Antonio Fabbri – L’informazione: Il Conto Mazzini e ‘l’espediente’ per vendere le licenze bancarie

L’informazione di San Marino
Il Conto Mazzini e “l’espediente” per vendere le licenze bancarie
Antonio Fabbri

SAN MARINO. Le licenze bancarie non si vendevano e non si vendono, ma venivano concesse in presenza di determinati requisiti rispondenti alla legge in materia. Che non fossero vendibili lo ha confermato anche l’ex Direttore di Banca Centrale, Mario Giannini, sentito come testimone nell’udienza del Conto Mazzini dei primi di giugno. Eppure il mercato delle licenze c’era eccome. Formalmente, però, ad essere venduto era altro: l’immobile, le azioni, il cosiddetto avviamento. Non la licenza. 

Nella sostanza, però, era l’autorizzazione ad operare come banca che interessava e veniva venduta, anche se, come nei casi trattati nel processo Mazzini, la licenza era sospesa. Un po’ come quando si vendevano appartamenti con annessa la concessione di residenza, insomma.  Durante la sua audizione
nell’ambito delle udienze
del processo davanti al
giudice Gilberto Felici,
l’ex direttore di Banca
Centrale, Mario Giannini,
ha affermato, in relazione
alla vendita della licenza
di Euro Commercial
Bank: “La licenza singola
non si vende, ma con
qualcosa che fa banca”.
Ecco “l’espediente”, se
così si può definire, per
vendere una licenza bancaria
che in sé viene concessa
se il soggetto ha
i requisiti previsti dalla
legge. Risulterebbe quanto
meno anomalo, quindi,
la vendita della licenza
tout court. Eppure di vendere
quelle si trattava,
“con tanto di tariffario,
era noto”, ha riferito il testimone
Paolo De Biagi in
udienza.

Lo ha poi detto anche Lucio
Amati nel suo interrogatorio
e risulta dalle carte
che sono state esibite
in tribunale. Il primo versamento
da lui effettuato
– dopo due rifiuti di concessione
di licenza e dopo
la convocazione a palazzo
Begni da parte di Gatti e
Stolfi – era per la licenza.
Era quello che passò per il
famigerato libretto “Arrivederci”.
Nel preliminare
di vendita della Nuova
Banca Privata, documento
agli atti del processo
Mazzini, c’è d’altra parte
fissato a chiare lettere che
4 milioni e 50mila erano
per la licenza, specificando
che il capitale sociale
della quota di spettanza
di Amati era “ancora da
versare”.


La conferma della vendita
della licenza arriva anche
dalla cessione del 20%
delle quote alla maga
Ester, che vennero cedute
ad un valore superiore
rispetto a quello nominale
delle azioni, “per essere
remunerati del costo della
licenza”. “Era l’avviamento”,
ha poi specificato
lo stesso Amati. E in quel
caso la banca partiva.

In altri casi, invece, le licenze
venivano vendute
quando la banca era già al
capolinea, con la licenza
sospesa e in via di chiusura.
E’ in questo contesto
che, al capezzale delle
licenze morenti che forse
sarebbe stato più opportuno
ritirare, sono corsi
in tanti e le anomalie sono
state messe in evidenza
dall’autorità giudiziaria
inquirente. Ora, se l’attività
per vendere le azioni
di una compagine sociale
che ha la titolarità di una
licenza bancaria attiva è
comprensibile, diventa
anomala se ci si adopera
con modalità non del tutto
chiare per vendere le azioni
di una banca che ha una
licenza sospesa. Infatti
il valore delle azioni di
quella compagine sociale
senza licenza crolla e
con esse l’appetibilità e
il cosiddetto “avviamento”
dell’impresa bancaria,
che peraltro, più che essere
avviata, si appresta
ad essere liquidata, come
poi è accaduto. Questo
a meno che, dall’altro
lato, l’intermediazione di
soggetti politici e l’interessamento
della Banca
centrale non garantisca la
possibilità di riattivarle,
quelle licenze, considerato
che erano state sospese
proprio dall’organo di
controllo che in quei casi
(Ecb, Bcs e, prima, pure
Smib) le aveva commissariate.

In sintesi, insomma,
Giannini dice che per cedere
le licenze occorreva
attaccarle a qualcosa che
“ facesse banca”, ma il
problema è che, sia per
le situazioni deficitarie
di bilancio sia per il fatto
che le banche in questione
erano commissariate,
quel “qualcosa che facesse
banca” era praticamente
assente, con capitali
sociali da ricostruire,
debiti da ripianare e azioni
che, di fatto, avevano
visto crollare il loro valore.
Debiti che non si ha
notizia che le compagini
sociali abbiano ripianato,
ma che, di certo, con
il credito d’imposta sono
poi finiti, come noto, sul
groppone di tutti i cittadini.
In questo quadro, il
fatto che ci fosse la corsa
dei mediatori ex politici
e degli acquirenti dalla
Russia e dalla Svizzera,
oltre alla “collaterale assistenza
di Banca centrale”,
come la definiscono
gli inquirenti, dovrebbe
fare quanto meno riflettere.

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