San Marino. Demos, la riflessione di Orietta Ceccoli

Riceviamo e pubblichiamo

Demos: un approdo di speranza?

Nel tardo pomeriggio di giovedì 24 marzo, nello spazio  del World Trade Center, un nuovo soggetto politico DEMOS si è presentato alla comunità sammarinese. Tra i promotori abbiamo visto volti noti: Gloria Zafferani, Alessandro Rossi, Carlo Boffa. Altri meno conosciuti: Sara Angelini, Federico Rossi. Molta la gente presente e in maggioranza giovani. Questa ampia affluenza è certamente un indicatore dell’attuale disorientamento dei cittadini-elettori, i quali ricercano nuovi approdi su cui riversare la loro fiducia e le loro speranze.

Linguaggio accattivante

Il linguaggio del gruppo promotore DEMOS è accattivante: hanno parlato del necessario passaggio dall’attuale situazione di patologia per approdare alla normalità dell’azione politica e sociale; hanno detto che vogliono elaborare un nuovo modello politico, sociale, economico e sanitario; puntano sulla cooperazione per creare nuove opportunità; vogliono potenziare le relazioni tra le persone, le associazioni e le entità politiche; si pongono l’obiettivo di superare l’attuale conflitto distruttivo per giungere al dialogo e al confronto sulle politiche, sulle criticità, sui bisogni e le migliori soluzioni da offrire al paese.

Per questo gruppo promotore la comunità diventa il centro della loro azione politica. Certamente una comunità aperta, sempre attenta alla propria identità. Chiedono di tutelare gli interessi generali rispetto agli interessi personali o di piccoli gruppi lobbistici, oggi imperanti. Puntano sui valori della democrazia, dell’autentico stato di diritto, sui diritti della persona (salute, integrità fisica, autonomia decisionale), penso anche dei diritti sociali, quando parlano dell’attenzione alle fasce più deboli della popolazione e alle stesse forze produttive.

Il loro linguaggio infonde serenità ai presenti che finalmente sentono parole, definizione di obiettivi  che vorrebbero vedere realizzati, cioè concretamente raggiunti. Il problema è la realizzazione di questo percorso. In primis è conservare la volontà di essere coerenti rispetto alla linea politica elaborata, il secondo punto è la verifica della possibilità di poter realizzare quanto presentato come progetto politico.

L’interesse a innovare

Negli ultimi decenni il “rinnovamento in Repubblica” è stato realizzato con il sistema del “trasformismo politico.” Trasformismo realizzato attraverso la disgregazione delle compagini politiche, delle frantumazioni delle sigle, degli accorpamenti e la stessa creazione di nuovi soggetti politici, di nuovi movimenti. Una vera babele di sigle, una pluralità di denominazioni all’interno delle quali si fa fatica a capire chi sono, tant’è che per identificali si deve chiedere chi sono i loro leader. Grande movimentismo formale, ma nella sostanza tutto è rimasto immutato. Grande operazione e tattica gattopardesca!!! All’interno di questo trasformismo, si sono verificati grandi passi indietro per il paese. San Marino è andato indietro: meno sviluppo economico e sociale, più povertà, meno benessere, minore fiducia, pesante fragilità istituzionale, improvvisazione e conflittualità infruttuosa.

In parallelo a queste volontà di cambiare, ascoltate nella piazza del WTC, il problema attuale risiede dentro le volontà e le possibilità di innovare all’interno delle aggregazioni politiche più radicate e strutturate presenti in Repubblica: la Democrazia Cristiana. Libera e Repubblica Futura. Questo è il vero problema, questo, a mio parere, è il nodo della matassa. Non si chiede a queste aggregazioni di diventare più progressiste, si chiede almeno di adeguarsi al cambio degli scenari e dei paradigmi che stiamo vivendo. Si chiede di prepararsi, di preparare gli uomini e le donne di questa comunità a saper fronteggiare i cambiamenti epocali dell’epoca che stiamo vivendo. Si chiede di creare massa critica. Le forze vitali devono essere tratte dall’interno della nostra popolazione, i centri decisionali della Repubblica dovrebbero essere diretti dai cittadini, gli esperti e i consulenti dovrebbero essere destinati a compiti di supporto, non di decisione. Questa strategia di creazione della classe dirigente oggi non è applicata. Questi temi dovrebbero essere oggetto di dibattito e di confronto. Non a livello di elite, ma di più ampia partecipazione. Dovrebbe prevalere il dibattito e il confronto tra soggetti politici sugli obiettivi strategici con la definizione del metodo per la loro realizzazione. Dovrebbe prevalere  il superamento dell’attuale prassi di scontrarsi sui comportamenti e puntare invece sul confronto e il dialogo  sui problemi e sulle possibili soluzioni.

Bisogna fuoriuscire dall’attuale buco nero. Forse così potremmo avere la speranza di vedere la luce al fondo del tunnel

Orietta Ceccoli

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