Processo Gatti Galassi, PF: Il fatto c’è, ma non è punibile. La difesa vuole l’assoluzione piena

La difesa: “Ci saremmo spettati le scuse dallo stato Non ci sono prove Anzi, le testimonianze raccolte sconfessano la tesi accusatoria”.

Il Pf: “Dal 3 gennaio 1991 al 24 febbraio 2014 Gabriele Gatti e la moglie si riscontrano 3.278.113,26 euro di versamenti in contanti. Il che significa che sono stati versati circa 12.500 euro al mese in contati che non sono stipendio, sono altro, e di questo non è stata fornita giustificazione”.

ANTONIO FABBRI. Le conclusioni del processo a carico degli ex segretari di Stato Clelio Galassi e Gabriele Gatti sono state discusse, per la prima parte, ieri davanti al Commissario della legge Simon Luca Morsiani. Prima l’intervento dell’Avvocatura dello Stato, poi la requisitoria della Procura fiscale, quindi la difesa di Gabriele Gatti. Il 5 ottobre toccherà alla difesa Galassi e, poi, sarà attesa la sentenza. Anche questo processo, sulla scorta del solco tracciato dal conto Mazzini, sconta le briglie della sentenza interpretativa dei garanti, la numero 10 dell’agosto 2021, che ha ribaltato un decennio di giurisprudenza e stabilito, tra l’altro, che il riciclaggio per occultamento sia reato non più omissivo permanente, come per molti doveva essere anche nelle intenzioni del legislatore, bensì reato commissivo con realizzazione istantanea. Circostanza che ha cambiato di molto le determinazioni nell’ambito già del conto Mazzini e destinata a incidere anche su questo processo. In sintesi, la Parte Civile Eccellentissima Camera ha chiesto la condanna e la rifusione del danno patito dallo Stato e dalla collettività; la Procura fiscale, rifacendosi alla sentenza dei Garanti e al precedente del conto Mazzini ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non costituiva reato prima del 2013, anno di entrata in vigore della legge sull’autoriciclaggio, e con formula dubitativa per i fatti successivi, chiedendo tuttavia la conferma delle confische ritenendo accertata la provenienza illecita del denaro. Assoluzione piena e restituzione delle somme sequestrate, invece, chiesta dalla difesa.

Da segnalare nel pubblico che ha assistito all’udienza di ieri in occasione di questa prima tornata di conclusioni, la presenza anche di alcuni personaggi pubblici e di qualche Consigliere. Tra gli altri William Colombelli, ex Console in Veneto all’epoca di Giancarlo Galan e a suo tempo, come noto, coinvolto nell’indagine Chalet della procura di Venezia. Presenti ad assistere anche i Consiglieri Alessandro Mancini del Partito socialista e Francesca Civerchia della Democrazia Cristiana.

La parte civile Per la parte civile, in rappresentanza dell’Eccellensissima Camera, sono intervenuti gli avvocati Simona Ugolini e Sabrina Bernardi, dell’Avvocatura dello Stato. L’Avvocatura ha passato in rassegna ciascuno dei casi. “Quanto al Centro uffici – ha detto Simona Ugolini – l’ inquirente ha ricostruito con puntualità le operazioni immobiliari di cessione alla Camera. Una acquisizione della ex Grey&Grey per 24 miliardi di lire più 500 milioni di vitalizio ad Andrea Angelo Facchi. Operazione connotata da evidenti anomalie: manca un parametro di riferimento che giustifichi l’inusuale tempistica e l’entità della cifra sborsata”. Ricostruzioni finanziarie, tempi, delibere e posizioni politiche tenute all’epoca, fanno dire all’Avvocatura che “sull’operazione Grey&Grey si inserisce una delle più grandi occasioni di illecito arricchimento ai danni dello stato a vantaggio di soggetti politici per il tramite di tangenti”.

Così l’Avvocatura rileva come le ricostruzioni attestino che tramite libretto al portatore “Carmelo” vedeva 825.000.000 di lire acceso da Andrea Angelo Facchi veniva in parte trasferita a Clelio Galassi, finita su un conto presso Bac e in parte a Gabriele Gatti sul libretto “Carm” acceso presso il CIS.

Quanto alla concessione della licenza di EuroCommercialBank l’Avvocatura ha affermato che “I riferimenti rendono chiaro che le dazioni favore degli imputati derivano da versamenti della famiglia Gerani e procacciati attraverso la mediazione di Enzo Zafferani e Marziano Guidi. Richiamando la testimonianza di Gerani in istruttoria, l’Avvocatura rilevato come sia stato detto dal teste che, una volta concessa la licenza di Ecb, emerse che “occorreva dare un riconoscimento alla politica e risultò chiaro che i destinatari sarebbero stati Gatti e Galassi”.

Sulla vicenda Polichem-nuova sede Woderfood l’Avvocatura ha sottolineato come in particolare dalla testimonianza di Stefano Valli circa l’intermediazione di Gatti nel reperimento dell’immobile. “Il testimone con varie perifrasi ha ammesso la dazione di una tangente, diversamente da quanto vorrebbe sostenere la difesa di Gatti. Le dichiarazioni rese hanno trovato conferma nella documentazione societaria”.

Sul conto di Gatti, ha ricostruito l’Avvocatura, finirono 416mila euro in contanti provenienti da una serie di passaggi di libretti e finanziamenti, riconducibili ai fratelli Valli e movimentati anche dall’architetto Luigi Moretti. Denaro finito in parte, per la residua somma di 780milioni di lire, anche a Carlo Giorgi allora direttore Anis che aveva partecipato all’intermediazione in questo affare.

Sempre per l’Avvocatura dello Stato Sabrina Bernardi ha ripercorso i capi di imputazione contestati ed ha richiamato il ruolo dell’avvocato Marino Nicolini. “Non è dato comprendere la linea di distinzione tra finanziamento per sostegno politico e contributi per l’operato politico. E’ stato detto che somme di denaro erano gestite dall’avvocato Marino Nicolini, noto e navigato professionista, cui si è riferito somme fino agli anni novanta, ma poi anche di altri contributi che passavano per l’avvocato”. Per l’Avvocatura, però, non sono contributi politici. L’avvocato Sabrina Bernardi ha poi affermato che “Gatti ha spesso esorbitato dalle deleghe allo stesso conferite”. Sulla provenienza del denaro “esistono fondati dubbi per dire che quel denaro non derivasse dal sostengo dell’azione politica, ma costituisse il prezzo versato per la buona riuscita dei vari affari. Il versamento in corrispondenza delle operazioni non può essere letto in ultima istanza come una semplice e banale casualità.

Da testimonianze, documenti, emerge che le somme siano di provenienza illecita originate da reati contro la Pa. Non si può dire che il giudice non abbia raccolto prove. Riteniamo che sussistano tutti gli elementi per arrivare ad una valutazione della penale di responsabilità degli imputati”. Quindi viene richiamata la famigerata sentenza dei Garanti. L’Avvocatura ritiene quindi che i due imputati vadano “condannati per le condotte poste in essere successivamente al 2013”. Quindi ha chiesto il risarcimento del danno subito dallo Stato “correlato alle condotte criminose. Condotte gravi di persone che hanno ricoperto un ruolo istituzionale, comunemente identificate come rappresentati dello Stato e già rappresentanti della Stato. Questo nuoce all’onore e al prestigio dell’Ente Stato. Da giurisprudenza riconosciuta la plurioffensività del reato del riciclaggio che lede anche l’immagine della giustizia e altera la concorrenza e in ultima istanza l’economia pubblica”. Di qui la richiesta di danni da quantificare in sede civile e di rifusione delle spese di costituzione.

La Procura Fiscale Per la Procura fiscale ha esordito Giorgia Ugolini che per diversi tratti ha ribadito le ricostruzioni fatte dall’Avvocatura. Ripercorsi i quattro filoni di indagine. Significativi diversi passaggi.

“Si ritiene che il decreto di citazione contenga la descrizione dettagliata e precisa degli addebiti mossi che si fanno apprezzare per chiarezza. E trovano riscontro, per la maggior parte per tabulas, relativamente alle movimentazioni bancarie che mostrano molto bene il percorso del denaro. Le indagini ci restituiscono quella che era la politica dell’epoca. La politica del 10%”. Percentuale del capitale sociale delle banche che costituiva la dazione per ottenere la licenza. “Un sistema gestito dalla politica stessa che favoriva la commistione tra pubblico e privato. Ad avviso della Procura fiscale i fondi sono di origine certamente illecita. Origine criminosa dei fondi per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio”.

Quindi ha richiamato una parte dell’interrogatorio di Clelio Galassi reso in istruttoria. Nello specifico parlando della licenza di Ecb, il Pf ha affermato: “Galassi ha ammesso tutto ciò che non era possibile negare. Tuttavia ha precisato di avere avuto un contributo che non venne da lui mai richiesto, ma motivato da rapporto di gratitudine nei suoi confronti, e non per la licenza. Fondi usati in modo frammisto per spese correnti e investimenti vari”. La Procura fiscale ha quindi aggiunto: “Contrariamente a quanto sostenuto delle difese di Gatti e Galassi, si ritiene che non vi siano gli estremi per credere che gli imputati siano stati destinatari di denaro per gratitudine e amicizia: sono stati destinatari di denaro in funzione del loro ruolo pubblico di Segretari di Stato e Consiglieri, che consentiva loro di tenere una condotta utile e idonea a incidere sul processo amministrativo, fosse una concessione edilizia o una variante urbanistica, quindi non è credibile la versione che vorrebbero queste dazioni frutto di cortesia”. Poi ha aggiunto il Pf Ugolini: “Anche le prospettazioni difensive secondo cui quelle percepite non sarebbero tangenti, ma contributi per l’attività politica, non appare credibile e cozza con il rilievo che il contributo al partito non è mai giunto all’associazione politica. Anche e se si volesse dire che si trattava di contributi elettorali, la condotta dal politico che utilizza il fondo come cosa propria, costituirebbe condotta illecita verso il partito i cui fondi sono stati distratti per fini individuali”.

Poi il Pf ha fornito un dato emblematico dell’entità delle somme movimentate e ritenute di origine illecita. “Solo per quanto riguarda le operazioni in entrata tramite mero versamento contanti che hanno interessato dal 3 gennaio 1991 al 24 febbraio 2014 Gabriele Gatti e la moglie si riscontrano 3.278.113,26 euro di versamenti in contanti, al netto dell’estinzione dei libretti. Una media di quasi 150mila euro all’anno per 22 anni. Il che significa che sono stati versati circa 12.500 euro al mese in contati che non sono stipendio, sono altro, e di questo non è stata fornita giustificazione”. Denari che la procura fiscale ritiene frutto di reati contro la pubblica amministrazione.

Il Pf Roberto Cesarini ha esordito con una premessa rigettando illazioni: “Mai in presenza della Procura fiscale si è deciso di fare terra da ceci nei confronti di certi politici di una certa posizione politica, mai la procura fiscale è stata promotrice di azioni per la carcerazione di qualcuno, mai ha avuto un ruolo se non quello dato dalle norme e dalla nostra attività. Noi rappresentiamo la pretesa punitiva dello Stato, e nostro compito è di cercare la verità. E quindi non ammetto illazioni di avere in qualche modo contribuito all’adozione di una qualche strategia; noi non abbiamo mai partecipato a cene dove, magari dopo aver bevuto qualche bicchiere di più, abbiamo fatto strategie”. Sulla scorta del precedente “Mazzini” il Pf ha quindi richiamato la Sentenza del Collegio Garante. “I fatti precedenti al 2013 dovranno essere valutati alla luce di quella sentenza. Ma con la formula suggerita dal Giudice di appello e non quella proposta dalle difese. Qui il fatto c’è, il fatto illecito c’è, ma non era punibile. Le somme sono certamente provenienti da reato e portano pertanto la Procura fiscale oggi, come hanno portato il giudice di appello del processo Mazzini, a chiedere la confisca”. Sempre rifacendosi alla sentenza del Mazzini il Pf per i fatti successivi ha richiamato i criteri secondo i quali, seppure trasferimento e sostituzione ci siano stati anche nel periodo susuccessivo, occorre considerare se vi sia stato ostacolo all’accertamento della provenienza illecita: “si ritiene di dover chiedere l’assoluzione con formula dubitativa per i fatti successivi all’agosto del 2013. In riferimento alla confisca, si chiede la confisca delle somme oggetto di sequestro essendo stata accertata la derivazione illecita delle stesse e delle somme provenienti d reato. Si chiede infine la condanna alle spese di giustizia”.

La difesa Gatti E’ stata quindi la volta della difesa di Gabriele Gatti. Ha esordito l’avvocato Filippo Cocco. Replicando nell’incipit al procuratore del fisco: “Non siamo stati noi a volere trasformare questo processo in processo politico”. E a sostegno di questo ha citato a favore di Gatti le testimonianze di Elena Tonnini, Roberto Ciavatta – facendo finta di non sapere bene se oggi siano o meno Segretari di Stato – e Luca Lazzari che avevano parlato di incontri avuti all’epoca con il commissario Alberto Buriani.

Unica cosa che mi sarei aspettato dalla Procura fiscale sarebbero state le scuse a Gabriele Gatti. Perché è stato in carcere sei mesi e poi scarcerato con il divieto di parlare di politica e di giustizia. In carcere per una accusa poi archiviata. Questo è un processo politico da parte nostra? No. Al tribunale dell’opinione pubblica bisogna rispondere se queste cose si possono fare”.

Poi sulla prova della provenienza del denaro ha aggiunto: “Non possiamo sentirci dire che se ci sono dei soldi che non so da dove vengono devi essere tu difesa a dimostrare che sono di origine lecita. Non funziona così nel processo penale. C’è una tesi, ci sono delle prove che devono confermare la tesi. Qui le prove la contraddicono”, ha affermato.

“L’illiceità deve essere dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. E non in maniera o ipotetica”. Sul caso Wonderfood “qual è il reato presupposto quando parliamo di una vendita tra privati? Quale atto contrario ai doveri dell’ufficio? Se due perone compravendono un bene privato, lì finisce. Quale sarebbe il reato contro la PA?”, ha detto Cocco. “Tutto quello che dicono si basa su presunzioni. Non ci sono rinvenimenti sospetti nei confronti di Gatti. Ci spettavamo tutti testimoni che entrassero in quest’aula a dire qualcosa. Invece l’allora direttore del Cis Farina ci dice che non ha mai conosciuto Facchi che avrebbe dovuto versargli il libretto al portatore; Marino Grandoni ha detto che l’uso dei libretti al portatore era la regola nelle transazioni commerciali; Ambrogio Rossini, contrariamente a quanto detto in istruttoria dove ha parlato di un interrogatorio nel quale era stanco e confuso dopo sette ore, qui ha ritrattato quanto era stato verbalizzato in istruttoria. Questa è una prova contraria. Queste sono prove contrarie”.

Secondo Cocco anche le altre testimonianze assunte hanno deposto in senso contrario alla tesi accusatoria. “Come fa ad emettere una condanna un giudice? Può farlo solo ignorando tutte le prove testimoniali assunte qua dentro”.

Quindi ha richiamato la Deposizione dell’ispettore Paolo Francioni. “Ci ha detto che non è stato possibile ricondurre con certezza le dazioni di denaro a specifiche utilità ottenute dagli imprenditori. Per me si chiama prova. Che non porta la difesa. La porta l’inquirente quando lo rinvia giudizio. Come fa lo stato a dire che andava bene così. E a dire non condannate ma confiscate? Come fa a superare tutto questo? Non si può con la presunzione. Ma non vale l’equazione politico uguale ladro”. Quindi ha concluso Cocco, “c’è una tesi accusatoria neanche minimamente dimostrata, smentita da una fiumana di prove documentali e smentita per di più dai due soggetti che dovevano svolgere analisi e valutazione, Pg e Aif. Questa è la conclusione di questo processo. Conclusione di una vicenda che non doveva iniziare, ma che non si può, per non sconfessarla, chiedere oggi di aggravare ulteriormente il danno, ed è oggettivamente preoccupante che queste richieste arrivino oggi dallo stato”.

Quindi l’avvocato Gian Nicola Berti. “I processi non si fanno con i teoremi, ma con le prove. La responsabilità delle persone può essere affermata solo con le prove. Le suggestioni i convincimenti personali, non appartengono al processo penale”.

Poi ha aggiunto “Il mio dispiacere è per la lettura del processo mediatico a cui abbiamo assistito; si è cercato di gettare ombre su una persona, ma dopo questo sproloquio di considerazioni che non avrebbero diritto di cittadinanza in questo processo, l’assoluzione non può essere dubitativa perché dal 2013 in poi non c’era stato nessun tentativo di occultamento”.

Di qui la richiesta di assoluzione piena e la revoca delle confische. Il prossimo 5 ottobre le conclusioni della difesa Galassi. Poi è attesa la sentenza da parte del Commissario della legge Morsiani.

 

Articolo tratto da L’informazione di San Marino pubblicata integralmente dopo le 22

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