Commissario, perché credo nella giustizia amministrata
nel mio Paese, amministrata in questo Tribunale, amministrata da Lei sig.
Commissario.

E
lo dico a ragion veduta.

Per rispetto al giudice

È
la prima volta che vengo rinviato a giudizio. Ma non è la prima volta che si
apre, in questo Tribunale, un fascicolo a mio nome.

È
successo già altre due volte. E per reati uguali o analoghi, cioè in
conseguenza di articoli scritti su carta o su web, vertenti sul degrado della
politica.

 

La
prima volta fu nel 2005. Governo straordinario, formato da Democrazia Cristiana
e Partito dei Socialisti e dei Democratici. Questione giochi. Avevo scritto
contro il trasferimento del casinò automatizzato dal Kursaal a Rovereta, un
promontorio di territorio
sammarinese in area italiana, a ridosso del riminese, zona
già problematica per infiltrazioni malavitose ed altro. Avevo sostenuto, fra
l’altro, che la decisione equivaleva a una provocazione allo Stato italiano.
Contro di me si mosse addirittura l’avvocatura dello Stato, per nome e per
conto della Reggenza.

Dissi
subito al gendarme incaricato di interrogarmi che non avevo intenzione di
difendermi, pronto a scontare la pena prevista. Appreso che non avrei nominato
un legale di fiducia, il gendarme, correttamente, provvide ad assegnarmi un
avvocato d’ufficio.

Questo
giovanissimo avvocato mi chiamò in disparte e mi fece presente che non
condivideva la decisione di non difendermi. Perché sarebbe stato interpretato
come una sfida al giudice.

Il
Tribunale, per me, è un luogo dove si deve collaborare col giudice per aiutarlo
a far emergere la verità, non sfidarlo.

All’impronta
mi sono messo all’opera per fornire al giudice quanti più elementi possibili,
che, a mio giudizio, avrebbero potuto essergli utili nella maturazione della
sua decisione.

Così
feci quella volta.

 

Così
feci la seconda volta quando, per un supposto connubio giochi malavita, fu un
Partito a querelarmi, Alleanza Popolare. Nel 2007: governo Partito dei
Socialisti e dei Democratici, Sinistra
Unita ed Alleanza Popolare.

Anche
allora fui minacciato di richiesta di risarcimento. Certo, però, di essere nel
giusto continuai ad impegnarmi nella difesa. Personalmente. Non devo salvarmi
da chissà cosa. Non ho commesso nulla di cui debba rimproverarmi o vergognarmi,
davanti al mio Paese, ai miei cittadini, a mia moglie, ai miei figli, ai miei
nipoti.

 

Anche
i querelanti di oggi, tutti i querelanti di oggi, hanno fatto sapere che
vorranno essere risarciti. I querelanti sono tanti e tanta, immagino, anche
l’aspettativa economica, che intendono far pesare in questo giudizio, sig.
Commissario.

 

Avverto
che da tempo, comunque assai prima di queste querele, mi sono spogliato di
tutto. Insomma, si tenga conto, che “omnia bona mea mecum porto”.

 

Non
getto la spugna e mi difendo dunque, non per salvare i miei beni. Lo faccio
perché, come cittadino di questo Paese, culla della libertà, non la si può dare
di vinta a chi, di fatto, cerca di “andare a colpire chi rende noti ai
Sammarinesi i retroscena più inquietanti che si celano dietro a certe azioni

dei governanti pro tempore.

Questa
asserzione è tratta da un comunicato di Sinistra Unita, firmato
dal querelante sig. Ivan Foschi, Capogruppo del Partito (nonché ex Segretario
di Stato alla Giustizia).

Evidentemente
la coerenza per il querelante Ivan Foschi non è il suo forte.

 

Io,
sig. Commissario, non faccio altro che denunciare pubblicamente quanto a mio
parere va denunciato per il bene del Paese.

Non
credo che per questo vadano applicati nei miei confronti le sanzioni previste
nel Codice Penale:


né all’art. 183 (diffamazione) né all’art. 185 (libello famoso) di cui mi
accusa il consigliere Ivan Foschi, ex Segretario di Stato alla Giustizia;


né all’art. 344 di cui mi accusano i consiglieri: Mario Lazzaro Venturini,
Nadia Ottaviani, Denis Amici, Angela Venturini, Gian Nicola Berti, Massimo
Cenci, Assunta Meloni, Maria Luisa Berti e Marco Gatti.

 

Quando il mezzo di comunicazione è il web

I
reati in questione, sig. Commissario, li avrei commessi, secondo i querelanti,
attraverso il web diffondendo – ammesso che sia così, ma non è così – notizie
errate, cioè senza fondamento.

 

Se
qualcuno ritiene che sia stata diffusa una notizia errata che lo danneggia ed è
sinceramente interessato al ristabilimento della verità, come primo passo ne
chiede e pretende la rettifica. Indipendentemente dal fatto che poi segua
denuncia con o senza risarcimenti danni.

E
pretende che la rettifica abbia un rilievo almeno pari a quello della notizia.
In genere nel settore dei media la questione finisce lì, cioè con la
pubblicazione della rettifica. Anche se, ad esempio sulla carta stampata, dare
alla rettifica lo stesso medesimo rilievo della notizia è inusuale, perché, di
fatto, praticamente impossibile.

 

Sul
web, invece, rettificare è materialmente facile. Facile ed efficace. La
rettifica può essere pubblicata sulla stessa pagina della notizia. Cioè con lo
stessa valenza comunicativa della notizia. Con la stessa visibilità, perché,
appunto, nella stessa pagina.

 

Di
dover rettificare una notizia capita spesso nel mondo della informazione.

 

Libertas.sm,
appena ricevuta una rettifica, la pubblica subito nella stessa pagina della
notizia stessa di modo che, di lì in avanti, tutti quelli che leggono la
notizia leggono anche la rettifica. Libertas.sm poi, per dare ancora più
rilievo alla segnalazione, propone – in aggiunta a quanto detto – di fare della
rettifica stessa a sua volta una notizia a se stante,
con un link alla suddetta che contiene la notizia rettificata.

 

Diverse
volte a libertas.sm sono state chieste rettifiche. Sia direttamente da privati
che per mezzo di avvocati anche dall’esterno.

 

Nei
due casi oggetto di questo procedimento giudiziario, non ci sono state
richieste di rettifiche.

 

Ivan
Foschi, Mario Lazzaro Venturini, Nadia Ottaviani, Denis Amici, Angela Venturini, Gian Nicola Berti, Massimo
Cenci, Assunta Meloni, Maria Luisa Berti e Marco Gatti sono venuti qui in
tribunale a chiedere giustizia perché sarebbe stata trasmessa una notizia
errata senza nemmeno preoccuparsi di farla correggere. Eppure sono persone
certamente attente all’opinione della gente, abituate ai mezzi di informazione.

 

La
loro prima preoccupazione avrebbe dovuto essere quella di annullare l’effetto
della notizia ritenuta errata, sollecitando una pronta ed efficace correzione.
Perché Ivan Foschi, Mario Lazzaro Venturini eccetera non hanno mai chiesto una
rettifica della notizia contestata?

 

Gli
articoli incriminati continuano ad essere letti e linkati come se Ivan Foschi e
Mario Venturini, eccetera, non avessero mai presentato querela.

 

Sulla fase inquisitoria

Le
due volte precedenti in cui erano stati aperti dei fascicoli a mio nome in
questo tribunale, per presunti reati attraverso mezzi di informazione, chiesi,
già nella fase inquisitoria, un confronto con i querelanti.

A
dir il vero, nel primo caso, con l’Avvocatura dello Stato, non ce ne fu nemmeno
bisogno. La controparte, cioè l’Avvocatura dello Stato, si ritenne soddisfatta
delle deposizioni da me fatte davanti al giudice inquirente.

Nel
secondo caso sì, il confronto ebbe luogo. Si svolse in modi civilissimi. Già al
primo incontro ci si riconobbe vicendevolmente la buona fede e si decise, di
comune accordo, come porre fine alla questione: con la pubblicazione di un
articolo ad hoc, da entrambe le parti condiviso.

 

Insomma
è bastato che il signor commissario convocasse le parti ed assieme si
riflettesse sul caso, per risolvere la questione in fase istruttoria con
soddisfazione di tutti.

 

Questa
volta no. Non è stato possibile. Non è stato possibile parlarne assieme. Benché
io abbia chiesto di parlarne assieme. L’ho chiesto anche per iscritto. Ho
chiesto il contraddittorio delle parti, non essendovi – a quanto mi è stato
detto – altro modo per trattarne assieme, querelante e querelato, davanti al
giudice.

 

Sig.
Commissario, non riesco a capire perché i querelanti hanno rifiutato ogni
possibilità di dialogo, di confronto, in fase istruttoria.

 

Il
querelante Ivan Foschi ha scritto, nella lettera con cui mi annunciava la
querela, che voleva che spiegassi al giudice le mie tesi circa Banca del
Titano. Ebbene ho chiesto di poterlo fare nella fase istruttoria ed ho chiesto
anche di sentire un certo numero di testimoni già nella fase istruttoria.

Nulla.
Silenzio assoluto.

Nulla
e silenzio assoluto anche per l’altra querela, del gruppo capitanato da Mario
Lazzaro Venturini.

 

Sig.
Commissario, quel che non è avvenuto in fase istruttoria, lo chiederei qui.

Per
non bruciare questa possibilità, libertas.sm non ha fatto alcuna polemica sulle
querele presentate. E non ha dato risonanza nemmeno a questo procedimento,
nonostante che abbia oggettivamente del clamoroso. Non lo ha fatto per evitare,
per quanto possibile, risvolti esterni.

 


perché veramente signor Commissario, questo procedimento giudiziario è
palesemente assurdo ed, al contempo, gravemente deleterio per l’immagine del
Paese.

 

Davvero,
sig. Commissario, non ho offeso né ho mai inteso offendere qualcuno dei dieci
consiglieri che mi hanno querelato.

 

Anzitutto
perché i fatti di cui sono accusato non esistono.

 

Né Savonarola né Che Guevara

Sono
uso, sì è vero, a trattare argomenti di natura politica anche con durezza.

Però,
sig. Commissario, non sono, e non sono mai stato, un ammiratore di Savonarola o
un seguace di Che Guevara.

Come
non faccio parte – e non ho mai fatto parte – di alcuno sciame di mosche
cocchiere qualsiasi fosse il personaggio di turno al potere.

 

Tuttavia
non mi muovo a zig zag.

 

Ho
un mio punto sulla linea dell’ultimo orizzonte cui riferire le mie azioni.
Anche le azioni del quotidiano. Sono sicuro nel mio cammino perché vado avanti
avendo quel riferimento. Come sempre sia nel lavoro che fuori dal lavoro.

Perché,
come ha scritto mons. Ersilio Tonini, “Ciò che conta è fare al meglio il
proprio dovere

 

Ancor
prima di creare libertas.sm o navigare in internet, mi occupavo di didattica
dell’informatica, per ragioni di lavoro. Poi, ancora per ragioni legate al
lavoro, è venuto l’impegno per la storia sammarinese. Una decina di pubblicazioni.
Ho la presunzione di aver individuato la chiave di lettura dei fatti storici
sammarinesi che permette di rispondere alla domanda: come ha fatto San Marino a
salvarsi.

 

Questa
conoscenza della storia, mi ha fatto percepire la gravità per l’avvenire del
Paese, che si è venuta determinando col degrado della qualità della politica,
in questi ultimi decenni.

 

Non
potevo non intervenire, sig. Commissario.

Io
ho un debito di riconoscenza anche personale verso il mio Paese. Ho potuto
intraprendere e portare avanti gli studi fino alla università grazie ad una
legge, promossa da giovanissimi consiglieri nei primi anni Sessanta, che
nomino: Gian Luigi Berti, Giancarlo Ghironzi, Ferruccio Piva. Giovanissimi
consiglieri neolaureati, che hanno varato una legge per dare l’accesso
all’università anche a chi non disponeva dei mezzi economici necessari.
Introdussero in questo Paese nei primissimi anni Sessanta del Novecento il
diritto allo studio vero, come dieci anni prima, in questo Paese, era stato
introdotto e realizzato il diritto alla salute attraverso l’Istituto per la Sicurezza Sociale.

Il
sig. Foschi, che è portato a leggere i comportamenti sociali come conflitto di
interessi, pensa, invece, molto più prosaicamente, che il mio interesse per le
sorti del Paese derivi solo dal tentativo di “fare il furbo per ragioni di
mera appartenenza politica
”.

 

La mia appartenenza
politica”
ed anche partitica, sig. Commissario, non ho alcuna remora a
precisarla. Come del resto ho fatto, quando necessario, e su libertas.sm e sui
giornali di carta.

 

Fino
al 1974 sono stato iscritto alla Democrazia Cristiana. Quell’anno ho rinunciato
alla tessera, perché cominciarono nel partito dissidi interni, da me ritenuti
basati su personalismi anziché sulle idee.

Da
allora non ho più ripreso la tessera Dc. E nemmeno quella di alcun altro
partito.

Mi
si accusa spesso di essere democristiano. Non ribatto. Preferisco che mi si
consideri democristiano – non mi vergogno di morire democristiano – piuttosto
che essere classificato ex democristiano delle varie ore d’uscita da quel
Partito.

Ho
fatto parte del Consiglio Centrale della Dc fino al 2011, designato dalla
Direzione del Partito. Ed ancora partecipo, quando mi è possibile, alle
riunioni sezionali di San Marino Città.

Credo
che non sia né un merito né un demerito questa mia vicinanza, fra l’altro
dichiarata, a un partito come la Democrazia Cristiana.

 

Quanto
alla indipendenza di libertas.sm anche nei confronti della Democrazia
Cristiana, messo in dubbio da Ivan Foschi, penso che la migliore smentita alle
sue insinuazioni venga dal fatto che, accanto a lui, oggi, contro di me, c’è il
segretario del Partito, Marco Gatti, suo collega di consiglierato.

 

È
oggi contro di me un ampio fronte di consiglieri dei partiti del Patto per San
Marino, molti dei quali mi hanno applaudito il 14 novembre 2009 a Dogana, quando ho
preso la parola in un incontro di lavoro organizzato nell’anniversario del
primo anno di governo di detta coalizione.

Nell’occasione
ho detto le stesse cose che ho scritto nei miei articoli.

Lì,
davanti a tutti, mi hanno applaudito.

 

Poi,
nel 2010, le querele.

Una
sorpresa.

Sì,
sono rimasto sorpreso da queste querele.


perché, sig. Commissario, Banca del Titano e sottobosco politico – affaristico,
sono argomenti da me trattati da anni ed anni e non certo con minore durezza
anche prima del maggio giugno 2010. Insomma, questi argomenti, non li ho tirati
fuori per la prima volta, a freddo, a una certa ora del 13 maggio 2010 o del 2
giugno 2010 per offendere Ivan Foschi, Mario Lazzaro Venturini, eccetera.

 

Allora
perché queste querele praticamente una di seguito all’altra, senza alcuna
richiesta di rettifica, senza alcun preavviso, praticamente ex abrupto?

 

Un
querelante, l’avv. Gian Nicola Berti, sostiene che libertas.sm “sta scivolando in una deriva esclusivamente
diffamatoria nei confronti delle istituzioni del nostro Paese e dei politici

per cui lui si sente in dovere di “citarmi
per danni
” ogni volta che tratterò, negativamente, in generale, “sulla classe politica sammarinese”.

 

No
comment.

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