San Marino. Modus in rebus. A rischio l’ultimo caposaldo, il differenziale fiscale

San Marino è andato così avanti nella storia perché – grazie al Santo? – costantemente guidato da uomini ben consci, di volta in volta, di quel che si poteva e doveva fare.

Non c’è solo l’episodio di Napoleone che offriva oltre ai cannoni e al grano l’ingrandimento fino al mare. Si ricorda ad esempio, la pressione insistente nel Seicento  per aprire una zecca in Repubblica dopo la caduta del Ducato d’Urbino o l’apertura di casinò alla Montecarlo dopo l’unità d’Italia con tanto di sviluppo del Paese (e tanti soldi offerti ai politici).

Ma veniamo ai giorni nostri. Uomini come Gino Giacomini e Federico Bigi  respinsero come pericolose  offerte di imprenditori che avrebbero potuto in un sol colpo risolvere il problema drammatico della disoccupazione.

Martedì scorso al termine di una conferenza stampa del Congresso di Stato, è  stato chiesto se è stata presa in considerazione la eventualità che il Polo della Moda provochi all’esterno  reazioni tali da far chiudere  l’impresa (nel caso chi pagherebbe:  l’imprenditore o lo Stato?) o addirittura pregiudichi il mantenimento dell’unico caposaldo rimastoci, cioè il differenziale fiscale.
La risposta, in sintesi, è stata questa: gli imprenditori  in questione sono, per così dire,  gente scafata; quindi non può accadere.

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