Denaro dei clan a San Marino, c’è il rischio di prescrizione

Il processo vede imputato l’avvocato Michele Santonastaso, noto per le minacce a Saviano. L’indagine risale al 2015 e il rinvio a giudizio è del 2017

ANTONIO FABBRI. Chissà se la Commissione antimafia, più propriamente definita Commissione Consiliare sul fenomeno delle infiltrazioni della criminalità organizzata, è al corrente che l’udienza per le conclusioni del processo a carico di Michele Santonastaso e dei figli, accusati di riciclaggio per avere movimentato sul Titano denari che secondo l’accusa sono riconducibili alle attività dei clan camorristici, non è ancora stata fissate. L’imputato sostiene che quel denaro sia frutto della sua attività forense. Sta di fatto che non sono ancora state fissate le conclusioni e, con tutta probabilità, il caso è avviato alla prescrizione, se non nel primo grado, di certo nelle maglie del possibile appello e, ancora con maggiore certezza, qualora dovesse esserci pure l’eventuale terza istanza.

Il caso L’inchiesta per riciclaggio a San Marino si è aperta nel 2015. Secondo l’accusa, contenuta nel provvedimento che dispone il giudizio, il denaro che Santonastaso ha portato sul Titano è il provento delle attività dell’associazione per delinquere di stampo camorristico alla quale prestava i suoi servigi legali. Santonastaso da vecchia data, riporta l’accusa, è organico alle attività della Camorra. I soldi sul Titano cominciò a portarli nel 2001, quando aprì un conto presso Cassa di Risparmio sul quale versò 1.782.314,95 in contanti investendo poi il denaro in pronti contro termine. Nel 2009 saltarono fuori le prime notizie di cronaca che riguardavano, tra gli altri, l’avvocato partenopeo. Fu allora che cominciò a movimentare i denari. Ma in concomitanza alle movimentazioni scattò anche la segnalazione all’Aif e il congelamento delle somme. Scattò pure l’inchiesta giudiziaria sul Titano, mentre in seguito Michele Santonastaso veniva arrestato in Italia ed emerse che stava organizzando la nascita di un consorzio per la gestione ambientale dell’intera Campania, che avrebbe operato nell’interesse del clan dei Casalesi.

Il fascicolo sammarinese ha avuto vicissitudini travagliate. Fatte le segnalazioni del 2009, fu archiviato un paio di anni dopo per impossibilità di procedere per insufficienza di prove. I denari, in un primo tempo congelati, vennero quindi dissequestrati. Ricominciarono, però, le movimentazioni di quei soldi e, nel 2014, scattarono nuove segnalazioni. Sequestro dei denari e apertura di un nuovo fascicolo nel 2015, che è sfociato nel rinvio a giudizio. Nel frattempo, durante la fase istruttoria Santonastaso e gli altri indagati poi rinviati a giudizio, i tre figli Irene, Giuseppe e Claudio e l’altro imputato, Teodoro Iannota, fecero istanza di dissequestro dei fondi. Istanza rigettata sia in appello che in terza istanza.

Il capo di imputazione Secondo l’accusa contenuta nel capo di imputazione, il denaro, frutto dei reati del clan dei Casalesi, dopo il versamento in contante e dopo l’investimento in pronti contro termine e titoli, è stato disinvestito da Michele Santonastaso e prelevato tramite assegni circolari emessi sul conto della società “Le Printemps”, a giudizio come persona giuridica, e posti all’incasso da Teodoro Iannota su un conto in cui potevano operare anche i figli di Santonastaso ai quali in seguito Iannota ha trasferito le azioni della società. Insomma, una serie di trasferimenti di denaro che per l’accusa sono serviti per occultare la provenienza illecita dei soldi.

La prima udienza e l’iter travagliato del processo La prima udienza, dopo l rinvio a giudizio dell’ottobre 2017 disposto dal commissario Alberto Buriani, venne celebrata il 21 febbraio 2018, davanti al giudice Gilberto Felici. In seguito, dopo l’incarico del giudice Felici alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo, il processo è passato in carico al Commissario della legge Roberto Battaglino, che fissò la prima udienza il 19 novembre 2019. Le successive udienze si sono poi celebrate il 22 gennaio 2020 e il 6 febbraio 2020. Una ulteriore udienza era fissata per metà maggio, ma causa Covid non è stata celebrata. C’è stata udienza, invece, il primo giugno 2020, penultima udienza prima delle conclusioni che erano già fissate al 28 ottobre. Udienza saltata, pure quella, per la recrudescenza del Covid. Da allora si attende la fissazione dell’udienza per le conclusioni. Il rischio è che la prescrizione possa maturare già in primo grado. Non solo. Nel frattempo sono intervenute infatti le modifiche normative al codice di procedura penale e la famigerata pronuncia del Collegio Garante, che incide sulla interpretazione del reato di riciclaggio per occultamento avendone mutato la natura da reato permanete a reato a consumazione istantanea. Tutte questioni che potrebbero avere un riverbero nel caso in discussione.

Le minacce a Saviano e Capacchione Nella penultima udienza, la difesa di Santonastaso aveva fatto presente la pronuncia della Cassazione che aveva annullato, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Napoli, la condanna per le minacce ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchioneper incongruenze motivazionali”.

Annullata la condanna “a 11 anni di reclusione per associazione camorristica per l’avvocato Michele Santonastaso, l’uomo del ‘proclama’ contro Roberto Saviano. Definitivamente confermata, invece, quella – aveva scritto a suo tempo Il Fatto Quotidiano – per concorso in falsa testimonianza aggravata con lo scopo di precostituire un alibi a un boss imputato di un duplice omicidio: la pena verrà rideterminata dalla Corte d’Appello di Napoli e dipenderà anche dalla sussistenza o meno delle imputazioni di camorra. Santonastaso è l’uomo che lesse, durante il processo Spartacus, un atto giudiziario che fu interpretato come una pesante minaccia contro Roberto Saviano, Rosaria Capacchione e Raffaele Cantone”.

Di questa sentenza, si diceva, i difensori – tra cui e lo stesso Santonastaso che ha esercitato in parte egli stesso, essendo avvocato, la propria difesa – auspicavano si tenesse conto anche a San Marino.

Nel frattempo, però, è arrivato, il 24 maggio 2021, un nuovo pronunciamento della quarta sezione penale del tribunale di Roma, dove il processo si è trasferito da Napoli in funzione della dichiarazione di incompetenza territoriale del tribunale partenopeo. Condanna a un anno e mezzo e a un anno e due mesi rispettivamente per Bidognetti e Santonastaso.

Si legge nella sentenza del tribunale romano: “La condotta ascritta ai due imputati è inserita nel contesto di criminalità organizzata proprio della cosca dei Casalesi di cui Bidognetti era capo. La minaccia e l’intimidazione rivolta platealmente contro i due giornalisti fu espressione di una precisa strategia ideata dallo stesso capomafia, il cui interesse era quello di agevolare ed alimentare il potere di controllo sul territorio esercitato dal clan e di rafforzarne il potere. Pertanto il tribunale ritiene provato il dolo specifico di agevolazione dell’attività dell’associazione mafiosa da parte dei due imputati”.

Sta di fatto che sul Titano, per il processo per riciclaggio, è ancora attesa la fissazione dell’udienza di primo grado per le conclusioni.

 

Articolo tratto da L’informazione di San Marino pubblicato integralmente il girno dopo

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