IL CONTESTO

il
contesto

 

 

 

 

 

Borboni
e Asburgo

La prima metà del Settecento è
caratterizzata da un continuo stato di guerra. Il contesto internazionale porta
tutti gli Stati ad essere estremamente vigili. Essi sono talmente legati gli
uni agli altri che il più piccolo cambiamento in un luogo, anche marginale, li
mette tutti in allarme perché potrebbe pregiudicare l’equilibrio sul quale si
fonda la sicurezza di ciascuno. Campo di battaglia: la penisola italiana. L’acquistare la prepotenza in Italia è
l’oggetto dei disegni
di tanti Stati avendosi
esperienza che la prepotenza in Italia influisce considerevolmente a dar il
tracollo all’equilibrio universale
.[1]

Negli incessanti trasferimenti da un capo all’altro della
penisola gli eserciti, stranieri, attraversano e riattraversano i territori dello
Stato della Chiesa, ridotti a terra di nessuno, data la debolezza del papato in
questo periodo. Eserciti che, attenti a non farsi troppo male fra loro,
gareggiano nell’inventare sempre nuove forme di vessazione sulle popolazioni
abbandonate a se stesse ed in loro completa balia.

La politica è regolata
dall’assolutismo regio. Le guerre hanno motivazioni dinastiche. Il secolo
comincia con la guerra di successione spagnola (1701-14), prosegue con quella
polacca (1733-38) e quindi con quella austriaca (1740-48). Altri conflitti
negli intermezzi. In ballo sono gli interessi delle principali case regnanti,
Borboni ed Asburgo, le quali mirano ad ingrandire i loro domini insediandosi
direttamente o attraverso rami cadetti negli Stati in cui sia venuta meno la
dinastia locale.

Gli Asburgo di Vienna hanno una chance in più: sono titolari della
corona imperiale. Il che ha ancora un peso in qualche parte d’Europa, dove è
fama che si presentino così: La gerarchia
de’ Principi, che reggono i Popoli, e che comandano in Terra, è stata ordinata
anche dall’istesso Iddio venuto in terra, ad avere e riconoscere per suo Capo,
Prencipe, e Primate, l’Imperatore … coi titoli esclusivi di Cesare, e di
Augusto
.[2] In particolare i loro proclami hanno
effetto nella penisola italiana, zona marginale e debole rispetto a quelle che
si affacciano sull’oceano, ormai proiettate alla conquista di nuovi spazi in
altri continenti. Non disponendo di una flotta e di porti importanti, dovendo
perciò rinunciare ad acquisire terre oltre gli oceani, come invece stanno
facendo le altre potenze (Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda), gli Asburgo,
ogni qual volta riescono a tamponare l’avanzata turca a oriente, rivolgono gli
occhi sui vicini d’occidente, in primo luogo sugli staterelli della penisola
italiana: les provinces de l’Italie sont
les Indes de la Cour de Vienne
.[3]

Gli Asburgo e l’Italia

Gli Asburgo si presentano
nell’arretrata Italia, ancora rivolta al passato, con le insegne del passato.
Ricordano che essa è stata sogettata
all’Alto Dominio, ed Obbedienza di Ottone Magno Primo Imperatore di questo
Nome, il quale nell’anno 962 la ridusse in Patrimonio, e Feudo dell’Imperio,
chiamandola sempre Membro, Giardino e Provincia Nobile del Sagro Romano Imperio
.[4] Si arrogano i diritti che una volta
erano propri degli imperatori dell’epoca medioevale. Rivendicano l’alta
sovranità su tutti i feudi comunque sorti su investitura imperiale, ovunque
questi feudi siano finiti a seguito delle successive vicende della storia e le
conseguenti mutazioni della geografia politica. Quando in uno di questi feudi
si estingue la famiglia feudataria, gli Asburgo ne rivendicano la devoluzione,
cioè ne riacquistano la piena disponibilità.

Gli Asburgo arrivano a considerare
la penisola italiana nel suo complesso il
più prezioso feudo del Sacro Romano Impero
.[5]
E supportano quella loro singolare interpretazione del diritto e della storia
con una smaccata esibizione di muscoli. L’imperatore Leopoldo I già il 18
novembre del 1700, dopo aver condotto una rapida indagine sui diritti storici di sovranità dell’impero sull’Italia,[6]
ordina: le truppe destinate all’Italia
… devono mettersi in moto il più presto possibile
.[7]

Talvolta gli Asburgo intervengono anche in assenza di qualsiasi
investitura.

Gli Asburgo in qualche caso intervengono anche se la investitura
è chiaramente, manifestamente papale. È il caso di Parma. Un tempo Parma era
territorio della Chiesa a dominio diretto. Un papa, nel Cinquecento, ne fece un
feudo per darlo a un familiare. Quindi Parma è feudo papale. Sicuramente
papale. Ebbene gli Asburgo lo classificano come feudo imperiale e lo
sottraggono al papa. Nessuna grande potenza si muove di fronte a quell’evidente
sopruso. Il panico che si crea è enorme in tutta la penisola.

Gli Asburgo e lo Stato della Chiesa

Se tutta la penisola italiana deve
sentirsi in pericolo con l’arrivo degli Asburgo, a maggior ragione deve temerli
lo Stato della Chiesa. Gli Asburgo senza mezzi termini avvisano Roma ad’havere più rispetto, e riguardo all’Imperatore.[8] E
affermano con aperta strafottenza: lo
Stato Ecclesiastico sorge e risulta da due indubitati, ed inalterabili Fondamenti,
e Principj: o dalle Donazioni fatte alla Chiesa da gl’Imperatori, o dalle usurpazioni
fatte all’imperatore dalla Chiesa
.

 Per chi guarda le
cose dall’interno dello Stato della Chiesa, governato dal papa, sembra davvero
di essere riprecipitati nel Medioevo: ogni luogo torna ad essere conteso fra
imperatore e papa. Con una differenza però: adesso all’attacco c’è
l’imperatore. Canossa si è rovesciata. Non è più il papa a mettere in
difficoltà l’imperatore sciogliendo i feudatari di questi dal giuramento di
fedeltà, ma è l’imperatore che sconvolge l’ordine costituito nella fragile
penisola italiana e nei domini stessi del papa, imponendo ai feudatari di ritornare
alla antica soggezione prevista nei diplomi di investitura originari.

Nello Stato della Chiesa sopravvivono una miriade di feudi,
alcuni dei quali hanno alla base un diploma di investitura imperiale, altri
papale, altri ancora – i più? – double face.
I papi, di quando in quando e non su tutti i loro feudi, hanno fatto dei controlli,
ma limitatamente alla legittimità del diploma di investitura senza, in pratica,
discriminare troppo fra investitura papale o imperiale. Ora la situazione si fa
pericolosa. Lo Stato della Chiesa potrebbe andare in frantumi. Fiutato il vento
della storia, potrebbero rivolgersi a Vienna non solo i feudi ‘sicuramente’ imperiali,
ma anche quelli di incerta origine o quelli che non sono mai riusciti a dare un
fondamento giuridico al loro status o
addirittura le terrae immediate subiectae
cioè i luoghi che sono amministrati direttamente dalle autorità pontificie con
l’invio di funzionari. Anche questi luoghi, infatti, mettendosi prestamente
dalla parte del più forte, potrebbero acquistare, nell’occasione, una qualche
forma di autonomia.

Carpegna
e Montefeltro

La pressione degli Asburgo sullo Stato
della Chiesa si avverte da subito anche nel Montefeltro, la zona montagnosa a
ridosso di Rimini, cui pure San Marino geograficamente appartiene. E dove nel
Medioevo più volte papi e imperatori hanno scelto di rincorrersi. Il luogo più
noto è San Leo, la fortezza nella quale l’imperatore Ottone I strinse d’assedio
nel 962 re Berengario. Più in alto, verso l’Appennino, Carpegna, in mano da
sempre alla famiglia comitale dei Carpegna che vanta un diploma di investitura
risalente appunto a Ottone I.[9]
Dalla parte opposta, al limite inferiore verso l’Adriatico, San Marino, che si
autoamministra col titolo di Repubblica.

Il Montefeltro è diocesi, con sede vescovile a Pennabilli,
nella valle del Marecchia, il fiume che sfocia a Rimini.

Già l’11 giugno 1697 Leopoldo I aveva fatto affiggere nel suo palazzo a Vienna due editti imperiali, i quali dicevano che ognuno il quale possedesse
in Italia un feudo dell’imperatore, dovesse presentare entro tre mesi, pena la
devoluzione, i relativi documenti
.[10]

 

Il papa, Innocenzo XII, dopo essersi
opposto, invano, alla loro promulgazione, cercò di neutralizzarne gli effetti
dichiarando quegli editti per lo Stato
della Chiesa nulli e irriti
.[11]
Ebbene Francesco Maria Carpegna, conte di Carpegna-Castellaccia, fece iscrivere
ugualmente il suo feudo fra quelli imperiali. Benché Carpegna fosse chiaramente,
indubitabilmente, un luogo interno allo Stato della Chiesa. Benché lo zio del
conte fosse un cardinale: Gaspare Carpegna. E benché questo Cardinale
ricoprisse la carica di vicario del papa, cioè fosse l’alter ego di quello
stesso Innocenzo XII che stava tentando di parare con ogni mezzo le ingerenze
degli Asburgo nello Stato della Chiesa e nell’Italia in generale.

San
Marino e gli Asburgo

San Marino? La Repubblica di San
Marino, vista da Roma, è stata sempre considerata un luogo interno allo Stato della
Chiesa, una Terra mediate subiecta,
cioè che si autoamministra come i feudi. Il suo status però, secondo i sammarinesi, diversamente dai feudi, non è
un dono grazioso né di un papa né di un imperatore né di una qualche autorità
facente capo ad uno di essi. L’hanno avuto in eredità dal loro Santo, il quale
lo aveva guadagnato, quand’era ancora in vita, coi suoi meriti e presso Dio e
presso gli uomini. In un libro di grande prestigio e diffusione, l’Italia sacra (Venezia, 1717),[12] i
sammarinesi fanno pubblicare il testamento del Santo Marino, condensato in una
formula di manifesta attualità politica: Filii,
relinquo vos liberos utroque homine
. In conclusione San Marino si ritiene
un luogo libero non riconducibile né al papa né all’imperatore.[13]

I papi, finora, di fatto, hanno sempre
riconosciuto ai sammarinesi il diritto di vivere in libertà.[14]
Cioè di autoamministrarsi. Gli Asburgo?      

Gli Asburgo mettono mano al loro progetto di espansione in Italia già agli
inizi del Settecento. Primo caso significativo, Comacchio. Nel 1598 la Santa
Sede aveva acquisito al dominio diretto, per devoluzione, il ducato di Ferrara,
appena estintasi la linea legittima della famiglia d’Este che governava quel
territorio su investitura papale. Ed aveva acquisito pure Comacchio, luogo
interno a quel ducato.

      Secondo
Vienna – tesi sostenuta anche dal Muratori – il territorio di Comacchio sarebbe
dovuto restare fuori perché a governarlo era sì la stessa famiglia d’Este, ma
in base a una investitura imperiale ricevuta prima di quella papale relativa al
ducato.

Comacchio
e Montefeltro

Il 28 maggio 1708 le truppe
imperiali si impadroniscono di Comacchio. Papa Clemente XI, vista l’inutilità
dei vari tentativi di ottenerne la restituzione in base al diritto, caduta nel
vuoto la richiesta di aiuto agli Stati italiani[15]
e fallito pure l’appello ai re cattolici (la scomunica all’imperatore non fu
ridicolizzata perché del tutto ignorata!), dà fondo a tutte le sue risorse e si
indebita oltre ogni limite di buon senso per mettere assieme una specie di esercito[16]
che, ancor prima di entrare in contatto con le truppe imperiali, svanisce, evapora.[17]

Il caso Comacchio potrebbe
ripetersi pari pari a proposito del Montefeltro. Il papa, nel 1631, ha
acquisito al dominio diretto il ducato d’Urbino a seguito dell’estinzione della
famiglia dei Della Rovere (succeduta ai Montefeltro) che lo governava su
investitura papale. Dentro il ducato d’Urbino, fin da quando sorse, c’era il
Montefeltro, una sua ‘provincia’. I Della Rovere, succedendo ai Montefeltro, avevano
ereditato da questi un doppio titolo: duchi di Urbino su investitura papale e
conti di Montefeltro su investitura imperiale. Ora l’impero, come già nel caso
di Comacchio, potrebbe rivendicare la sovranità sul Montefeltro in quanto, in
origine, feudo imperiale.[18]

 

Il Montefeltro ha sempre creato qualche
problema all’amministra-zione pontificia, frammentato com’è, senza un centro
importante, senza una capitale, con tutti quei cucuzzoli che vorrebbero, ciascuno,
fare Stato a sé come nel Medioevo. Ogni volta che si interviene per cercare di
mettere un po’ d’ordine, apriti cielo: scintille da ogni parte. Lo spostamento
della sede vescovile da San Leo a Pennabilli, decisa alla fine del Cinquecento
per ragioni di ordine militare, ha aperto una controversia fra le due località
che perdura accesissima ancora per gran parte del Settecento. Controversia che
vede i sammarinesi schierati decisamente a favore di San Leo e contro
Pennabilli. Le ragioni di Pennabilli sono sostenute dal capitolo dei canonici
e, a partire dal 1731, apertamente, anche dal vescovo della diocesi, Crisostomo
Calvi.

Invasione
di Carpegna

Nel 1731 muore a Parigi senza
discendenti il conte Ulderico Carpegna del ramo Scavolino-Gattara. Gian Gastone
De’ Medici, Granduca di Toscana, rivendica al suo Stato la contea, considerando
nullo un testamento del conte a favore del figlio di una sorella: Emilio Orsini de’ Cavalieri Sannesi.[19]
Gian Gastone non ci mette troppo impegno: anch’egli non ha discendenti e sa già
che alla sua morte il Granducato se lo giocheranno fra loro le grandi potenze
europee.

 Papa Clemente XII,
per creare il fatto compiuto, ordina subito al card. Carlo Maria Marini, Legato
di Romagna, di prender possesso della contea. Però da Vienna prontamente si
fanno sentire gli Asburgo. Il papa deve desistere. Segue un compromesso: in
attesa di risolvere la questione sul piano giuridico, imperatore e papa
decidono di comune accordo di permettere che
il Marchese Emilio (Orsini) ne
prenda per il momento il possesso senza dipendere da alcuno,[20]
cioè né dall’uno né dall’altro. Nel 1737 Clemente XII, però, mentre Gian
Gastone sta esalando l’ultimo respiro e l’imperatore è seriamente impegnato
nella guerra di successione polacca, si fa dare dall’Orsini 7.000 scudi e gli
concede l’investitura su Scavolino-Gattara, come se ne disponesse pienamente e
comunque in violazione dei precedenti accordi con l’imperatore.

Come muore Gian Gastone, il Granducato di Toscana passa a un
ramo degli Asburgo, i Lorena. I quali Lorena ancor prima di trasferirsi a Firenze,
nella notte fra l’1 e il 2 aprile 1738, unilateralmente
e senza alcuna apparente giustificazione
,[21]
ordinano alle milizie tosco-imperiali di occupare la contea contestata. Non solo.
Fanno occupare anche l’attigua contea di Carpegna-Castellaccia, il cui conte è
vivo e vegeto. Le proteste del papa (e si immagina anche del conte vivente che
non avrà mancato di fare i debiti scongiuri) non hanno alcun successo.[22] Le
truppe rimangono lì. Anzi corre voce che andranno avanti. Avanti per dove?

Mons. Marcello Lanti, Presidente della Legazione d’Urbino,
il 4 aprile in una comunicazione urgentissima al card. Giuseppe Firrao,
Segretario di Stato, prefigura le possibili nuove mosse delle truppe
tosco-imperiali a partire da Carpegna: si
parla di S. Marino e di Monte Feltro
.[23]
Pare che stiano per arrivare migliaia di
soldati per prendere fortezze nello Stato d’Urbino, … S. Leo lontano da
Carpegna sei miglia, e S. Marino Repubblica
.[24]

Firrao, a sua volta, allarma il
card. Giulio Alberoni, Legato di Romagna: per
qualche fondato timore, che abbiamo delle truppe toscane le quali possono, da
l’occupazione dei feudi di Carpegna, e Scavolino, passare ad invadere ò San
Leo, ò altro Luogo dello Stato di Montefeltro, è facile che ci bisogni qualche
soccorso di soldati anche da codesta Provincia di Romagna, oltre diversi altri
aiuti, che si sono ordinati
.[25]
Lo Stato della Chiesa si accinge a difendersi con le armi, come fece a suo tempo
per Comacchio? Movimenti di soldati nello Stato della Chiesa in effetti non si
registrano.

La difesa dei diritti della Santa Sede è affidata, per
quanto riguarda sia Carpegna sia gli altri luoghi al momento solo minacciati, a
dotte, articolate e documentate dissertazioni storico-giuridiche.

San
Marino sotto studi
o

In una Dissertazione storico-giuridica
conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano, si legge: la Terra, e Commune di S. Marino in Romagna è stata ne passati
tempi soggetta all’alto, e Sovrano Dominio della Sede Apostolica, e lo dovrebbe
essere tuttora, quantunque indebitamente si pretenda il contrario da detto
Comune
.[26] La
soggezzione di San Marino alla Santa
Sede chiaramente si prova sin al tempo
del Pontificato Pio II
. Dopo quel papa, però, si sono messi quei Popoli in una specie di libertà, decantata per tale
anche da diversi Scrittori
.[27]

Tale libertà, si legge nella
Dissertazione, è stata poi a lungo protetta dai duchi d’Urbino. Nel 1603
prefigurandosi la devoluzione del Ducato
di Urbino
alla S. Sede
, i sammarinesi chiesero a papa Clemente VIII di
accettarli sotto la protezione della
Chiesa Romana, e de Sommi Pontefici in perpetuo, offerendo essi di stare, e di
essere ai Romani Pontefici, e alla Sede Ap
ostolica sempre, ed in perpetuo
riverenti, sudditi, e fedeli, salva la loro libertà
. Ebbene accettò il Pontefice Clemente VIII
l’istanza, e spedì
loro un Chirografo
con cui impegnò se stesso ed i suoi successori a rispettare la loro libertà. Il che è avvenuto.

Ora
sopra questa libertà ammessa nel Chirografo di Clemente VIII

continua la Dissertazione – possono
cadere varie considerazioni
. Infatti non è chiaro se s’intenda solamente la libertà di governarsi secondo le leggi
Statutarie, ovvero se s’intenda, che
i sammarinesi siano totalmente indipendenti dalle Leggi
della Provincia di Romagna, e dalla Giurisdizione del Legato
e
quindi dalla Santa Sede.

I documenti della storia dunque non fanno chiarezza. Non aiutano
a risolvere il dilemma se San Marino sia da ritenersi un luogo che gode di una
forte autonomia amministrativa, ma sotto la sovranità della Santa Sede, oppure
abbia conseguito, di fatto, l’indipendenza dalla Santa Sede.                 

Il significato di ‘libertà’

Per provare che il Titano è soggetto
alla Santa Sede, è opportuno – secondo quanto si legge nella Dissertazione – andare
a vedere se i Legati di Romagna dopo
la devoluzione di Urbino, abbiano esercitato qualche atto di Giurisdizione
almeno in quanto riguarda all’alto Dominio
(oppure se essi Uomini di S. Marino abbiano fatto qualche atto di Soggezione).
Se si trovasse o a Ravenna o a Urbino almeno un atto che provi l’imperio
pontificio su quella comunità (o la soggezione della comunità ai dettami delle
autorità pontificie), si concluderebbe che la
libertà salvata da Clemente VIII consiste
solo nella Libertà di vivere secondo le leggi, o consuetudini di quel
Popolo
.[28]
Cioè sarebbe fatto salvo l’alto dominio della Santa Sede sul luogo.

In ogni caso è evidente il disturbo che deriverebbe allo Stato
Ecclesiastico
qualora San Marino si
collegasse … con qualche Principe potente, che, da qualche passione accecato,
la Chiesa Santa turbare volesse
. Costui ricovrato,
e fattosi forte in S. Marino terrebbe in penosa sogettione le tre Provincie di
Romagna, di Marca, e d’Urbino a cagione della sua situatione
.

Con l’arrivo delle truppe tosco-imperiali
a Carpegna, il pericolo di una intrusione esterna diventa imminente. Come farvi
fronte? Roma non può tentare di risolvere la situazione – secondo quanto si
legge nella Dissertazione – dichiarando ex abrupto i sammarinesi soggetti all’alto Dominio della Sede Apostolica,
come in virtù degli antichi documenti si potrebbe fare,
mediante la promulgazione
di Monitorij Pontificij assai risoluti.
Perché non può? Perché in tal caso si può
temere
che i sammarinesi ricorrano
alla protezione di qualche potenza estera, e allora la S. Sede entrarebbe in
qualche pericoloso impegno.

Allora? Per evitare
ogni scandalo
– si suggerisce nella Dissertazione – meglio sarebbe di usare qualche prudenziale stratagemma, di modo
che la S. Sede non si ritrovi in nuovi
imbarazzi, da quali poi non sia così facile l’uscirne
.

Le
mosse di Firrao

Firrao – sulla base di detta
Dissertazione o di altre di analogo tenore – comincia ad occuparsi seriamente
di San Marino chiedendo a Lanti di riferirgli quali atti di ubbidienza siano soliti di prestare ai Legati d’Urbino i
Comuni di S. Marino
.[29] Risposta: i Comuni di San Marino altri atti di ubbidienza non sono soliti di
prestare alla Legazione di Urbino, fuorché di spedire due Ambasciatori
nell’arrivo del Legato, o Presidente, complimentandolo con loro lettera nel suo
avvenimento, e con espressioni cortesi sì, ma non inducenti alcuna soggezione,
e col mezzo poi di altro Deputato gli fanno presentare un Regalo d’Oglio,
Presciutti, e Caciotte. In conseguenza di questi atti di urbanità fin qui consueta
sogliono i Legati, o Presidenti una volta nel tempo del loro Governo concedere
alla Repubblica una licenza
di estrarre i prodotti dai possedimenti dei
sammarinesi nel territorio della Legazione.

Dunque i sammarinesi ritengono di essere intieramente liberi, e di esser semplicemente sotto la
protezione della Sede Apostolica, e in conseguenza non soggetti alla
sua Giurisdizione. Tanto che ogni minimo ricorso fatto da un qualche
sammarinese alla Santa Sede, è stato quasi
sempre riguardato come peccato di lesa
maestà, sin a castigarne la sola intenzione
.[30]
Il Titano, politicamente, va ritenuto un’enclave dello Stato della Chiesa[31]
(60 chilometri quadrati, 3.500 abitanti circa), lungo quella Valmarecchia
all’inizio della quale, a Carpegna, si sono stanziate, tracimando
dall’Appennino, le truppe dei tosco-imperiali.

La benevolenza dei papi

Finora, in assenza di un serio
pericolo esterno, il blando governo dei papi, conservatori per antonomasia, non
ha certo infierito sui sammarinesi.[32]
Anzi. Molti papi si sono prodigati per sopravanzare in generosità i loro
predecessori nel far crescere l’autonomia del luogo, per dimostrare – come ebbe
a dire Urbano VIII – che la Santa Sede è differente
dagli altri potentati che più tosto sanno di tirannie
.[33]

Dopo la caduta del ducato d’Urbino (1631), di quando in
quando sono state spedite a Roma maligne relazioni dai luoghi vicini a San
Marino. Soprattutto da Verucchio e da Pennabilli. Più di una volta i prefetti dell’Archivio
Vaticano sono stati richiesti di confezionare a loro volta delle relazioni
sullo status della Repubblica di San
Marino, per dimostrare, in sostanza, la sovranità della Santa Sede sul luogo.[34]

Eppure i papi non hanno raccolto quelle sollecitazioni. Non
si sono mossi. Non hanno soppresso la Repubblica.

Con l’arrivo dei tosco-imperiali a Carpegna ai primi di aprile
del 1738, le cose cambiano. C’è un reale pericolo che l’impero sfrutti quel
buco nella sovranità pontificia, per destabilizzare l’intera zona. Una potenza che venisse chiamata ad occupare
San Marino, sarebbe un gran stacco al
Papa
visto l’esempio di Comacchio.[35]

Per la Santa Sede, dunque, diventa urgentissima la necessità
di procurarsi un atto che attesti la sua sovranità sulla piccola enclave prima
che succeda l’irreparabile. Ma come?

Roma prova a chiedere agli stessi sammarinesi di fornire
loro stessi, di loro iniziativa, un segno di soggezione alla Santa Sede per
evitare un pericolo maggiore, l’assoggettamento all’impero. Tempo sprecato. I
sammarinesi, dice Firrao, non sono per lo
più capaci della raggione, e quelli, che per avventura lo sarebbero, vengono
dominati dalla passione
,[36]
non appena adombrano un pregiudizio alla loro libertà.

D’altra parte Roma non può adoperare la forza. Osserva Firrao:
siccome si stanno facendo presentemente
da noi alte querele in Vienna et alla Corte di Toscana, contro la Violenta
usurpazione della Carpegna, non pare questo il tempo di essere noi redarguiti
dello stesso difetto con l’impossessarsi di S. Marino
.[37]

Per affermare la sua sovranità sul Titano a Roma non resta che
ricorrere a qualche stratagemma, come, appunto, suggerito dagli anonimi
compilatori della succitata Dissertazione. Firrao ordina a Lanti di studiare la
questione, avvalendosi di qualche Persona
perita Ecclesiastica, che non possa essere sospetta
. Una Persona Ecclesiastica è da preferirsi ad
una laica, perché la si può vincolare al segreto religioso. Firrao propone anzitutto
di coinvolgere mons. Vescovo di Montefeltro.

San
Marino e Pennabilli

Come vanno i rapporti fra i
sammarinesi e mons. Vescovo di Montefeltro?
Male. Dagli inizi del Settecento. Non appena lasciò la diocesi del Montefeltro,
per trasferirsi a Camerino, il vescovo, sammarinese, Bernardino Belluzzi.
Questi aveva introdotto delle innovazioni nel pagamento dei tributi a favore
degli ecclesiastici sammarinesi (e dell’autonomia della Repubblica), a scapito
del restante clero della diocesi. Nacque un litigio, fra Pennabilli e San
Marino, che andò poi allargandosi a una serie di conflitti giurisdizionali
aventi per oggetto, fra l’altro, la complessa materia delle immunità
ecclesiastiche. Fino a sfociare, da parte di Pennabilli, in vere e proprie
interferenze politiche nella vita della Repubblica, con l’assicurare un
sostegno via via più marcato a ogni voce di dissenso interno.

Dopo la caduta del ducato d’Urbino i
vescovi di Pennabilli avevano tentato di riacquistare un ruolo politico in zona,
ma si trovarono subito la strada sbarrata dalla famiglia Carpegna. I Carpegna
hanno cominciato ad occupare una posizione dominante nel Montefeltro dagli anni
attorno al Mille. Poi sono rimasti eclissati per alcuni secoli dallo strapotere
dei Montefeltro e, successivamente, dei Della Rovere che ridussero pressoché
tutto il Montefeltro a una provincia del Ducato d’Urbino. Nel 1631 ebbe fine il
Ducato di Urbino col passaggio dei vari luoghi al dominio diretto della Santa
Sede. I Carpegna collaborarono nell’occasione con la Santa Sede. Forse per i
meriti acquisiti nella circostanza ebbero due cardinali. Due cardinali dalla
lunga vita, attraverso i quali ripresero a fare in zona il bello e il cattivo
tempo, sia in temporalibus che in spiritualibus. Verso il 1710 le sorti della famiglia Carpegna volsero rapidamente
al brutto a seguito della morte del card. Gaspare Carpegna ed anche per l’esaurirsi,
subito dopo, della discendenza maschile. Allora cominciò ad occupare il vuoto
di potere creatosi nel Montefeltro, non un’altra famiglia dominante, ma un
gruppo di uomini che avevano già un ruolo di prestigio e istituzionale: il
capitolo dei canonici di Pennabilli. Uomini colti, abituati a lavorare assieme
per una causa, quella di Pennabilli contro San Leo, per la questione apertasi
nel 1580 sulla sede vescovile. Uomini ben addentro negli ambienti romani e con
qualche selezionata amicizia anche in corti estere, specie a Vienna. La loro
leadership non trovò ostacoli ad affermarsi. Poco a poco verrà accettata – o
subita – dai vescovi e poi riconosciuta, di fatto, dalla stessa Roma.[38]

A proposito della Repubblica di San Marino i canonici pennesi
fanno di tutto per dimostrare che essa non è affatto indipendente, ma che è
soggetta alla Santa Sede. In antico il Titano, a loro dire, era soggetto ai
vincoli feudali del vescovo del Montefeltro, un vescovo-conte, che proprio
dentro la Guaita, la Prima Torre, il fortilizio del luogo, aveva la sua residenza.
A riprova adducono un rogito del 1243 – scoperto a Verucchio – stipulato in camera Domini Episcopi … in Monte Sancti
Marini
,[39]
nel quale il vescovo intervenne, a loro dire, come dominus loci. E, soprattutto, danno molto rilievo al tentativo del
vescovo feretrano Benvenuto, attorno al 1320, di vendere al comune di Rimini i
suoi ‘diritti feudali’ sul Titano, non potendoli esercitare perché il paese era
‘occupato’ dai Montefeltro. A seguito di tale occupazione da parte dei Montefeltro
i sammarinesi, a detta dei canonici di Pennabilli, divennero da allora
‘vassalli’[40]
dei Montefeltro. Poi ‘vassalli’ dei Della Rovere, succeduti ai Montefeltro nel
ducato d’Urbino. Infine ‘vassalli’ della Santa Sede che, per devoluzione, ha
acquisito il detto ducato al diretto dominio.[41]

In un documento del 1720, elaborato
dai canonici pennesi, la questione è così sintetizzata. La diocesi di Montefeltro
fa parte del ducato d’Urbino; la Repubblica di San Marino fa parte della diocesi
di Montefeltro; si conclude che la Repubblica di San Marino fa parte del ducato
d’Urbino (Dioecesis Feretrana est in
Ducatu Urbini; Respublica Sancti Marini est in Dioecesi Feretrana, ergo eadem
Respublica in Ducatu Urbini continetur
).[42]
Poiché il ducato d’Urbino nel 1631 è passato sotto il dominio diretto della
Santa Sede, si conclude, definitivamente, 
che la Repubblica  di San Marino è
sotto la Santa Sede.

Il vescovo Crisostomo Calvi

Nel 1731 arriva in diocesi il vescovo
Crisostomo Calvi. Questi sposa in pieno le tesi del capitolo dei canonici a
favore di Pennabilli contro San Leo fino alla vittoria definitiva, ottenuta proprio
per merito suo: egli riesce a strappare a Clemente XII l’annullamento e poi il
ribaltamento di una decisione presa sotto il precedente pontificato a favore di
San Leo.

Mons. Calvi sposa anche la tesi del capitolo dei canonici di
Pennabilli contro San Marino e si impegna a vincere anche questa partita.[43] Dice
di aver trovato nella cancelleria vescovile innumerevoli documenti che provano essere stati sempre soliti li Republichisti
di S. Marino, quasi che fosse il peccato originale di quella Repubblica,
caricare di falsità e d’imposture i Vescovi del Monte Feltro
.[44] Il contrasto Pennabilli-San Marino si
acutizza al punto da costringere i governanti sammarinesi a progettare l’invio
di una richiesta a Roma di distaccare il territorio sammarinese dalla diocesi
del Montefeltro.[45] È
una lotta senza esclusione di colpi. Verso Roma, a ridosso dell’episodio alberoniano,
partono da Pennabilli delle sollecitazioni di questo tipo: la recuperazione di questo Feudo, cioè di San Marino, alla Santa
Sede è facilissima, perché alla comparsa
improvvisa di non molte soldatesche Pontificie bisogna, che li Sammarinesi si
sottomettino, e s’arrendino, per non aver forze da resistere
.[46]

A San Marino si reagisce agli attacchi di Calvi non certo porgendo
l’altra guancia: in tempo, che il Sig.e
Valerio Maccioni era Capitano, fe’ chiudere in una sua Camera un certo, che
poco prima era stato al servitio di mons. Vescovo di M.efeltro, e con minaccie
di carcere
e altro lo costrinse à
depor falsamente cosa criminale e scandalosa contro lo stesso Vescovo
.[47] E,
successivamente, Filippo Manenti in qualità di Capitano Reggente si adopera
perché, egli dice, da Roma venga
riconosciuto Monsignor Vescovo vero nemico di questa Repubblica
.[48]

Proprio agli inizi del 1739, l’Arcidiacono pennese Pietro Antonio
Calvi, nipote del vescovo Crisostomo Calvi, pubblica un libro sulla diocesi
feretrana che è, sì, di sostegno a Pennabilli contro San Leo, ma anche
nettamente schierato contro la Repubblica di San Marino. Nel libro compaiono
una serie di documenti storici sfavorevoli alla indipendenza sammarinese,
qualcuno per la prima volta in carattere di stampa. Confutando la tesi sammarinese
della perpetua libertà, l’Arcidiacono Calvi asserisce che il dominio temporale del Vescovo del Montefeltro (cioè oggi della
Santa Sede) sul Castello di San Marino
chiaramente si prova e prima della erezione della Cattedrale di San Leo nel
1173, e lungo tempo dopo la costruzione della stessa
.[49]

Il
dissenso interno alla Repubblica

Da dove nasce nella Repubblica di
San Marino il dissenso interno su cui fa leva Pennabilli e, in particolare, Crisostomo
Calvi per metterne in difficoltà il governo e pregiudicarne l’autonomia? Al
vertice della Repubblica ci sono due Capitani che stanno in carica sei mesi,
eletti da un Consiglio di 60 membri il quale un tempo era emanazione
dell’Arengo, l’assemblea dei capifamiglia. Dal 1600 l’Arengo non è più
convocato. Il Consiglio si rinnova da se stesso, per cooptazione, con nomina a
vita. Ma c’è di peggio. ‘Non trovandosi idonei’ cui affidare l’incarico, il
numero dei consiglieri è andato progressivamente riducendosi, nel corso del
Seicento, da 60 a 45, poi a 40. La tendenza alla riduzione è continuata nella
prima metà del Settecento fino ad arrivare, nel 1739, a soli 27 consiglieri,[50]
con manifeste proteste di chi riteneva di avere i requisiti per entrare in Consiglio
e si vedeva la strada sbarrata da chi già c’era. In pratica il paese, nel 1739,
è in mano ad un gruppo oligarchico facente capo a tre famiglie (Belluzzi,
Bonelli, Gozi), con legami di parentela fra di loro.

Altra ragione di dissenso interno alla Repubblica: il permanere
di una grave discriminazione in materia di diritti politici, su base
territoriale, risalente al 1463. San Marino, quell’anno, al termine di una
guerra combattuta contro i Malatesta in alleanza con i Montefeltro ed il papa
Pio II, ricevette dal papa quattro castelli: Fiorentino, Montegiardino, Faetano
e Serravalle. Raddoppiò territorio e popolazione. Agli abitanti di detti castelli
non è mai stata

concessa una rappresentanza in Consiglio. I castelli vengono amministrati come castra subdita, cioè luoghi soggetti.     

 

Distretto vecchio e castra
subdita

Le condizioni imposte ai castra subdita stanno molto strette soprattutto
a Serravalle, il castello più popoloso, col terreno più fertile di tutta la
Repubblica e gravitante geograficamente ed economicamente su Rimini. Serravalle
(come Faetano) appartiene fra l’altro alla diocesi di Rimini. Insofferente del
giogo sammarinese, ha sempre colto ogni occasione per tentare di liberarsene. Ad
esempio agli inizi del Cinquecento con l’arrivo in zona di Cesare Borgia.[51] E poi
con lo sbarco a Rimini dei veneziani.[52]

      La
restrizione del numero dei consiglieri e la non possibilità per oltre la metà
della popolazione di avere una rappresentanza in Consiglio, creano tensioni
all’interno della Repubblica che si traducono nella richiesta di convocazione
dell’Arengo, cioè dell’assemblea dei capifamiglia, per procedere alla nomina
dei consiglieri mancanti o al rinnovo dell’intero Consiglio. Negli anni 1736-38
la rivendicazione sfocia in un abbozzo di sollevazione. A guidare la protesta è
un nobile, Pietro Lolli, affiancato da un danaroso commerciante, Vincenzo
Belzoppi. Aderiscono alla contestazione – o alla ‘congiura’ – alcune famiglie
dei castra subdita, fra cui quella,
numerosissima, dei Ceccoli di Fiorentino e quella dei Centini di Serravalle.[53]          

Pennabilli dà forza al dissenso interno sammarinese garantendo
a coloro che si espongono pubblicamente contro i governanti la sicurezza
personale e familiare mediante il rilascio di patenti vescovili o della Santa
Casa di Loreto che li sottrae (o dovrebbe sottrarli) al tribunale laico della
Repubblica e quindi alla repressione dei governanti.

Vincenzo
Belzoppi

Fra i dissidenti, il primo a
usufruire di protezione dall’esterno attraverso l’acquisizioni di patenti, è
Vincenzo Belzoppi. Un uomo ‘nuovo’, un ‘borghese’ rampante. La sua famiglia,
originaria di Fano, è arrivata sul Titano nel 1675. Già otto anni dopo il padre
ottiene la cittadinanza sammarinese. Vincenzo eredita in Borgo una
bottega-magazzeno fra le più grandi. La possiamo immaginare strabocchevole di zuccaro, salacche, baccalari, salmone, caviale.[1] Il
suo giro d’affari va oltre gli stipiti della porta del negozio o i bordi della
piazza. Operare da San Marino, un luogo non dello Stato della Chiesa, pur
dentro lo Stato della Chiesa, allarga gli spazi della sua intraprendenza e
accresce le opportunità per il suo commercio. Non solo in Rimino, dove per lo più ha dimorato, e conversato; ma e in
Venezia, e in tutte le città circonvicine, dove fa i suoi negozj è sempre stato
riconosciuto per un ricco, e per un onoratissimo mercatante
.[2]
Questa libertà di manovra presuppone una vasta ragnatela di aderenze presso le
autorità dello Stato della Chiesa, sensibili ed esposte alla corruzione più di
quelle di altri Stati.

Belzoppi è ben inserito anche nella comunità sammarinese. Ha
sposato nel 1703 una Faetani. I Faetani sono una famiglia di ‘mastri’ di Borgo
imparentata coi Ceccoli, un clan vastissimo con nucleo a Fiorentino.

Vincenzo Belzoppi, inoltre, fa parte della Confraternita
della SS. Annunziata che ha la sede nel Convento dei Servi di Maria a
Valdragone,[3] nei
pressi di Borgo. La confraternita, nel 1706, è stata riorganizzata col beneplacito
del vescovo del Montefeltro mons. Pier Valerio Martorelli, il successore di
Bernardino Belluzzi. Hanno concorso alla riorganizzazione e al rilancio, fra
altri – attenzione ai cognomi! -, il venerabile
Antonio Faetani
, il chierico[4]
Giuliano Ceccoli, l’arciprete don Bartolomeo Ceccoli. Nello stesso 1706 mons.
Martorelli concesse a Vincenzo Belzoppi la Patente
di Depositario de’ Pegni‘n S. Marino
[5]
per il tribunale vescovile della diocesi del Montefeltro.

I confratelli della SS. Annunziata provengono in massima parte
dai commercianti-artigiani di Borgo. Sono famiglie, in genere, che tendono a
guadagnare un posto più alto nella società comprando terre e avviando i figli
agli studi. Ma si trovano l’ascesa sbarrata in campo politico dai nobili che,
in violazione degli Statuti, impediscono a molte di loro – da un secolo in modo
via via più accentuato – l’ingresso in Consiglio. Qualche famiglia nobile non
disdegna di scendere accanto a loro. Ad esempio nel 1716 il Nobile Sig. D.re Giuseppe Giacinto Lolli
Benamati
nel fare testamento ha espresso la volontà di essere sepolto
vestito col sacco della Confraternita
della SS. Annunziata. Il testamento fu redatto da Giuliano Ceccoli.

Nella controversia fra governanti sammarinesi e vescovi di
Pennabilli apertasi agli inizi del Settecento, la Confraternita ha sempre
parteggiato per Pennabilli. Quando i governanti sammarinesi, con l’arrivo di
mons. Crisostomo Calvi, strapparono e cassarono
le Revisioni
cioè i libri contabili di
tutte le Confraternite, e Chiese
perché non
potesse il Vescovo riconoscere i pagamenti per l’avanti seguiti
, tutte le
entità ecclesiastiche della Repubblica si adeguarono all’infuori di una sola: la SS. Annunziata. Il Priore di quella Confraternita Sig.e Giuliano
Ceccoli non volle darne loro tal Comodo
. Siccome detto Sig.e Ceccoli non volle
in cosa tanto illecita compiacerli
, i governanti sammarinesi lo anno sempre odiato à morte,[6]
dicono a Pennabilli.

Belzoppi, fra i sammarinesi, non
limita le sue amicizie ai confratelli della SS. Annunziata: come uno dei più ricchi Mercadanti del
Borgo, avendo molti poveri debitori seco loro graziosamente si diportava, e
condonando, o rimettendo parte de’ loro debiti, e facendo nuove prestanze, di
manieracché in breve tempo molti seguaci e clienti contar poteva
.[7]

Belzoppi e le patenti

La ‘bottega’ Belzoppi è un porto di
mare. Il notaio Giuliano Ceccoli vi rogita gli atti inerenti all’attività del
proprietario, ma non solo. Evidentemente ci va spesso. Forse sta più lì che nel
suo ‘studio’. Lì ha più occasioni di lavoro. Lì si trattano anche prodotti
commerciali, per così dire, sofisticati, quasi dei prodotti finanziari, quali
rendite o censi. Sulle transazioni dei censi che gravitano attorno al Convento
dei Servi di Maria ed alla, annessa, Compagnia dell’Annunziata, Vincenzo
Belzoppi e Giuliano Ceccoli sembrano avere l’esclusiva.

Eppure, nonostante questa rete di conoscenze, di amicizie e
di clientele, Vincenzo Belzoppi avverte il bisogno di rafforzare il suo livello
di sicurezza con una ulteriore protezione esterna oltre alla patente vescovile
di Depositario de’ Pegni. Appena a
Loreto lascia l’incarico di governatore della Santa Casa il sammarinese mons.
Melchiorre Maggio e subentra mons. Agapito Mosca di Pesaro, Belzoppi chiede e
ottiene la Patente di Depositario e Conservatore
delle questue
raccolte in San Marino appunto a favore della S. Casa. La patente è rilasciata in data 22 maggio 1721.[8] Lo
stesso giorno a Loreto viene rilasciata pure una patente di questuante a Pietro
Bartolotti, esponente di una famiglia emergente di Montegiardino, imparentata
coi Ceccoli di Fiorentino. Nel 1727 oltre al consueto Vincenzo Belzoppi, che si
fa confermare nuovamente la sua Patente di Depositario e Conservatore delle
questue, nei registri di Loreto compare un nome nuovo: Pietro Lolli.

Pietro
Lolli, patentato sì e patentato no

L’8 febbraio 1727 è Pietro Lolli a
ottenere a Loreto una patente: quella di Denunziante
dei Legati Pii
per la Repubblica di San Marino a favore della Santa Casa.
Quindi seguono a breve distanza, Giuliano Ceccoli (21 febbraio), Giambattista
Ceccoli (11 marzo) e un certo ‘Sciacchi’ (22 maggio).[9]
Tutti e tre ‘questuanti’. Il 20 ottobre 1731 è la volta di Giuliano Malpeli e
Giuseppe Ceccoli. Il 20 maggio 1735 prende la patente don Filippo Ceccoli.[10]

La patente di Pietro Lolli ha una storia tormentata. Già il
10 ottobre 1728 – non sappiamo per intervento di chi – egli è sostituito, quale
Denunziante dei Legati Pii per la
Repubblica di San Marino, da un certo Domenico Sensoli. Accanto al nome del
Sensoli però una penna diversa da quella del compilatore del registro ha
scritto: non è in archivio. Il 20
ottobre 1731 la stessa patente è data nuovamente a Pietro Lolli. Ma accanto c’è
scritto ed ancora con penna diversa: levato.
E risulta davvero che la patente a Lolli gli sia stata ‘levata’, cioè tolta, il
22 dicembre dello stesso anno per intervento della Congregazione Lauretana,[11] con
ordine emesso dalla stessa il 19 dicembre. A ritirare materialmente la patente
a Pietro Lolli è stato incaricato, dal governatore di Loreto, Vincenzo
Belzoppi. Questi obbedisce. Esegue il ritiro. Però lo stesso Belzoppi, appena
ritiene che il governatore abbia perduto
la memoria
di quel ritiro, chiede la stessa patente per il fratello di Pietro
Lolli, Beniamino. A Beniamino, dirà il governatore di Loreto, la accordai sotto li dì 29 settembre 1734,
senza pensar più che tanto, in virtù della quale Patente, il medesimo Pietro,
come Coabitante con Beniamino suo Fratello, veniva a godere dello stesso Privilegio
.
Con questo stratagemma cioè il passaggio della patente al fratello Beniamino, a
Pietro Lolli gli riuscì di colludere
gl’Ordini della Sagra Congregazione
.[12]

Pietro Lolli dunque, pur non essendo titolare di una
patente, è ugualmente coperto dai benefici di questa, in quanto coabitante di
un titolare della patente, il fratello Beniamino. C’è chi sostiene però che la
copertura indiretta, cioè attraverso il fratello, non dovrebbe essere operante
in questo caso, in quanto in contrasto con la decisione della Congregazione
Lauretana di ritirare la patente a Pietro Lolli proprio per togliere a lui,
Pietro Lolli, tale copertura. Chi ha ragione? Non lo sa nemmeno il governatore
della Santa Casa di Loreto, cioè la più alta autorità in materia. Cioè colui
che rilascia materialmente le patenti. Infatti il governatore, richiesto di un
parere sul caso specifico, afferma candidamente che un giudice avrebbe avuto in mano quanto bastava per ammettere o non ammettere
il Lolli al privilegio della S. Casa; perché, ad effetto d’escluderlo, giovava
la privazione della patente, e per farlo godere, giovava l’esser egli Fratello
e Commensale di Beniamino
.[13]

San
Marino e le patenti
[14]

Le assegnazioni delle patenti
lauretane fra i sammarinesi rimangono segrete o semi segrete,[15] nonostante
che ci sia stato un serio tentativo nel 1731 di definire la materia prendendo
contatti con Roma e anche col governatore della Santa Casa.[16] Invece
sono, in genere, palesi quelle vescovili distribuite con evidente generosità a
Pennabilli specie dopo l’arrivo del vescovo mons. Crisostomo Calvi.

La Repubblica di San Marino non riconosce la validità delle
patenti vescovili e lauretane nel proprio territorio, Perché, appunto, non
territorio dello Stato della Chiesa. Ne derivano altre occasioni di conflitto
con Pennabilli, almeno per quelle vescovili, con conseguenti ricorsi a Roma
presso la Congregazione delle Immunità. I sammarinesi rispondono punto su punto
agli esposti di Pennabilli e, normalmente, l’hanno di vinta perché Roma, in genere,
tende ad eliminare o almeno a ridurre i privilegi di dette patenti.

Le patenti vescovili e lauretane non riescono a proteggere
sempre e del tutto il titolare e la sua famiglia nello stesso Stato della
Chiesa. A maggior ragione nella Repubblica di San Marino. Tanto è vero che
Vincenzo Belzoppi, oltre alla patente vescovile ed oltre alla patente
lauretana, a partire dal 1737, cioè da quando la contestazione al governo
comincia a uscire allo scoperto, si premura di acquisire un’ulteriore
copertura: un Libero Salvo Condotto di
mesi sei
che poi, puntualmente, a scadenza rinnova, presso la Legazione di
Romagna a Ravenna, in quanto teme di
essere dalla Giustizia molestato
.[17]



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